Due ore, sei minuti e quindici secondi

 

 

824789704.jpgPer molti, per quasi tutti, Francesco Del Zio è da sempre “quello del record”. E siccome nella sua vita raramente Francesco ha scelto la via più semplice per raggiungere degli obiettivi, o anzi ciò che era normale non lo divertiva nemmeno un po’, era quasi logico, che il Del Zio arrivato al cuore della sua carriera, per dare pepe alla sua attività scegliesse una sfida impossibile. Impossibile per gli altri, s’intende. Trent’anni dopo, quella sfida che Francesco lanciò in una mattina di settembre rimane appesa agli annali, ai ricordi di chi l’ha vissuta, come qualcosa di assolutamente eccezionale. E in uno sport in cui la caccia a superare i limiti umani è diventata spasmodica, e spesso travalica i confini dell’etica nella sua ricerca assoluta del risultat, Del Zio quel giorno riuscì a fissare un limite che diffìcilmente verrà mai battuto. Appunto perché clamorosamente al di fuori della portata, verrebbe da dire, degli esseri comuni.

Il 20 settembre 1975, al Velodromo Olimpico, Francesco Del Zio battè il record del mondo di surplace portandolo al tempo di due ore, sei minuti e quindici secondi. Un capolavoro di equilibrio, di tecnica, di forza, soprattutto di concentrazione e di volontà. Una volontà scattata quando, davanti alla Tv, Francesco vide uno dei suoi grandi idoli, Antonio Maspes, rimanere immobile al Vigorelli, per trentadue minuti. «Di quel record parlò tutto il mondo – racconta oggi Del Zio, tuffandosi nell’atmosfera magica di quegli anni in cui la pista era sinonimo di spettacolo, e i suoi interpreti erano campioni a tutto tondo – e io che già avevo una sorta di venerazione per questo campione, ne rimasi attratto, quasi calamitato. La pista per me allora era quasi sconosciuta, avevo fatto pochissima pratica. Ma ho cominciato a seguire Maspes, ho capito come quest’esercizio da una tattica per preparare una volata, era diventato uno show a sé, quasi una disciplina avulsa dalla gara, e cominciai a pensarci».

Del Zio era allora come adesso: con un’attrazione fatale verso la sperimentazione. Così non fece passare molto tempo fino al giorno in cui chiamò a casa un amico, per fare una prova di surplace.

Il suo racconto merita di essere riportato testualmente:
«Era inverno, e allora la preparazione si faceva con la ruota fissa. Chiamai un mio amico, si chiamava Giacinto, era lui che doveva assistermi. “Proviamo a vedere quanto riesco a resistere”, gli dissi. Non avevo a disposizione molti spazi, così ci mettemmo nella camera da letto di mia madre. Non era il massimo della comodità, in casa in bici “intruppavo” a destra e a sinistra. Ma alla fine, ai piedi del letto, riuscii a resistere per un’ora e quattro minuti. Era quanto mi bastava. La sfida era lanciata, dentro di me: l’avrei ripresa molti anni dopo, con una tecnica e un’esperienza su pista decisamente eccellenti».

Ma intanto quel giochetto, quel tentativo a freddo, senza alcuna preparazione specifica, senza un massaggio propedeutico, gli lasciò un ricordo poco gradito. «Dopo quel surplace, la notte mi vennero dei dolori fortissimi alla pancia. Andai immediatamente da un dottore, che per non saper ne leggere ne scrivere mi mandò immediatamente al Sant’Eugenio, per un ricovero d’urgenza: mi accompagnò mio fratello Nino, e all’ospedale avevamo dei contatti perché mio padre era capomastro proprio lì. Avevo sedici anni, e l’impatto con quel camerone di ospedale mi mise anche un po’ di paura, c’era tutta gente che si era appena operata, erano tutti tagliati a destra e a sinistra… Io invece ero quasi totalmente a digiuno di operazioni La mattina passò il primario, con tutti gli assistenti al seguito, prendeva appunti letto dopo letto. Poi arrivò da me, e disse a voce alta: “Ma quello che sta facendo, sul letto?”. Un assistente gli disse: “E’ stato ricoverato d’urgenza, per un’appendicite”. Mi ricordo come se fosse adesso, era lontano almeno sette metri da me e replicò: “Quello sta meglio di me e di tè: rivestitelo e mandatelo a casa”. Io uscii, ovviamente felice, ma con il ricordo indelebile di quel primario a che a distanza aveva capito che i miei dolori, magari guardandomi semplicemente negli occhi, avevano tutt’altra origine che una banale appendicite», II primo contatto di Del Zio con i segreti, con il fascino, con la difficoltà di un esercizio di surplace si risolse dunque con una forte contrattura muscolare. «Era stata la posizione inusuale, un’ora e spiccioli con i muscoli tesi come non lo erano mai stati: lì per lì lo fai anche, ma dopo il tuo fisico si ribella».

