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Ernesto Colnago è da tutti ritenuto il maestro dei costruttori di telai ed uno dei “padrini” delle moderne biciclette da corsa su strada classiche. Ernesto nasce nel 1932 a Cambiago, un paesino alla periferia di Milano, in una famiglia di contadini e già ai tempi della scuola elementare aiuta il padre nel lavoro dei campi. Nel novembre 1945 è assunto con la qualifica di aiutante saldatore dalla Gloria, un’azienda milanese di biciclette. Per varcare i cancelli della fabbrica – sono richiesti 14 anni – viene modificata la data di nascita. "Mi hanno affidato ad un tecnico che saldava i telai - ricorderà in seguito - dovevo essere sempre concentrato sul lavoro: una volta che mi sono distratto, per richiamarmi all' ordine, mi ha indirizzato il getto della fiamma ossidrica sulla mano. Ho imparato subito la lezione". A 14 anni Colnago ottiene la sua prima licenza di correre e vince 13 corse nella sua carriera. La sua fortuna comincia con una caduta. Nel 1951, partecipando come ciclista dilettante alla Milano-Busseto, si frattura la gamba destra. Dovendo restare per 60 giorni ingessato, ottiene dalla Gloria di montare le ruote a casa. Nel 1952, lasciata la Gloria, si mette a costruire biciclette a Cambiago in un locale di venticinque metri quadrati. Parte così la storia della Colnago e del suo fondatore, un imprenditore che si è fatto da sé combinando insieme innovazioni tecnologiche e intuizioni di marketing. Dal 1955 ha continuamente migliorato le sue biciclette, con cui hanno corso e vinto i più grandi campioni del ciclismo (più di 100 team, 2.000 corridori e oltre 6.000 vittorie). Colnago si dimostra subito un innovatore: fin dall’inizio decide di sottomettere la geometria dei telai dell’epoca ad alcuni cambiamenti radicali e crea allo stesso tempo il moderno look delle bicicletta da corsa su strada. Fino a quel momento il design che dominò prima della guerra era quello di un telaio largo, una base lunga per le ruote ed il sellino solo qualche centimetro al di sopra del telaio. Da allora Colnago ha sempre avuto il polso della situazione, è a stretto contatto con i migliori ciclisti del mondo, per i quali, in molti casi, ha preparato personalmente le biciclette. Il vivace italiano ha fatto parte della squadra leggendaria Molteni di Rudi Altig e Eddy Merckx, Gianni Motta e Michele Dancelli, in qualità di meccanico. La sua prima intuizione risale agli anni Cinquanta, quando forgia a freddo la forcella. Nel 1972 arriva la bicicletta che ha segnato un’epoca con il record stabilito da Eddy Merckx nel 1972 a Città del Messico. Nel 1983, la Oval CX e il telaio Master, con cui Saronni vinse quell’anno il Giro d’Italia. Nel 1986, insieme con la Ferrari Engineering (una collaborazione che dura ancora), viene realizzato, il primo telaio in fibra di carbonio e, l’anno seguente, la “rivoluzionaria” forcella Precisa. Nel 1987 ebbe l’idea delle forcelle con i connettori dritti. Nel 1989 è progettato Colnago C35, un telaio monoscocca in carbonio, da cui deriva il Carbitubo, seguito nel 1991 dal Bititan, un telaio in titanio. Nel 1994 esce il C40 in carbonio (nessuna bicicletta ha vinto quanto la C40), nel 2000 la CF1 e nel 2001 la CF2. Nel 2003 nasce il C50, evoluzione del C40, un telaio in fibra composita che si è affermato nelle competizioni e nelle vendite in tutto il mondo. Tra tutte le vittorie ottenute in carriera, una speciale è entrata negli annali della storia Colnago: fu la vittoria del “diavolo fortunato” Dancelli nella Milano-San Remo nel 1970 che persuase Ernesto Colnago a cambiare il suo logo da un’aquila all’attuale asso di fiori. Il logo è rimasto lo stesso, ma la tecnologia dietro di esso ha rivoluzionato il modo di costruire biciclette. Tony Rominger batté il record mondiale orario su una Colnago in carbonio a monoscocca nel 1994 – 10 anni dopo Colnago festeggiò il 50° anniversario con la “nave ammiraglia”, il modernissimo modello di telaio C 50. L’ultimissima creazione è il telaio monoscocca a carbonio “Cristallo” con il tubo superiore inclinato, sul quale i corridori Milram e i loro colleghi di Rabobank, Landbouwkrediet-Colnago, Ceramica Panaria e Navigators Insurance Cycling Teams partecipano a tutte le competizioni internazionali. La fabbrica Colnago produce ogni anno 14-15 mila pezzi (10.000 telai esportati in tutto il mondo, soprattutto Usa 3.500 pezzi, il 15 per cento rappresentato da bici complete e il Giappone 1.500 pezzi, ma 500 biciclette complete) con fatturato di 22 milioni di Euro. La famiglia (il fratello Paolo, fa figlia Anna, il genero Giovanni e il giovane nipote Alessandro) lavora a tempo pieno nella ditta insieme con 25 operai specializzati. Inoltre abbiamo una compartecipazione in un' azienda in Toscana che provvede alla verniciatura ed una a Cambiago dove si saldano i telai» dice Ernesto Colnago, l' indiscutibile boss. 03:01 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: colnago, storia ernesto colnago, saronni, adorni | OKNOtizie | Facebook 17/11/2010 La storia di Umberto Dei Umberto Dei era già un meccanico apprendista quando ha iniziato la sua carriera come costruttore della sua prima bicicletta nel 1896, ma purtroppo per i suoi scarsi mezzi finanziari, dovette limitarsi alle costruzione di biciclette per piccoli commercianti locali e modelli da corsa per i suoi amici e compagni che correvano con lui e che pagavano in anticipo il costo dei materiali di costruzione. Era il 1897 quando Umberto Dei fu selezionato dal UVI e fu mandato a Parigi con tre altri corridori italiani per partecipare ad una corsa con i corridori francesi più noti del tempo. Gli italiani vinsero la concorrenza francese e Umberto contribuì molto efficacemente alla vittoria, disponendosi in seconda posizione dietro il Minozzi, allora campione italiano. Dei fu molto orgoglioso del piazzamento anche perché utilizzava una bicicletta autocostruita per quell’occasione ed i suoi compagni di squadra sostennero che la bici era più veloce perché aveva avuto la capacità di alleggerirla al massimo rendendo gli orli più stretti. Da quell’anno, Umberto Dei si trasformò in rappresentante della bandiera Italiana per la costruzione di bici da corsa e l’ascesa costante dei suoi prodotti iniziò, nonostante i suoi mezzi finanziari era ancora abbastanza limitata, ma ciò nonostante i professionisti migliori (già pagati dagli altri creatori) cominciarono a scegliere lui per la costruzione delle loro bici speciali e lo stesso accadde con molti corridori stranieri. Successivamente all’ ANCMA (fiera commerciale della bicicletta di Milano), nel 1929, Dei espose le sue bici appese a dei fili , indicando cosi la leggerezza delle bici rispetto a quelle più comuni, così facendo attrasse gli sguardi di tutta la stampa e di tutta la gente. Si trasferì in seguito nei nuovi locali in via Pasquale Paoli, 4 decisamente più grandi del negozio precedente dove ebbe il periodo di produzione più grande. Per molti anni, fu coinvolto in quasi tutti i tipi gare ciclistiche di tutte le specialità , con la sua marca vinceva tutti i tipi di campionati e di corse classiche, sulla pista come sulla strada, sia in Italia che all’estero. Durante gli anni che seguirono la guerra del 1915-18, Dei ebbe un’altra grande idea e costruì numerosi modelli con le caratteristiche speciali per i reduci e per gli handicappati. Nel 1936, durante le Olimpiadi di Berlino, Dei ebbe la soddisfazione eccezionale e bene-meritata di incaricato per fornire le bici per i corridori delle delegazioni ufficiali di molte squadre straniere come l’Argentina, il Brasile, l’Egitto, l’Uruguai, il Perù, la Romania, la Bulgaria, Colombia e la Turchia. Questa preferenza cospicua fu prova sicura della superiorità riconosciuta dei prodotti di Dei, pur costando considerevolmente più di quelle dei competitori. Nel 1923, fu eletto presidente dell'Unione Veterani Ciclisti Italiani. Dei fu anche il promotore del premio “di Costamagna„, del Premio "Romolo Buni" e del Premio "G.F. Tommaselli". Durante il triste anno 1943, la maggior parte della sua sede venne distrutta dal bombardamento e fu costretto ad interrompere la sua produzione. Tuttavia, pur avendo perso drasticamente la gran parte della sua fortuna e benche già avanti con gli anni si ristabilì nei nuovi locali di via San Vincenzo dove restitui rapidamente la sua marca alla più alta considerazione. 