La storia di De Rosa

686038515.jpgLa storia di Ugo De Rosa inizia in modo simile a quelle di altri costruttori. Una delle differenze, rispetto ad alcuni, è invece che continua ancora oggi.

Ugo De Rosa nasce a Milano nel 1934. Il piccolo Ugo frequenta le scuole elementari, le medie inferiori e l’istituto d’avviamento al lavoro, dove acquisisce le prime nozioni tecniche. Ma la passione per la bicicletta sboccia ben presto. Una passione che lo porta prima a intraprendere la carriera agonistica, come corridore nelle categorie “giovanissimi”, “allievi” e “dilettanti”, poi a cimentarsi come provetto meccanico.

Ed è in questi anni, a soli 13 anni, che Ugo De Rosa comincia a sbizzarrirsi con le biciclette. Correva e nei ritagli di tempo lavorava in bottega da Filippo Fascì, un suo parente, che aveva un’officina di riparazione di biciclette nei pressi di Niguarda, a Milano. Apprende velocemente, il giovane Ugo.

Ha appena 18 anni quando, con l’aiuto della mamma, e qualche rimbrotto del papà, decide di metter su bottega.

E’ il ’52, Ugo apre il suo negozietto a Milano, in via Lanfranco della Pila, trasformando così in un colpo solo il suo hobby in un mestiere a tempo pieno. Comincia così la carriera di “mastro artigiano” che all’inizio si dedica essenzialmente alla realizzazione e alla progettazione di biciclette per corridori sostanzialmente dilettanti, dove ottiene subito ottimi risultati.

C’è spazio per chi ha iniziativa, idee, capacità, voglia di fare. Quanto alla bicicletta, Milano è da sempre piazza d’eccellenza, e il giovane De Rosa è in buona compagnia: Pogliaghi ha aperto bottega qui nel 1947, Cinelli nel 1948, Masi nel 1949, mentre Colnago lo farà nel 1954.

De Rosa si fa apprezzare per le biciclette che costruisce per numerosi corridori dilettanti. Il suo nome inizia a circolare tra gli addetti ai lavori. La svolta arriva, quasi per caso, nel 1958. Il campione francese Raphael Geminiani è a Milano per correre una riunione al Vigorelli ma gli manca il ferro del mestiere. Non ha la bici. De Rosa gli fornisce provvidenzialmente una delle sue. Quella bici gli vale un posto sull’ammiraglia di Geminiani al Giro D’Italia del 1958. Con un telaio costruito da De Rosa il francese arriva poi terzo al Tour de France dello stesso anno.

44612009.jpgE’ l’ingresso di De Rosa nel mondo delle corse professionistiche, che diverrà per molti anni l’altra faccia della sua attività. Costruisce le biciclette e sale in ammiraglia come meccanico. Seguirà la Faema di Rik Van Looy, poi la Tbac e la Max Mayer di Gastone Nencini. Nel ’67 è alla Sanson con Gianni Motta.

Nel 1969 inizia a collaborare con Eddy Merckx, e nel 1973 approda ufficialmente come meccanico alla Molteni, la squadra in cui milita il campione belga. Merckx stravince ma è esigentissimo, ai limiti dell’esasperazione. Per De Rosa sono anni di lavoro intenso. Spesso preparara di notte le biciclette che Merckx utilizza il giorno successivo. Per una Milano-Sanremo prepara diverse forcelle con cui Merckx prova e riprova la discesa del Poggio sino a individuare quella prescelta. Per un Giro D’Italia gli costruisce addirittura un telaio diverso per ogni tappa.

Il sodalizio tra i due si consolida sino a sconfinare nell’amicizia. Dopo il ritiro dalle corse di Merckx nel 1978, è De Rosa a guidarlo nell’avvio della sua nuova carriera come costruttore sino a quando il belga fonderà la propria azienda nel 1981.

Del 1973 è anche la prima bicicletta firmata con il “cuore” De Rosa. Il logo appare sulle biciclette verdi della GBC di Dino Zandegù, dove corrono Panizza e Francioni. Il marchio si afferma rapidamente e diventa sinonimo di qualità gettando le basi del successo commerciale.

Sceso dall’ammiraglia De Rosa non abbandona il mondo delle corse, e le sue biciclette ottengono negli anni numerosi successi sportivi che consolidano l’immagine del marchio. Corrono con i suoi telai la Sammontana nei primi anni ’80, l’Ariostea dal 1985 al 1990, la Gewiss negli anni ’90, e poi via via nuove formazioni.

Fino ai primi anni ’90 De Rosa produce solo classici telai con tubazioni Columbus in acciaio, con congiunzioni microfuse. Negli anni le serie di tubi si evolvono, cambia qualche dettaglio ma i telai continuano a distinguersi per le linee pulite e semplici, le verniciature sobrie ed eleganti.

Il vecchio laboratorio intanto è diventato un’azienda. Cambia sede un paio di volte sino a quella attuale di Cusano Milanino. Intanto il mercato della bicicletta si evolve: dapprima le congiunzioni lasciano posto alla saldatura a TIG, e poi addirittura l’acciaio passa in soffitta. Arrivano il titanio, l’alluminio, il carbonio.

Bisogna adeguarsi, e il catalogo De Rosa si arricchisce di modelli costruiti con i materiali, le tecniche e forme richieste dal mercato di oggi. L’acciaio con congiunzioni conserva pochi estimatori e occupa solo una piccola parte della produzione attuale. A tenerla in vita sono soprattutto gli ordini che arrivano dall’estero.
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Ma forse, se potesse, Ugo De Rosa i telai continuerebbe a farli cosi’, come una volta. O almeno a noi piace pensarlo. In un angolo dell’officina custodisce ancora una sua vecchia bici degli anni ’50, una delle bici costruite per Merckx negli anni della Molteni, e una di quelle costruite negli anni ’90 per il talentuoso Evgeni Berzin. Attualmente produce 5-6 mila pezzi l’ anno (fatturato complessivo sui 5,5 milioni di euro, Usa e Giappone i mercati stranieri più importanti, 12 operai specializzati alle sue dipendenze oltre ai figli Danilo, Doriano e Cristiano).

(testo tratto da www.ciclisucarta.it)

La storia di De Rosaultima modifica: 2008-10-23T14:22:00+02:00da velocipedista
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