Da quel primo tentativo, mentre Del Zio cresce e diventa un pistard coi fiocchi, il resto del mondo si diletta in quell’esercizio che appassiona il pubblico dei velodromi. «C’erano interpreti di grandissimo spessore: Maspes, Gaiardoni, Beghetto e Pettenella fecero un’ora e tré minuti sulla pista di Varese. C’era una ricerca a perfezionare le tecniche, era un mix di concentrazione e reattività, perché mentre eri concentrato a rimanere in equilibrio, c’era anche l’avversario che ti poteva partire sotto il naso da un momento all’altro.


Più che un’idea, per Del Zio quello divenne un tarlo, un chiodo conficcato nella mente. Fino quasi ai trent’anni, quando ne parlò con il professor Antonio Dal Monte. Così idearono il tentativo: l’idea dell’atleta coincideva con la visione dello scienziato, il professore già allora era portato a studiare quali fossero i limiti della prestazione sportiva, fino a che punto un atleta ben preparato potesse arrivare. Lo scopo era dunque di abbinare la valenza di un risultato sportivo, la realizzazione del nuovo record dunque, a un riscontro scientifico, perché il gesto non rimanesse fine a se stesso.

L’idea piacque subito al professore, il maggior esperto italiano di biomeccanica applicata allo sport, che negli anni avrebbe messo la firma su exploit o ritrovati di spessore assoluto. «Ma nel momento in cui definimmo i dettagli, capii in quale avventura mi fossi cacciato. Avrei avuto a disposizione l’intera struttura del professore, un’equipe altamente specialistica, macchinari di avanguardia. Si creò, voglio dire, una tensione particolare che rappresentò un fondo un ostacolo in più. Perché tante volte mi chiesi: tutti questi signori stanno lavorando per me, e se io dopo un minuto metto il piede a terra?».

Non era ancora il periodo delle tabelle rigide di allenamento che seguono i corridori di oggi, e poi la forza di Franco è sempre stata quella di sapersi conoscere e interpretare a fondo da sé. Per cui fu lui a stabilire la gradualità dell’allenamento, le modalità dell’avvicinamento a un exploit che non aveva riscontri nel passato, e quindi nessun riferimento su cui basarsi.

«Per quanto fossi abile in pista, il gesto richiedeva una preparazione specifica. Io avevo già la mia sensibilità, il mio equilibrio, riuscivo normalmente a fermarmi senza avere sbandamenti. Ricordo le prime volte con Gigi Federici, facevo un minuto e poi dovevo ripartire, ma plano piano acquisii la tecnica necessaria. Ma da quello che era un gesto preparatorio allo sprint, fino a fame un esercizio fino a se stesso, il passo non fu semplice. I cinque minuti divennero dieci, e così via a satire fino a un’ora. Dopo venti giorni ero pienamente in possesso sia della tecnica sia della concentrazione e della fiducia per tentare.

«La notte che precedette il record fu drammatica. Mi svegliai di notte a chiedermi: “Ma chi ma l’ha fatto fare?”. Ma passò anche quella nottata, e quando mi presentai, alle nove di mattina del 20 settembre, al velodromo olimpico, accompagnato da mio fratello Nino che è sempre stato al mio fianco nei momenti decisivi della mia carriera, realizzai quale fosse la portata dell’impresa. Mi aspettava un’equipe del Coni, il professor Dal Monte e il dottor Marcello Faina con una serie di ulteriori assistenti, e tre pulmini pieni di attrezzature. Anche in quel momento, quando li vidi schierati, pensai tra me e me: Ma se dopo cinque minuti indietreggio di venti centimetri?».