11:52 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: umberto dei, storia bicicletta, pista | OKNOtizie | Facebook 03/04/2010 La storia di Pogliaghi Come altri artigiani del mondo della bicicletta, anche Sante Pogliaghi inizia giovanissimo a districarsi tra tubi e saldature. Ha solo 11 anni quando comincia a frequentare la bottega dello zio Brambilla, telaista conosciuto a Milano sin dagli anni '20. Nel 1947, quando ormai si è fatto le ossa, apre la sua officina: due vetrine che si affacciano su viale Elvezia, a due passi dall'Arena. Costruisce solo telai su misura per le competizioni. Il catalogo della Pogliaghi Italcorse offre quattro modelli per la pista: velocità, inseguimento, mezzofondo e tandem, e due per la strada: corsa e cronometro. Il grande palcoscenico del Vigorelli, è vicino, e il fiore all'occhiello di Pogliaghi sono i tandem da pista, per cui utilizza tubi di diametro maggiorato e congiunzioni speciali che si costruisce da solo. Produce pochi telai all'anno. Dal 1947 alla fine degli anni '70 ha lavorato praticamente da solo, producendo al massimo un centinaio di biciclette all'anno. Alla fine degli anni '70 l'officina si allarga, assume sei operai e la produzione sale a quasi un migliaio di unità. Ognuno di loro costruisce il telaio dall'inizio alla fine. Parte dalla scatola del movimento e salda prima il tubo piantone e poi l'orizzontale. Dopo salda il tubo obliquo alla scatola. Alla fine completa il triangolo principale del telaio saldando il tubo di sterzo. E' un artigiano Sante Pogliaghi, ha angoli e misure in testa e costruisce a occhio. Dime e stampi non gli servono se non a sveltire il lavoro quando deve fare più telai dalle dimensioni identiche. Disegna telai che si adattano alla perfezione alle caratteristiche fisiche del ciclista e alle varie specialità. La sua fama cresce e la lista d'attesa per avere un suo telaio si allunga. Con i suoi telai corrono tra gli altri Sercu e Merckx, e gli italiani Beghetto, Faggin, Pettenella, Rossi. Le scritte cambiano a seconda dello sponsor, ma sulla pipa di sella compare sempre l'inconfondibile marchio di fabbrica, la sigla PSM: Pogliaghi Sante Milano. Nel 2000 Sante Pogliaghi muore. Aveva già ceduto il marchio alla Rossin, che sino alla metà degli anni '80 produsse biciclette a suo nome. In seguito il marchio passa di mano più volte, sino ad arrivare ai fratelli Basso negli anni '90, che da qualche tempo a questa parte hanno deciso di non utilizzarlo più. (testo tratto da www.ciclisucarta.it) 02:35 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: sante pogliaghi, sercu, merckx, beghetto, faggin, pettenella, rossi | OKNOtizie | Facebook 20/03/2010 La storia della Galmozzi Una volta se correvi in bici e avevi qualche ambizione mettevi da parte i soldi e prima o poi andavi a farti fare una bicicletta come si deve da un artigiano che aveva fama di eccellenza. A Milano i nomi erano i soliti: Cinelli, Galmozzi, Masi, Pogliaghi. Era un po' come andare dal sarto: il telaista ti misurava, poi sceglieva la stoffa, i tubi, e il taglio, vale a dire lunghezze, altezze e inclinazioni, in funzione dalla specialità, strada o pista, inseguimento o velocità, e confezionava un telaio che ti cadesse a pennello proprio come un abito ben fatto. Il telaista lavora però il metallo e non il tessuto e i suoi strumenti di lavoro sono simili a quelli del fabbro: morsa, lima, martello, cannello per saldare, insieme a qualche prezioso e insostituibile utensile autocostruito. Ci vogliono poi buone mani, passione ed esperienza. Oggi tanto i vestiti quanto le biciclette si comprano nei grandi magazzini, di sarti non ce ne sono quasi più, e nemmeno di telaisti. Se andate in cerca di qualcuna delle vecchie botteghe milanesi molto probabilmente ci trovate un bar alla moda dove un bicchiere di rosso vi costa come un pranzo in trattoria ma non sanno nemmeno dirvi che vino è. E' il caso della piccola bottega di Francesco Galmozzi, che si affacciava su via Melchiorre Gioia, oggi una grande arteria viabilistica dove in mezzo al traffico, alla polvere e al rumore corre, ironia della sorte, anche una delle rarissime piste ciclabili milanesi. Galmozzi non è un nome famoso. Di lui si parla molto poco. Il suo marchio non attira schiere di appassionati e collezionisti. Nonostante ciò aveva fondato la Cicli Gloria Milano nel 1922 assieme ad Alfredo Forcesi ed era uno dei telaisti migliori tra gli anni '50 e '70. Produceva pochi telai all'anno, apprezzati per la qualità delle rifiniture e le prestazioni eccellenti. Giocando con il suo cognome si invento' un ironico marchio, un galletto appollaiato su un mozzo, che oggi farebbe inorridire schiere di esperti di marketing. Purtroppo la passione è spesso difficile da tramandare e la sua arte non gli è sopravvissuta. (Testo tratto da www.ciclisucarta.it) 03:20 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: francesco galmozzi, biciclette, gloria, milano | OKNOtizie | Facebook 27/02/2010 La storia della Masi Se l'Italia era considerata la capitale mondiale della bicicletta da corsa forse lo deve ad artigiani come Faliero Masi, entrato oramai definitivamente nella leggenda. Faliero Masi è stato "il sarto" che dal 1949 nel negozio sotto l'altrettanto leggendario velodromo Vigorelli a Milano, in via Arona, ha scritto con il cannello di saldatura pagine memorabili nella storia del ciclismo. Nato a Sesto Fiorentino l’11 maggio del 1908, Faliero Masi impara l’arte di costruire bici da corsa su misura presso il laboratorio artigianale «Compostini» di Sesto Fiorentino. Ed è proprio con Cicli Compostini che inizia a correre. Partecipa a due Giri d’Italia, nel ’31 e nel ’32. Unica vittoria di rilievo la “Coppa Zucchi” del ’33. Corre sino al ’46. Conclusa la carriera professionistica, Faliero intraprende con successo quella di costruttore. Prima nella nativa Sesto Fiorentino e poi a Milano, dove si trasferisce nel ’49 su insistente pressione del noto velocista pratese Aldo Bini, vincitore fra l’altro di due edizioni del Giro di Lombardia (’35 e ’42). Prima una bottega in via Michelino da Besozzo; dopo pochi mesi il trasferimento sotto la curva del Vigorelli, dove ancora oggi si trova l’atelier Masi.Faliero segue con passione maniacale ogni fase di costruzione delle sue biciclette, realizzandole una per una totalmente a mano. Il successo del marchio Masi si fa spazio nel mondo: le sue biciclette sono considerate autentici pezzi unici, che gli appassionati si contendono come gioielli d’arte orafa. Molti i campioni per i quali Faliero costruisce biciclette su misura: Fausto Coppi, Fiorenzo Magni, Louison Bobet, Miguel Poblet, Rik Van Looy, Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Vittorio Adorni (con una bici Masi vinse il mondiale nel ’68 a Imola) e Eddy Merckx. Alla sua morte, avvenuta a Milano il 4 gennaio del 2000, cede lo scettro di re degli artigiani italiani della bicicletta al figlio Alberto, che tuttora continua la missione di famiglia con la stessa cura e la stessa passione ereditata da papà Faliero. Il marchio Masi è una griffe che nel mondo delle due ruote sta a significare cura, attenzione, meticolosità quasi maniacale, costruendo ancora oggi le biciclette una ad una, senza strafare ma guardando sempre alla cura anche del più piccolo particolare, del più banale dei dettagli. Le Masi sono oggetti così unici perchè per ogni cliente viene realizzato un telaio su misura. Pezzi numerati. Biciclette da collezione difficilmente riproducibili. Alberto è una sorta di sarto, di Stradivari del ciclismo, un Paganini che si lascia andare all’arte del costruire, sempre e soltanto con l’originalità di non ripetersi mai. L’appassionato è disposto a tutto pur di possederla. «C’è gente - spiega Alberto in una recente intervista - che fa proprio grandi sacrifici pur di averla un giorno...». Su Winning-Bicycle Racing Illustrated, periodico statunitense, la Masi è stata paragonata ad un oggetto di culto, tipo Ferrari o Rolls Royce. Tecnica ed esperienza: questo il segreto che ancora oggi coltiva Alberto Masi, mastro artigiano delle due ruote. Piccoli oggetti di culto, che da sempre fanno grande il mondo delle due ruote e l’arcipelago Masi. Oggi Alberto Masi ha 65 anni: ha iniziato a frequentare la bottega di papà Faliero ad 8. A 16 anni esordisce come meccanico ufficiale di Fausto Coppi al Giro d’Italia. Nel 1982 è il primo a costruire la “volumetrica”, ovvero la bici da corsa con tubazioni maggiorate e ovalizzate. Oggi produce qualcosa come 500 telai, di cui 200 sono biciclette complete. 02:59 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: masi faliero, volumetrica, vigorelli, alberto masi, artigiani della bicicletta | OKNOtizie | Facebook 15/02/2010 La Storia della Wilier Triestina W l'Italia Libera e redenta! Il nome di Wilier Triestina è legato doppiamente ai sentimenti nazionalistici del suo fondatore Pietro Dal Molin. Inizialmente il nome era semplicemente di Wilier, acronimo di W l'Italia Libera e redenta. In seguito, nell'autunno 1945, furono ancora forti sentimenti popolari nei confronti della martoriata città di Trieste a far aggiungere alla denominazione l'aggettivo Triestina. La storia di questo glorioso marchio di biciclette nasce nel 1906 grazie all'idea di Pietro Dal Molin un commerciante bassanese che decide di costruire in proprio biciclette. La sua fucina di "cavalli d'acciaio" sorge come un piccolo laboratorio sulle rive del Brenta, a Bassano del Grappa, e il suo successo aumenta di pari passo alla sempre maggior richiesta di biciclette. Sono gli anni della ricostruzione durante i quali la bicicletta diviene il più importante mezzo di trasporto cosiccome il ciclismo, insieme al calcio, diventa lo sport più popolare. Per questo motivo Dal Molin decide di allestire una squadra professionistica capitanata dal triestino Giordano Cottur, noto per essere succeduto nella Bassano-Monte Grappa per dilettanti nientemeno che a Gino Bartali. Nello stesso periodo sull'onda del sentimento popolare di apprensione per le sorti di Trieste, Dal Molin decide di associare al nome della sua azienda quello della città giuliana. Nasce così, nell'autunno del '45, la Wilier Triestina caratterizzata dal colore rosso-ramato delle sue biciclette, che diverrà in seguito autentico marchio di fabbrica. L'anno successivo la squadra partecipa al primo Giro d'Italia del dopoguerra inserendosi nel duello tra due grandi campioni, Coppi e Bartali, e ottenendo lusinghieri successi in diverse tappe. Alle vittorie sportive della Wilier, che entra a far parte delle più note case ciclistiche italiane, fa subito riscontro un grosso boom industriale che la porta ad ingrandire il proprio stabilimento e il proprio organico per far fronte alla sempre maggiore richiesta: la produzione raggiunge duecento biciclette al giorno con l'impiego di 300 dipendenti. Forte del successo e del prestigio ottenuto, nel '47 la Wilier si accaparra un giovane promettente: Fiorenzo Magni, che, anzichè uscire soffocato dal duello Coppi-Bartali, trova il modo di divenire il terzo grande protagonista del ciclismo italiano vincendo il Giro d'Italia del 1948. E' lo stesso anno che vede l'intensa attività della Wilier anche in Sud America, dove una piccola squadra di professionisti locali colleziona decine di vittorie. Purtroppo, dopo la prima entusiasmante fase di ricostruzione nazionale nei primi anni '50 ci si avvia verso il miracolo economico: la gente abbandona la bicicletta per scoprire lo scooter e la moto. Le aziende ciclistiche subiscono lo scotto del progresso che, nel '52, costringe la Wilier Triestina a chiudere i battenti e ad abbandonare anche l'attività agonistica. La storia di quest'azienda e del suo "gioiello ramato", grazie al suo particolare processo di cromatura, divenuto simbolo della casa veneta, rivive oggi grazie ai fratelli Gastaldello di Rossano Veneto che, fieri di poter riportare in auge una delle più note case ciclistiche italiane, nel 1969 hanno acquistato il marchio Wilier Triestina tornando a fornire cicli a decine di squadre professionistiche e dilettantistiche italiane e straniere. Attualmente la Wilier produce telai in fibra di carbonio e il alluminio, fornendo le biciclette alla squadra professionistica Lampre-Fondital, che ha in Damiano Cunego e Alessandro Ballan i suoi atleti di punta. 07:40 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: wilier, storia, pietro dal molin, bassano del grappa | OKNOtizie | Facebook 21/01/2010 La storia della Legnano La storia dei grandi marchi di biciclette italiane comincia dalla L di Legnano. Nessun marchio ciclistico come la Legnano può vantare un numero simile di successi in campo sportivo, grazie a campioni come Binda, Guerra, Bartali, Coppi e Baldini. Quello della Legnano è uno dei marchi ciclistici più antichi e conosciuti del mondo. Fin dal 1902 il nome Legnano ha significato qualità, affidabilità e stile nella produzione di biciclette. La grande tradizione Legnano si è formata sulle strade delle gare più importanti, come il Tour de France, il Giro d’Italia e le tante classiche vinte. E’ il 1902 quando l’officina di Vittorio Rossi inizia la sua attività di produzione biciclette. Sui telai in acciaio delle sue biciclette compare la scritta “Lignon”. Il marchio si dimostra da subito vincente: da lì a poco arriva infatti la prima vittoria in una gara ciclistica, la “Coppa Val di Taro”. Il nome Legnano entra nel mondo di tutti i giorni nel 1908, quando un certo Emilio Bozzi fonda la sua compagnia “Emilio Bozzi & C”. con sede a Milano, in Corso Genova 9. La sua intenzione è di produrre biciclette complete, seguendo quello che solo gli inglesi avevano già iniziato a fare in quel periodo. Bozzi aveva nel frattempo acquisito i marchi Perla e Frejus. Il primo modello prodotto si chiama Aurora. In seguito Emilio Bozzi si mette in società con Franco Tosi, un uomo d’affari di Legnano che stava cercando nuove opportunità di affari nel settore della produzione di biciclette. Lo stesso Tosi aveva già acquisito alcuni brevetti da una nuova compagnia inglese, la Wolsit. L’azienda, non ancora specializzata nella costruzione di biciclette, produsse il “Ciclomotore Wolsit”, fabbricato tra il 1910 e il 1914, di cui in seguito vendette il brevetto alla tedesca N.S.U. La svolta avviene nel 1924, quando il fascismo inizia ad interessarsi al mondo dei campioni dello sport ciclistico. L’ordine tassativo è che tutti i ciclisti italiani dovranno correre solo su biciclette italiane. E’ in questo momento che arriva la prima grande intuizione di Bozzi: offrire un contratto a vita ad un giovane imbianchino che trasferitosi in Francia con la famiglia, già si era distinto in 38 diverse gare ciclistiche: nasce così il mito di Alfredo Binda. Nel frattempo il nome dell’azienda cambia e si trasforma in Legnano. Il simbolo che la rappresenta è quello di Alberto da Giussano, il condottiero che riuscì a sconfiggere Federico Barbarossa. Si dice che sia stato lo stesso Binda a disegnare il primo bozzetto del marchio Legnano. Le biciclette Legnano passano da un iniziale colore blu al verde oliva, prima di approdare dalla fine degli anni ‘30 al caratteristico color “ramarro”. I telai Legnano presentano una caratteristica che li rende subito riconoscibili: il bullone ferma sella è posizionato nella parte anteriore del piantone verticale. Binda si dimostra un vero investimento per la Legnano: con la casacca verderossa vince 5 edizioni del Giro d’Italia, nel 1925, 1927, 1928, 1929 e 1933. Nel 1930 l’organizzazione del Giro lo pagò 22.500 lire perché non partecipasse. Il marchio Legnano diventa così famoso in tutto il mondo. Mentre la fabbrica produce eccellenti biciclette, il settore sportivo viene affidato ad Eberardo Pavesi detto “l’avucatt". Con lui alla guida la Legnano raggiunge l’apice del ciclismo mondiale: 6 titoli mondiali conquistati (solo Binda ne vince 3) 15 edizioni del Giro d'Italia, 2 Tour de France e dozzine di altre classiche vinte. Il mito di Binda tramonta nel 1930 a causa di una brutta caduta. In quel periodo inizia a farsi sentire la rivalità con la Bianchi. Pavesi però ha un altro asso nella manica: il suo nome è Gino Bartali, che approda in Legnano nel 1936 a soli 22 anni, dopo una stagione passata alla Frejus. Bartali