Del Zio sapeva che non poteva fallire. Con gli anni sarebbe diventato un maestro della concentrazione, di quello che adesso si chiamerebbe training autogeno, una tecnica che non ha studiato ma ha affinato su se stesso, e ora la insegna ai ragazzi che gli chiedono consiglio. Non poteva fallire. Non fallì. Racconta Franco quel momenti di attesa: «Quando arrivai, gli assistenti c’erano già tutti. Mario Castello, massaggiatore della Forestale e fratello di Antonio, il mio amico e rivale storico, mi fece un massaggio per sciogliermi la tensione. Mi misero 11 collirio, perché avevo negli occhi ancora tracce di quel sonno agitato, e dopo mezz’ora ero perfettamente a mio agio. Verifìcai la bici, anche se sapevo che non ce n’era bisogno, ma era un modo in più per acquisire sicurezza: io e la bicicletta avremmo dovuto costituire un tutt’uno, una cosa sola, era fondamentale entrare in piena sintonia con il mezzo sin da quei minuti».

Il professor Dal Monte e i suoi assistenti cominciarono ad attaccare dei sensori alla bici e al corpo di Francesco. Che poco prima delle undici salì in sella. Gli altri presero posizione, il giudice, i cronometristi, mentre lui cercava il miglior assetto, la posizione più comoda – o meno scomoda -sul sellino, sapendo che avrebbe dovuto rimanere là sopra più tempo possibile. Tré minuti dopo, Francesco buttò fuori l’aria e la tensione di quegli istanti e soffiò al giudice: «Sono pronto».

Castello lasciò la presa della bici e Del Zio si trovò da solo. Sulla pista, di fronte a un’impresa eccezionale quanto difficilissima: non doveva battere alcun avversario, non doveva fare le volate d’astuzia, prendere le scie, fintare gli scatti. Doveva battere se stesso, doveva arrivare dove nessuno mai era arrivato prima di allora. «La bici ondeggiò lievemente, quei pochi secondi che mi furono necessari per acquistare il mio equilibrio. Non vedevo nessuno, la testa fìssa sul manubrio e sulla ruota anteriore che si poneva di traverso rispetto alla pista di legno del Velodromo. Sapevo però che mi stavano guardando tutti, dai giudici che controllavano che non indietreggiassi di venti centimetri a un gruppetto di giapponesi che si erano mischiati ai curiosi, ai miei amici, ai parenti, che stavano osservando in silenzio quasi religioso. Sentii soltanto il rumore del mio cuore, che batteva all’impazzata: un dazio da pagare alla tensione e all’attesa di tutti quei giorni. Passò tanto tempo, non sapevo quantìfìcarlo, dentro di me era una vita che stavo là sopra. E chiesi: “quanto tempo è passato?”. Sentii la loro risposta e mi si gelò il sangue: “Tré minuti adesso”. Ebbi un tuffo al cuore, mi era sembrata un’eternità. Dopo un po’ richiesi:
“.Quant’è?”. “Sono cinque”. Dentro di me non dico che mi scoraggiai, ma mi venne da pensare: “prima che arivamo…”. Il record era di Pettenella e Beghetto che a Varese avevano fatto un surplace di un’ora e tré minuti. «Ma, in un modo o nell’altro, riuscii a far passare il tempo, mentre il mio fisico rimaneva in un equilibrio perfetto, quasi fossi stato di marmo. Dopo quell’inizio faticoso, ero riuscito a dominare perfettamente le mie reazioni, ed era la testa che comandava il fisico, finalmente. Vissi varie fasi, mentre pensavo all’importanza di quello che stavo facendo: mi dicevo che avrei realizzato qualcosa di eccezionale, che se ce l’avessi fatta sarebbe stato l’orgoglio di tutta la mia carriera, e mentre pensavo a tutte ‘queste cose sapevo che il tempo stava passando, e stava lavorando per me, e ogni istante che trascorreva io ero sempre più vicino all’impresa.

«Superata la mezz’ora, contai quasi mentalmente quanto mi separasse dal record di Pettenella e Beghetto, come una sorta dì inseguimento, che si traduceva in un conto alla ‘rovescia. Più ero vicino alla meta, più mi esaltavo. Tanto ‘che quando arrivai all’ora e tré minuti del record, ebbi un calo di concentrazione netto, e mi assalì una sensazione di nausea. “Mo’ scendo, mo* scendo”, mi dicevo da una parte. E dall’altra mi chiedevo di rimanere altri due minuti, “Fra’ resisti, Fra’ resisti”, “altri due minuti, solo altri due”. A due minuti alla volta, riuscii a vincere la mia voglia matta di finirla lì, “a Fra’, dai che ce stai” mi continuavo a dire, sapevo che più fossi andato avanti, più sarebbe stato bello e importante il record.