ringrazia della fiducia vincendo nello stesso anno il Giro d’Italia e due anni più tardi regala alla Legnano il suo primo successo al Tour de France. Il colore giallo che sostituisce per il Tour il tradizionale verde Legnano porta bene alla casa milanese. Con Bartali riparte una nuova stagione di successi per la marca del guerriero, che arriva al suo apice nel 1939 quando Pavesi affianca all’esperto Bartali un giovane “tutto pelle e ossa”, chiamato Fausto Coppi. Senza saperlo, Pavesi aveva dato il via alla sfida ciclistica che da lì a poco avrebbe diviso l’Italia in due. Fino al 1942 Gino e Fausto corrono fianco a fianco nella Legnano macinando successi contro tutti i loro avversari. A dividerli ora non è la loro rivalità, ma la seconda Guerra Mondiale che li farà reincontrare solo 5 anni dopo e da avversari. Prima della pausa forzata a causa del conflitto militare Fausto regala un’ultima fiammata ai tifosi Legnano: è il record dell’ora che conquista al Vigorelli di Milano sotto i bombardamenti nemici. Nell’immediato dopoguerra l’Italia ha bisogno di eroi a cui attaccarsi. Li trova nel mondo del ciclismo: i loro nomi sono Gino e Fausto, che per la gioia di tutti tornano a correre sebbene per squadre separate. Coppi ha appena siglato un contratto con la Bianchi. Ma Bartali non intende lasciargli spazio e mostra il suo carattere con la vittoria al Tour de France del 1948. Nel 1949 Gino lascia la Legnano, che stenta a trovare un sostituto alla sua altezza. L’astinenza dal podio dura fino al 1956. Alle Olimpiadi di Melbourne il giovane forlivese Ercole Baldini vince la gara di corsa su strada e riporta il marchio di Emilio Bozzi sui gradini più alti del mondo. Da lì a poco Baldini regalerà un’altra serie di successi alla Legnano: su una bicicletta leggerissima per l’epoca batte il record dell’ora di Coppi, mentre nel 1958 si aggiudica il Campionato del Mondo. La Legnano stenta a trovare campioni alla portata della sua storia e inizia un lento ma inesorabile declino, che culmina con l’assassinio di Emilio Bozzi negli anni ’70 ad opera di un gruppo terroristico. Dopo la sua scomparsa, la famiglia non intende rilevare l’azienda, che dopo un periodo di vicissitudini nel 1987 viene ceduta alla Bianchi, rivale di sempre. Oggi entrambi i marchi sono stati acquisiti dalla multinazionale Cycleurope, che ha deciso di mantenere alta la tradizione del marchio Bianchi, a discapito della Legnano, relegata a produzioni economiche di basso livello. 02:05 Scritto da: velocipedista in Biciclette d'epoca, Ciclismo eroico, La storia dei grandi marchi italiani di biciclette, Storia della bicicletta | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: storia legnano, binda, bartali, lignon 1902, coppi, frejus, wolsit | OKNOtizie | Facebook 30/11/2009 La Storia della Bianchi Correva il 1885 quando Edoardo Bianchi - all’età di ventun’anni - iniziò l’attività di costruttore ciclistico nel suo piccolo negozio milanese di via Nirone. Il forte spirito innovatore caratterizzò la sua vita ed il suo lavoro, distinguendolo da tutti i costruttori dell'epoca. La sua prima idea, concepita centoventi anni orsono, fu quella di ridurre il diametro della ruota anteriore, supplendo allo sviluppo dinamico con l'applicazione della catena - da poco inventata dal francese Vincent - e l'abbassamento dei pedali. Nacque così il "Safety", un biciclo di sicurezza che fu la prima vera bicicletta moderna. Il principale vantaggio offerto da questo veicolo era la stabilità: non servivano acrobazie per rimanere in equilibrio. Edoardo sviluppò quindi un modello con ruote di diametro inferiore, pressoché identiche: l'Italia aveva scoperto il costruttore che avrebbe caratterizzato per oltre un secolo la produzione ciclistica nazionale. Il "piccolo fabbro" si era trasferito, per ampliare l'officina, da via Nirone a via Bertani. E fu da questa officina che uscì, nel 1888, la prima bicicletta con gomme pneumatiche, inventate dal veterinario scozzese Dunlop. Nel 1895 Edoardo Bianchi fu invitato a corte, nella Villa Reale di Monza. La Regina Margherita aveva sentito parlare delle sue originali biciclette e voleva imparare a cavalcarle. Bianchi realizzò appositamente per lei la prima bicicletta da donna. Sin dagli inizi dell'attività, Edoardo Bianchi rivolse la sua attenzione all'innovazione e al mondo dello sport. Le competizioni ciclistiche rappresentavano per il giovane costruttore il modo migliore di collaudare le nuove soluzioni tecniche, prima di immetterle in produzione. Il primo successo sportivo internazionale della storia Bianchi risale al 1899, anno in cui Tommaselli si aggiudicò il Grand Prix de La Ville di Parigi. Iniziava allora una grande avventura sportiva, che avrebbe determinato la crescita di un'azienda nata a livello artigianale solo quattro anni prima, e destinata a diventare una delle più importanti realtà industriali del settore a livello mondiale. Nel 1901 Edoardo Bianchi propose la prima bicicletta equipaggiata con trasmissione a cardano. Nel 1913 inventò il dispositivo frenante anteriore. Nel 1914 Bianchi era ormai un costruttore affermato e di grande successo: in un anno la produzione si assestò su cifre impressionanti: 45.000 biciclette, 1.500 motociclette e 1.000 automobili. I successi industriali non lo distolsero comunque dall'innovazione continua. Nel 1915 realizzò la bicicletta militare con gomme pneumatiche di grande sezione, telaio pieghevole, sospensioni su entrambe le ruote. Questa singolare due ruote venne affidata ai Bersaglieri dell'Esercito Regio e impiegata fuoristrada, dalle Alpi ai deserti africani: era nata la prima Mountain Bike, vera prefigurazione dei modelli odierni. I successi sportivi si susseguirono per Bianchi di pari passo con quelli produttivi e da allora le biciclette celesti hanno vinto sulle strade di tutto il mondo. Costante Girardengo fu il primo dei grandi campioni del ciclismo mondiale a legare il proprio nome alle biciclette di Edoardo Bianchi. Nel 1935, dopo 50 anni di attività, Bianchi era diventata una grande azienda, leader assoluta del mercato italiano, che produceva oltre 70.000 biciclette all'anno. Ma i successi commerciali non fecero dimenticare le competizioni, che anzi trovarono un enorme impulso grazie alle gesta di Fausto Coppi. Nel 1947 Coppi fu Campione del Mondo dell'inseguimento e si aggiudicò il secondo Giro d'Italia. Il primo Tour de France, nel 1949, lo vinse quando già tutti lo avevano dato per sconfitto in seguito a una caduta nella tappa di Saint Malò, che lo aveva portato al limite del tempo massimo. Guadagnò più di un'ora sul piccolo francese Marinelli in maglia gialla, Bartali - secondo alla fine - gli terminò a 11 minuti. Sempre quell'anno, fu il primo ad imporsi nella medesima stagione al Giro ed al Tour, sconfiggendo i fisiologi che avevano ritenuto l'impresa impossibile. Ancora nel 1949, fu Campione del Mondo dell'inseguimento. Nel 1952, per rendere vivace la corsa alle sue spalle, gli organizzatori del Tour istituirono premi speciali. Si aggiudicò nuovamente il Tour de France e il Giro d'Italia nella stessa stagione. Nel 1953 fu Campione del Mondo su strada e vinse il suo quinto Giro d'Italia. Cinque affermazioni uniche, inimitabili per modalità e stile, che diventarono oggetto di racconti popolari, letterari, cinematografici. Fausto Coppi non sognava di vincere molto; voleva vincere bene. Fu uno dei pochissimi, in tutta la storia del ciclismo, a poterlo fare. Il 1973 fu l'anno del secondo alloro mondiale, conquistato da Felice Gimondi, cui seguiranno quello del 1986 di Moreno Argentin e quello del 1992 di Gianni Bugno. Nel 1980 Bianchi entrò a far parte del Gruppo Piaggio. Nel 1982 lanciò in Europa le "BMX", biciclette particolari che consentono grandi evoluzioni fuoristrada, destinate ai giovani. Nel 1984 fu la volta della "Mountain Bike", la bicicletta fuoristrada studiata e progettata in collaborazione con Bianchi USA. Nel 1987 Bianchi acquisì il marchio austriaco "Puch". Nel 1990 l’invenzione di un'ulteriore, nuova tipologia di prodotto che stabilì definitivamente i parametri costruttivi della moderna bicicletta da turismo. Si chiamava Bianchi "Spillo" e in pochissimo tempo diventò un punto di riferimento nel settore, tanto che oggi non c'è costruttore al mondo che non basi la propria gamma su modelli di questa tipologia. Nel frattempo Bianchi, senza trascurare le corse su strada, si dedicò alle competizioni mountain bike. Nel 1991 fu Campione del Mondo MTB specialità "Down Hill" con Bruno Zanchi. Nel 1993 fu Campione del Mondo MTB specialità "Cross Country" con Dario Acquaroli. Nel 1995 Bianchi rivisitò a fondo i modelli city bike attraverso un 'Progetto City' volto all'applicazione, per la prima volta su biciclette, di futuristiche strutture di telaio realizzate con parametri ergonomici di nuova concezione. 1998: l'anno del trionfo. Marco Pantani fa il vuoto al Giro d’Italia ed al Tour de France: una doppietta riuscita solo a pochissimi, per dimostrare a sé ed agli altri di non essere solo l'uomo delle vittorie di un giorno, delle fughe in montagna fine a sé stesse. Il miglior Pirata, il ritratto della gioia incontenibile: quello che tutti vogliono e continuano a ricordare. Ma è anche l’anno di Stefano Garzelli, amico fidato e fedele compagno del Pirata, che al Giro di Svizzera “bagna” per la prima volta la sua carriera e di Marco Velo, della vittoria nei Campionati italiani a cronometro, degli straripanti successi MTB dei team Martini Racing (cross country e downhill). Nel 1999, mentre la vita ed il destino giocano con i sogni del Pirata, infrangendo la sua rincorsa alla gloria assoluta, Marco Velo lo affianca con dedizione unica, confermando però anche tutte le sue formidabili doti di cronoman. Per Bianchi Mercatone Uno, squadra solida ed unitissima, è la conferma di un talento. Dario Aquaroli e Nadia De Negri, insieme al nuovo gioiello francesce Gregory Vollet, confermano il team Martini Racing MTB come una delle indiscusse realtà in ambito offroad. 2000 Mentre Garzelli vince il Giro del Giubileo “scortato” da Marco Pantani, e Velo umilia per l’ennesima volta il cronometro laureandosi nuovamente campione italiano, il secolo si chiude con l’anno d’oro delle Mountain. 15:36 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: storia delle biciclette bianchi, verde bianchi, coppi, edoardo bianchi, biciclette bianchi anni 1940 | OKNOtizie | Facebook 31/01/2009 La storia della Stucchi La Stucchi è una delle marche che ha fatto la storia del ciclismo italiano della prima metà del 1900. Il suo esordio nelle corse avviene nel Giro d’Italia del 1910 con una squadra composta da sei corridori. L’apice del successo arriva nel 1914: il 7 giugno di quell’anno, su una bicicletta Stucchi, Alfonso Calzolari si aggiudica a Milano la vittoria del sesto Giro d’Italia. Vittoria epica in quanto quell’anno, dopo 3162 chilometri massacranti, solo otto corridori sugli 81 partenti terminarono la corsa. 05:50 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: stucchi, biciclette stucchi, storia del giro d'italia | OKNOtizie | Facebook 06/11/2008 La storia di Mario Confente Come può essere diventato famoso un costruttore che ha realizzato nella sua vita solo 135 biciclette? Probabilmente molti di voi non lo conoscono, il suo nome non ha quasi mai adornato telai di biciclette e non è mai stato pantografato su attacchi manubrio e corone. Eppure Mario Confente è stato uno dei migliori telaisti del mondo, un innovatore, un artista. Veronese di Montorio, iniziò a costruire telai per sé e per i compagni già mentre correva in bici da dilettante, nella Bencini, squadrone degli anni '60 in cui militavano tra gli altri Flaviano Vicentini, Pietro Guerra e Severino Andreoli. Quando nel '68, dopo una caduta in pista, smise di correre, si buttò a tempo pieno in questa attività. E i vecchi compagni continuarono a vincere sulle sue biciclette. Fu su un gioiello da pista costruito da Confente che Pietro Guerra, già campione del mondo della 100 km nel '68, vinse il campionato italiano di inseguimento individuale professionisti nel 1970 e nel 1971. La sua reputazione cresceva e Confente iniziò a costruire telai per marchi importanti come Bianchi e Masi e per corridori famosi, primo fra tutti Eddy Merckx. Ma come spesso succede, il suo nome non compariva mai. Quando Faliero Masi aprì uno stabilimento negli USA, Confente fu spedito là a sovrintenderne la produzione e ad addestrare gli operai. Nei tre anni sotto la sua guida lo stabilimento sfornò 2.200 biciclette. Nel 1976 Confente aprì un suo laboratorio a Los Angeles e riuscì finalmente a firmare le sue biciclette. Lo sprinter e più volte campione nazionale statunitense nel chilometro da fermo Jerry Ash partecipò ai mondiali di ciclismo su pista nel 1976, '77 e '78 con un telaio Confente. Le biciclette costruite da Mario Confente sono apprezzate per le loro eccezionali qualità tecniche ed estetiche ed esercitarono una forte influenza e una spinta innovatrice sul mercato statunitense. Quando morì nel 1979 aveva 34 anni. A suo ricordo esistono al mondo solo 135 biciclette che portano il suo nome: 124 da strada e 11 da pista. Ovviamente sono dei capolavori. (tratto da www.ciclisucarta.it) 08:47 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: mario confente, artigiano, masi | OKNOtizie | Facebook 1 2 Prossimo
03:01 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: colnago, storia ernesto colnago, saronni, adorni | OKNOtizie | Facebook
Successivamente all’ ANCMA (fiera commerciale della bicicletta di Milano), nel 1929, Dei espose le sue bici appese a dei fili , indicando cosi la leggerezza delle bici rispetto a quelle più comuni, così facendo attrasse gli sguardi di tutta la stampa e di tutta la gente.
Si trasferì in seguito nei nuovi locali in via Pasquale Paoli, 4 decisamente più grandi del negozio precedente dove ebbe il periodo di produzione più grande. Per molti anni, fu coinvolto in quasi tutti i tipi gare ciclistiche di tutte le specialità , con la sua marca vinceva tutti i tipi di campionati e di corse classiche, sulla pista come sulla strada, sia in Italia che all’estero. Durante gli anni che seguirono la guerra del 1915-18, Dei ebbe un’altra grande idea e costruì numerosi modelli con le caratteristiche speciali per i reduci e per gli handicappati. Nel 1936, durante le Olimpiadi di Berlino, Dei ebbe la soddisfazione eccezionale e bene-meritata di incaricato per fornire le bici per i corridori delle delegazioni ufficiali di molte squadre straniere come l’Argentina, il Brasile, l’Egitto, l’Uruguai, il Perù, la Romania, la Bulgaria, Colombia e la Turchia. Questa preferenza cospicua fu prova sicura della superiorità riconosciuta dei prodotti di Dei, pur costando considerevolmente più di quelle dei competitori. Nel 1923, fu eletto presidente dell'Unione Veterani Ciclisti Italiani. Dei fu anche il promotore del premio “di Costamagna„, del Premio "Romolo Buni" e del Premio "G.F. Tommaselli".
Durante il triste anno 1943, la maggior parte della sua sede venne distrutta dal bombardamento e fu costretto ad interrompere la sua produzione. Tuttavia, pur avendo perso drasticamente la gran parte della sua fortuna e benche già avanti con gli anni si ristabilì nei nuovi locali di via San Vincenzo dove restitui rapidamente la sua marca alla più alta considerazione.
11:52 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: umberto dei, storia bicicletta, pista | OKNOtizie | Facebook
02:35 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: sante pogliaghi, sercu, merckx, beghetto, faggin, pettenella, rossi | OKNOtizie | Facebook
Giocando con il suo cognome si invento' un ironico marchio, un galletto appollaiato su un mozzo, che oggi farebbe inorridire schiere di esperti di marketing. Purtroppo la passione è spesso difficile da tramandare e la sua arte non gli è sopravvissuta.
(Testo tratto da www.ciclisucarta.it)
03:20 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: francesco galmozzi, biciclette, gloria, milano | OKNOtizie | Facebook
Se l'Italia era considerata la capitale mondiale della bicicletta da corsa forse lo deve ad artigiani come Faliero Masi, entrato oramai definitivamente nella leggenda. Faliero Masi è stato "il sarto" che dal 1949 nel negozio sotto l'altrettanto leggendario velodromo Vigorelli a Milano, in via Arona, ha scritto con il cannello di saldatura pagine memorabili nella storia del ciclismo.