«Non fui io a decidere di smettere. Nella mia testa, magari avrei continuato chissà per quanto tempo. Ma fu il mio corpo che si ribellò. Le braccia ebbero uno scatto che non fui io a comandare, un impulso nervoso, assolutamente involontario, e raddrizzarono la ruota anteriore. Così venne meno quell’equilibrio magico che mi aveva accompagnato, e dopo due ore, sei minuti e quindici secondi, qualcuno mi prese al volo, se no sarei caduto per terra».

Non fu solo gioia, il momento del trionfo. Perché Franco si ritrovò con il fisico che protestava violentemente contro quella tortura a cui era stato sottoposto: «Ricordo un dolore foltissimo al ginocchio, il professor Dal Monte che me lo controllava, e un male muscolare a livello lombare, dovuto alla posizione. Castello mi fece un massaggio a fondo per sciogliermi i muscoli, io ero quasi svenuto, con gli occhi chiusi. Dentro di me provavo una soddisfazione immensa, tutta che venivano a farmi i complimenti, “a Fra’ sei forte”, ma avevo male dappertutto. Che non fìnì quel giorno: per una settimana vidi male, avevo i contorni appannati. E per qualche notte non riuscii a dormire: era stata tutta la tensione che avevo accumulato, le scariche di adrenalina, so soltanto che mi ci vollero parecchi giorni prima che fossi di nuovo in possesso di tutte le mie facoltà. Era stata un’impresa, ma mi era costata. Anche per questo, tutte le ‘volte che mi venne in mente di pianificare un nuovo tentativo, questo ricordo prese il sopravvento. Sono convinto che adesso magari si troverebbe pure qualcuno in grado di farlo, con le tecniche di allenamento e di concentrazione odierne. Ma che all’epoca fu davvero qualche cosa di straordinario, di irripetibile.

«Per me era stato il momento ideale per provarci. Avevo 28 anni, ero nel pieno della mia efficienza atletica. E tecnicamente, non per essere immodesto, ma mi consideravo uno dei migliori interpreti del tandem, una ‘volta ero rimasto fermo a centrocurva con Giorgio Rossi, nel punto di massima pendenza di fronte agli occhi di Guido Costa. Credo che in Italia fossi il più abile in termini di equilibrio e sensibilità sul mezzo».

Quando ne parla adesso. Franco, trent’anni dopo, usa un banale quanto efficace termine di paragone per significare la portata della sua impresa: «Provate soltanto a stare immobili, con tutto il corpo, per dieci minuti. E pensate che oltre a questo, dovete tenere in equilibrio una bicicletta su una pista in pendenza».

Il suo segreto, visto a distanza di tanto tempo, fu la sua ‘feroce capacità di concentrarsi: «Avevo una motivazione fortissima. Da una parte uno stimolo positivo, la portata dell’impresa, il ritorno che ne avrei avuto nell’ambiente, la notizia uscì anche sui giornali, in effetti è ciò che ha segnato in maniera indelebile la mia carriera. Dall’altra parte avevo una grande paura di fallire. Una figuraccia era a portata di mano, anche perché tutti sapevano che ci avrei provato. E mi ripetevo: “Non posso sbagliare di fronte a un’equipe del professor Dal Monte”. E’ stato l’insieme di tutte queste tensioni, che ha creato un mix difficilmente riproducibile».

E non fu un’impresa che si esaurì lì. Perché Franco ne fece tesoro per le esperienze che seguirono: «Ne trassi molti insegnamenti. A cominciare dal fatto che con la volontà si può arrivare veramente dove la ragione magari non arriva. Fu la dimostrazione dell’importanza di un determinato approccio nervoso all’esercizio: chi patisce la tensione, le attese, non può riuscire in un esercizio di questo genere. E a maggior ragione se un atleta è tendenzialmente nervoso, chi gli sta attorno deve evitare di caricarlo di responsabilità”.

 Tratto da www.recordsurplace.com

Due ore, sei minuti e quindici secondiultima modifica: 2008-09-18T10:28:00+02:00da velocipedista
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