Nato a Sesto Fiorentino l’11 maggio del 1908, Faliero Masi impara l’arte di costruire bici da corsa su misura presso il laboratorio artigianale «Compostini» di Sesto Fiorentino. Ed è proprio con Cicli Compostini che inizia a correre. Partecipa a due Giri d’Italia, nel ’31 e nel ’32. Unica vittoria di rilievo la “Coppa Zucchi” del ’33. Corre sino al ’46.
Conclusa la carriera professionistica, Faliero intraprende con successo quella di costruttore. Prima nella nativa Sesto Fiorentino e poi a Milano, dove si trasferisce nel ’49 su insistente pressione del noto velocista pratese Aldo Bini, vincitore fra l’altro di due edizioni del Giro di Lombardia (’35 e ’42). Prima una bottega in via Michelino da Besozzo; dopo pochi mesi il trasferimento sotto la curva del Vigorelli, dove ancora oggi si trova l’atelier Masi.Faliero segue con passione maniacale ogni fase di costruzione delle sue biciclette, realizzandole una per una totalmente a mano. Il successo del marchio Masi si fa spazio nel mondo: le sue biciclette sono considerate autentici pezzi unici, che gli appassionati si contendono come gioielli d’arte orafa.
Molti i campioni per i quali Faliero costruisce biciclette su misura: Fausto Coppi, Fiorenzo Magni, Louison Bobet, Miguel
Poblet, Rik Van Looy, Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Vittorio Adorni (con una bici Masi vinse il mondiale nel ’68 a Imola) e Eddy Merckx.
Alla sua morte, avvenuta a Milano il 4 gennaio del 2000, cede lo scettro di re degli artigiani italiani della bicicletta al figlio Alberto, che tuttora continua la missione di famiglia con la stessa cura e la stessa passione ereditata da papà Faliero. Il marchio Masi è una griffe che nel mondo delle due ruote sta a significare cura, attenzione, meticolosità quasi maniacale, costruendo ancora oggi le biciclette una ad una, senza strafare ma guardando sempre alla cura anche del più piccolo particolare, del più banale dei dettagli.
Le Masi sono oggetti così unici perchè per ogni cliente viene realizzato un telaio su misura. Pezzi numerati. Biciclette da collezione difficilmente riproducibili. Alberto è una sorta di sarto, di Stradivari del ciclismo, un Paganini che si lascia andare all’arte del costruire, sempre e soltanto con l’originalità di non ripetersi mai.
L’appassionato è disposto a tutto pur di possederla. «C’è gente - spiega Alberto in una recente intervista - che fa proprio grandi sacrifici pur di averla un giorno...». Su Winning-Bicycle Racing Illustrated, periodico statunitense, la Masi è stata paragonata ad un oggetto di culto, tipo Ferrari o Rolls Royce. Tecnica ed esperienza: questo il segreto che ancora oggi coltiva Alberto Masi, mastro artigiano delle due ruote. Piccoli oggetti di culto, che da sempre fanno grande il mondo delle due ruote e l’arcipelago Masi. Oggi Alberto Masi ha 65 anni: ha iniziato a frequentare la bottega di papà Faliero ad 8. A 16 anni esordisce come meccanico ufficiale di Fausto Coppi al Giro d’Italia. Nel 1982 è il primo a costruire la “volumetrica”, ovvero la bici da corsa con tubazioni maggiorate e ovalizzate. Oggi produce qualcosa come 500 telai, di cui 200 sono biciclette complete.
02:59 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: masi faliero, volumetrica, vigorelli, alberto masi, artigiani della bicicletta | OKNOtizie | Facebook
W l'Italia Libera e redenta!
Il nome di Wilier Triestina è legato doppiamente ai sentimenti nazionalistici del suo fondatore Pietro Dal Molin. Inizialmente il nome era semplicemente di Wilier, acronimo di W l'Italia Libera e redenta. In seguito, nell'autunno 1945, furono ancora forti sentimenti popolari nei confronti della martoriata città di Trieste a far aggiungere alla denominazione l'aggettivo Triestina.
La storia di questo glorioso marchio di biciclette nasce nel 1906 grazie all'idea di Pietro Dal Molin un commerciante bassanese che decide di costruire in proprio biciclette. La sua fucina di "cavalli d'acciaio" sorge come un piccolo laboratorio sulle rive del Brenta, a Bassano del Grappa, e il suo successo aumenta di pari passo alla sempre maggior richiesta di biciclette.
Sono gli anni della ricostruzione durante i quali la bicicletta diviene il più importante mezzo di trasporto cosiccome il ciclismo, insieme al calcio, diventa lo sport più popolare. Per questo motivo Dal Molin decide di allestire una squadra professionistica capitanata dal triestino Giordano Cottur, noto per essere succeduto nella Bassano-Monte Grappa per dilettanti nientemeno che a Gino Bartali.
Nello stesso periodo sull'onda del sentimento popolare di apprensione per le sorti di Trieste, Dal Molin decide di associare al nome della sua azienda quello della città giuliana. Nasce così, nell'autunno del '45, la Wilier Triestina caratterizzata dal colore rosso-ramato delle sue biciclette, che diverrà in seguito autentico marchio di fabbrica. L'anno successivo la squadra partecipa al primo Giro d'Italia del dopoguerra inserendosi nel duello tra due grandi campioni, Coppi e Bartali, e ottenendo lusinghieri successi in diverse tappe. Alle vittorie sportive della Wilier, che entra a far parte delle più note case ciclistiche italiane, fa subito riscontro un grosso boom industriale che la porta ad ingrandire il proprio stabilimento e il proprio organico per far fronte alla sempre maggiore richiesta: la produzione raggiunge duecento biciclette al giorno con l'impiego di 300 dipendenti.
Forte del successo e del prestigio ottenuto, nel '47 la Wilier si accaparra un giovane promettente: Fiorenzo Magni, che, anzichè uscire soffocato dal duello Coppi-Bartali, trova il modo di divenire il terzo grande protagonista del ciclismo italiano vincendo il Giro d'Italia del 1948. E' lo stesso anno che vede l'intensa attività della Wilier anche in Sud America, dove una piccola squadra di professionisti locali colleziona decine di vittorie. Purtroppo, dopo la prima entusiasmante fase di ricostruzione nazionale nei primi anni '50 ci si avvia verso il miracolo economico: la gente abbandona la bicicletta per scoprire lo scooter e la moto. Le aziende ciclistiche subiscono lo scotto del progresso che, nel '52, costringe la Wilier Triestina a chiudere i battenti e ad abbandonare anche l'attività agonistica.
La storia di quest'azienda e del suo "gioiello ramato", grazie al suo particolare processo di cromatura, divenuto simbolo della casa veneta, rivive oggi grazie ai fratelli Gastaldello di Rossano Veneto che, fieri di poter riportare in auge una delle più note case ciclistiche italiane, nel 1969 hanno acquistato il marchio Wilier Triestina tornando a fornire cicli a decine di squadre professionistiche e dilettantistiche italiane e straniere.
Attualmente la Wilier produce telai in fibra di carbonio e il alluminio, fornendo le biciclette alla squadra professionistica Lampre-Fondital, che ha in Damiano Cunego e Alessandro Ballan i suoi atleti di punta.
07:40 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: wilier, storia, pietro dal molin, bassano del grappa | OKNOtizie | Facebook
La storia dei grandi marchi di biciclette italiane comincia dalla L di Legnano. Nessun marchio ciclistico come la Legnano può vantare un numero simile di successi in campo sportivo, grazie a campioni come Binda, Guerra, Bartali, Coppi e Baldini. Quello della Legnano è uno dei marchi ciclistici più antichi e conosciuti del mondo. Fin dal 1902 il nome Legnano ha significato qualità, affidabilità e stile nella produzione di biciclette. La grande tradizione Legnano si è formata sulle strade delle gare più importanti, come il Tour de France, il Giro d’Italia e le tante classiche vinte. E’ il 1902 quando l’officina di Vittorio Rossi inizia la sua attività di produzione biciclette. Sui telai in acciaio delle sue biciclette compare la scritta “Lignon”. Il marchio si dimostra da subito vincente: da lì a poco arriva infatti la prima vittoria in una gara ciclistica, la “Coppa Val di Taro”. Il nome Legnano entra nel mondo di tutti i giorni nel 1908, quando un certo Emilio Bozzi fonda la sua compagnia “Emilio Bozzi & C”. con sede a Milano, in Corso Genova 9. La sua intenzione è di produrre biciclette complete, seguendo quello che solo gli inglesi avevano già iniziato a fare in quel periodo. Bozzi aveva nel frattempo acquisito i marchi Perla e Frejus. Il primo modello prodotto si chiama Aurora. In seguito Emilio Bozzi si mette in società con Franco Tosi, un uomo d’affari di Legnano che stava cercando nuove opportunità di affari nel settore della produzione di biciclette. Lo stesso Tosi aveva già acquisito alcuni brevetti da una nuova compagnia inglese, la Wolsit. L’azienda, non ancora specializzata nella costruzione di biciclette, produsse il “Ciclomotore Wolsit”, fabbricato tra il 1910 e il 1914, di cui in seguito vendette il brevetto alla tedesca N.S.U. La svolta avviene nel 1924, quando il fascismo inizia ad interessarsi al mondo dei campioni dello sport ciclistico. L’ordine tassativo è che tutti i ciclisti italiani dovranno correre solo su biciclette italiane. E’ in questo momento che arriva la prima grande intuizione di Bozzi: offrire un contratto a vita ad un giovane imbianchino che trasferitosi in Francia con la famiglia, già si era distinto in 38 diverse gare ciclistiche: nasce così il mito di Alfredo Binda. Nel frattempo il nome dell’azienda cambia e si trasforma in Legnano. Il simbolo che la rappresenta è quello di Alberto da Giussano, il condottiero che riuscì a sconfiggere Federico Barbarossa. Si dice che sia stato lo stesso Binda a disegnare il primo bozzetto del marchio Legnano. Le biciclette Legnano passano da un iniziale colore blu al verde oliva, prima di approdare dalla fine degli anni ‘30 al caratteristico color “ramarro”. I telai Legnano presentano una caratteristica che li rende subito riconoscibili: il bullone ferma sella è posizionato nella parte anteriore del piantone verticale.
Binda si dimostra un vero investimento per la Legnano: con la casacca verderossa vince 5 edizioni del Giro d’Italia, nel 1925, 1927, 1928, 1929 e 1933. Nel 1930 l’organizzazione del Giro lo pagò 22.500 lire perché non partecipasse. Il marchio Legnano diventa così famoso in tutto il mondo. Mentre la fabbrica produce eccellenti biciclette, il settore sportivo viene affidato ad Eberardo Pavesi detto “l’avucatt". Con lui alla guida la Legnano raggiunge l’apice del ciclismo mondiale: 6 titoli mondiali conquistati (solo Binda ne vince 3) 15 edizioni del Giro d'Italia, 2 Tour de France e dozzine di altre classiche vinte. Il mito di Binda tramonta nel 1930 a causa di una brutta caduta. In quel periodo inizia a farsi sentire la rivalità con la Bianchi. Pavesi però ha un altro asso nella manica: il suo nome è Gino Bartali, che approda in Legnano nel 1936 a soli 22 anni, dopo una stagione passata alla Frejus. Bartali ringrazia della fiducia vincendo nello stesso anno il Giro d’Italia e due anni più tardi regala alla Legnano il suo primo successo al Tour de France. Il colore giallo che sostituisce per il Tour il tradizionale verde Legnano porta bene alla casa milanese. Con Bartali riparte una nuova stagione di successi per la marca del guerriero, che arriva al suo apice nel 1939 quando Pavesi affianca all’esperto Bartali un giovane “tutto pelle e ossa”, chiamato Fausto Coppi. Senza saperlo, Pavesi aveva dato il via alla sfida ciclistica che da lì a poco avrebbe diviso l’Italia in due. Fino al 1942 Gino e Fausto corrono fianco a fianco nella Legnano macinando successi contro tutti i loro avversari. A dividerli ora non è la loro rivalità, ma la seconda Guerra Mondiale che li farà reincontrare solo 5 anni dopo e da avversari. Prima della pausa forzata a causa del conflitto militare Fausto regala un’ultima fiammata ai tifosi Legnano: è il record dell’ora che conquista al Vigorelli di Milano sotto i bombardamenti nemici. Nell’immediato dopoguerra l’Italia ha bisogno di eroi a cui attaccarsi. Li trova nel mondo del ciclismo: i loro nomi sono Gino e Fausto, che per la gioia di tutti tornano a correre sebbene per squadre separate. Coppi ha appena siglato un contratto con la Bianchi. Ma Bartali non intende lasciargli spazio e mostra il suo carattere con la vittoria al Tour de France del 1948. Nel 1949 Gino lascia la Legnano, che stenta a trovare un sostituto alla sua altezza. L’astinenza dal podio dura fino al 1956. Alle Olimpiadi di Melbourne il giovane forlivese Ercole Baldini vince la gara di corsa su strada e riporta il marchio di Emilio Bozzi sui gradini più alti del mondo. Da lì a poco Baldini regalerà un’altra serie di successi alla Legnano: su una bicicletta leggerissima per l’epoca batte il record dell’ora di Coppi, mentre nel 1958 si aggiudica il Campionato del Mondo. La Legnano stenta a trovare campioni alla portata della sua storia e inizia un lento ma inesorabile declino, che culmina con l’assassinio di Emilio Bozzi negli anni ’70 ad opera di un gruppo terroristico. Dopo la sua scomparsa, la famiglia non intende rilevare l’azienda, che dopo un periodo di vicissitudini nel 1987 viene ceduta alla Bianchi, rivale di sempre. Oggi entrambi i marchi sono stati acquisiti dalla multinazionale Cycleurope, che ha deciso di mantenere alta la tradizione del marchio Bianchi, a discapito della Legnano, relegata a produzioni economiche di basso livello.
02:05 Scritto da: velocipedista in Biciclette d'epoca, Ciclismo eroico, La storia dei grandi marchi italiani di biciclette, Storia della bicicletta | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: storia legnano, binda, bartali, lignon 1902, coppi, frejus, wolsit | OKNOtizie | Facebook
Correva il 1885 quando Edoardo Bianchi - all’età di ventun’anni - iniziò l’attività di costruttore ciclistico nel suo piccolo negozio milanese di via Nirone. Il forte spirito innovatore caratterizzò la sua vita ed il suo lavoro, distinguendolo da tutti i costruttori dell'epoca. La sua prima idea, concepita centoventi anni orsono, fu quella di ridurre il diametro della ruota anteriore, supplendo allo sviluppo dinamico con l'applicazione della catena - da poco inventata dal francese Vincent - e l'abbassamento dei pedali.
Nacque così il "Safety", un biciclo di sicurezza che fu la prima vera bicicletta moderna. Il principale vantaggio offerto da questo veicolo era la stabilità: non servivano acrobazie per rimanere in equilibrio. Edoardo sviluppò quindi un modello con ruote di diametro inferiore, pressoché identiche: l'Italia aveva scoperto il costruttore che avrebbe caratterizzato per oltre un secolo la produzione ciclistica nazionale. Il "piccolo fabbro" si era trasferito, per ampliare l'officina, da via Nirone a via Bertani. E fu da questa officina che uscì, nel 1888, la prima bicicletta con gomme pneumatiche, inventate dal veterinario scozzese Dunlop. Nel 1895 Edoardo Bianchi fu invitato a corte, nella Villa Reale di Monza. La Regina Margherita aveva sentito parlare delle sue originali biciclette e voleva imparare a cavalcarle. Bianchi realizzò appositamente per lei la prima bicicletta da donna.
Sin dagli inizi dell'attività, Edoardo Bianchi rivolse la sua attenzione all'innovazione e al mondo dello sport. Le competizioni ciclistiche rappresentavano per il giovane costruttore il modo migliore di collaudare le nuove soluzioni tecniche, prima di immetterle in produzione. Il primo successo sportivo internazionale della storia Bianchi risale al 1899, anno in cui Tommaselli si aggiudicò il Grand Prix de La Ville di Parigi. Iniziava allora una grande avventura sportiva, che avrebbe determinato la crescita di un'azienda nata a livello artigianale solo quattro anni prima, e destinata a diventare una delle più importanti realtà industriali del settore a livello mondiale. Nel 1901 Edoardo Bianchi propose la prima bicicletta equipaggiata con trasmissione a cardano. Nel 1913 inventò il dispositivo frenante anteriore. Nel 1914 Bianchi era ormai un costruttore affermato e di grande successo: in un anno la produzione si assestò su cifre impressionanti: 45.000 biciclette, 1.500 motociclette e 1.000 automobili. I successi industriali non lo distolsero comunque dall'innovazione continua. Nel 1915 realizzò la bicicletta militare con gomme pneumatiche di grande sezione, telaio pieghevole, sospensioni su entrambe le ruote. Questa singolare due ruote venne affidata ai Bersaglieri dell'Esercito Regio e impiegata fuoristrada, dalle Alpi ai deserti africani: era nata la prima Mountain Bike, vera prefigurazione dei modelli odierni. I successi sportivi si susseguirono per Bianchi di pari passo con quelli produttivi e da allora le biciclette celesti hanno vinto sulle strade di tutto il mondo. Costante Girardengo fu il primo dei grandi campioni del ciclismo mondiale a legare il proprio nome alle biciclette di Edoardo Bianchi. Nel 1935, dopo 50 anni di attività, Bianchi era diventata una grande azienda, leader assoluta del mercato italiano, che produceva oltre 70.000 biciclette all'anno. Ma i successi commerciali non fecero dimenticare le competizioni, che anzi trovarono un enorme impulso grazie alle gesta di Fausto Coppi. Nel 1947 Coppi fu Campione del Mondo dell'inseguimento e si aggiudicò il secondo Giro d'Italia. Il primo Tour de France, nel 1949, lo vinse quando già tutti lo avevano dato per sconfitto in seguito a una caduta nella tappa di Saint Malò, che lo aveva portato al limite del tempo massimo. Guadagnò più di un'ora sul piccolo francese Marinelli in maglia gialla, Bartali - secondo alla fine - gli terminò a 11 minuti. Sempre quell'anno, fu il primo ad imporsi nella medesima stagione al Giro ed al Tour, sconfiggendo i fisiologi che avevano ritenuto l'impresa impossibile. Ancora nel 1949, fu Campione del Mondo dell'inseguimento. Nel 1952, per rendere vivace la corsa alle sue spalle, gli organizzatori del Tour istituirono premi speciali. Si aggiudicò nuovamente il Tour de France e il Giro d'Italia nella stessa stagione. Nel 1953 fu Campione del Mondo su strada e vinse il suo quinto Giro d'Italia. Cinque affermazioni uniche, inimitabili per modalità e stile, che diventarono oggetto di racconti popolari, letterari, cinematografici. Fausto Coppi non sognava di vincere molto; voleva vincere bene. Fu uno dei pochissimi, in tutta la storia del ciclismo, a poterlo fare. Il 1973 fu l'anno del secondo alloro mondiale, conquistato da Felice Gimondi, cui seguiranno quello del 1986 di Moreno Argentin e quello del 1992 di Gianni Bugno.
Nel 1980 Bianchi entrò a far parte del Gruppo Piaggio. Nel 1982 lanciò in Europa le "BMX", biciclette particolari che consentono grandi evoluzioni fuoristrada, destinate ai giovani. Nel 1984 fu la volta della "Mountain Bike", la bicicletta fuoristrada studiata e progettata in collaborazione con Bianchi USA. Nel 1987 Bianchi acquisì il marchio austriaco "Puch".
Nel 1990 l’invenzione di un'ulteriore, nuova tipologia di prodotto che stabilì definitivamente i parametri costruttivi della moderna bicicletta da turismo. Si chiamava Bianchi "Spillo" e in pochissimo tempo diventò un punto di riferimento nel settore, tanto che oggi non c'è costruttore al mondo che non basi la propria gamma su modelli di questa tipologia. Nel frattempo Bianchi, senza trascurare le corse su strada, si dedicò alle competizioni mountain bike. Nel 1991 fu Campione del Mondo MTB specialità "Down Hill" con Bruno Zanchi.
Nel 1993 fu Campione del Mondo MTB specialità "Cross Country" con Dario Acquaroli.
Nel 1995 Bianchi rivisitò a fondo i modelli city bike attraverso un 'Progetto City' volto all'applicazione, per la prima volta su biciclette, di futuristiche strutture di telaio realizzate con parametri ergonomici di nuova concezione. 1998: l'anno del trionfo. Marco Pantani fa il vuoto al Giro d’Italia ed al Tour de France: una doppietta riuscita solo a pochissimi, per dimostrare a sé ed agli altri di non essere solo l'uomo delle vittorie di un giorno, delle fughe in montagna fine a sé stesse. Il miglior Pirata, il ritratto della gioia incontenibile: quello che tutti vogliono e continuano a ricordare. Ma è anche l’anno di Stefano Garzelli, amico fidato e fedele compagno del Pirata, che al Giro di Svizzera “bagna” per la prima volta la sua carriera e di Marco Velo, della vittoria nei Campionati italiani a cronometro, degli straripanti successi MTB dei team Martini Racing (cross country e downhill). Nel 1999, mentre la vita ed il destino giocano con i sogni del Pirata, infrangendo la sua rincorsa alla gloria assoluta, Marco Velo lo affianca con dedizione unica, confermando però anche tutte le sue formidabili doti di cronoman. Per Bianchi Mercatone Uno, squadra solida ed unitissima, è la conferma di un talento. Dario Aquaroli e Nadia De Negri, insieme al nuovo gioiello francesce Gregory Vollet, confermano il team Martini Racing MTB come una delle indiscusse realtà in ambito offroad. 2000 Mentre Garzelli vince il Giro del Giubileo “scortato” da Marco Pantani, e Velo umilia per l’ennesima volta il cronometro laureandosi nuovamente campione italiano, il secolo si chiude con l’anno d’oro delle Mountain.
15:36 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: storia delle biciclette bianchi, verde bianchi, coppi, edoardo bianchi, biciclette bianchi anni 1940 | OKNOtizie | Facebook
La Stucchi è una delle marche che ha fatto la storia del ciclismo italiano della prima metà del 1900.
Il suo esordio nelle corse avviene nel Giro d’Italia del 1910 con una squadra composta da sei corridori.
L’apice del successo arriva nel 1914: il 7 giugno di quell’anno, su una bicicletta Stucchi, Alfonso Calzolari si aggiudica a Milano la vittoria del sesto Giro d’Italia.
Vittoria epica in quanto quell’anno, dopo 3162 chilometri massacranti, solo otto corridori sugli 81 partenti terminarono la corsa.
05:50 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: stucchi, biciclette stucchi, storia del giro d'italia | OKNOtizie | Facebook
Come può essere diventato famoso un costruttore che ha realizzato nella sua vita solo 135 biciclette?
Probabilmente molti di voi non lo conoscono, il suo nome non ha quasi mai adornato telai di biciclette e non è mai stato pantografato su attacchi manubrio e corone. Eppure Mario Confente è stato uno dei migliori telaisti del mondo, un innovatore, un artista. Veronese di Montorio, iniziò a costruire telai per sé e per i compagni già mentre correva in bici da dilettante, nella Bencini, squadrone degli anni '60 in cui militavano tra gli altri Flaviano Vicentini, Pietro Guerra e Severino Andreoli. Quando nel '68, dopo una caduta in pista, smise di correre, si buttò a tempo pieno in questa attività. E i vecchi compagni continuarono a vincere sulle sue biciclette. Fu su un gioiello da pista costruito da Confente che Pietro Guerra, già campione del mondo della 100 km nel '68, vinse il campionato italiano di inseguimento individuale professionisti nel 1970 e nel 1971. La sua reputazione cresceva e Confente iniziò a costruire telai per marchi importanti come Bianchi e Masi e per corridori famosi, primo fra tutti Eddy Merckx. Ma come spesso succede, il suo nome non compariva mai. Quando Faliero Masi aprì uno stabilimento negli USA, Confente fu spedito là a sovrintenderne la produzione e ad addestrare gli operai. Nei tre anni sotto la sua guida lo stabilimento sfornò 2.200 biciclette. Nel 1976 Confente aprì un suo laboratorio a Los Angeles e riuscì finalmente a firmare le sue biciclette. Lo sprinter e più volte campione nazionale statunitense nel chilometro da fermo Jerry Ash partecipò ai mondiali di ciclismo su pista nel 1976, '77 e '78 con un telaio Confente. Le biciclette costruite da Mario Confente sono apprezzate per le loro eccezionali qualità tecniche ed estetiche ed esercitarono una forte influenza e una spinta innovatrice sul mercato statunitense.
Quando morì nel 1979 aveva 34 anni. A suo ricordo esistono al mondo solo 135 biciclette che portano il suo nome: 124 da strada e 11 da pista. Ovviamente sono dei capolavori.
(tratto da www.ciclisucarta.it)
08:47 Scritto da: velocipedista in La storia dei grandi marchi italiani di biciclette | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: mario confente, artigiano, masi | OKNOtizie | Facebook