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  <title>AVER - Associazione Velocipedisti Eroici Romagnoli</title>
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  <subtitle>Sito dedicato agli amanti del ciclismo eroico</subtitle>
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      <title>Tour de France: storia e aneddoti</title>
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      <updated>2012-11-22T21:19:55+01:00</updated>
      <published>2012-12-20T21:15:00+01:00</published>
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              <summary>   Tour de France: storia e aneddoti della corsa più bella del mondo...</summary>
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          &lt;div class=&quot;foto&quot;&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl03__ControlWrapper_RichImageField&quot;&gt;&lt;strong&gt;Tour de France: storia e aneddoti della corsa più bella del mondo&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl03__ControlWrapper_RichImageField&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Biciclette senza pignoni, tappe notturne di 400 km, sabotaggi caserecci... ecco un miscuglio di ricordi che fanno parte della storia della corsa ciclistica più bella ed importante del mondo.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-515726&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/1694470594.jpg&quot; alt=&quot;1108392218.jpg&quot; name=&quot;media-515726&quot; /&gt;Una delle grandi inesattezze riguardo al Tour de France è che sia stato creato dal giornale francese L’Equipe. In realtà, la corsa è stata ideata da L’Auto, una pubblicazione che può essere considerata l'antenata di quello che viene ritenuto il giornale sportivo più importante del mondo. Il nome che fornisce la chiave di&amp;nbsp; tutta questa storia è Jacques Goddet. Goddet era figlio di uno dei due fondatori del giornale L’Auto, Víctor Goddet, che insieme a Henri Desgrange, ex primatista dell'ora e a quel tempo direttore generale del quotidiano, aveva creato una corsa a tappe con l'unico obiettivo di aumentare il numero degli esemplari venduti. I due non solo ci riuscirono, ma crearono un evento che suscita ancora interesse e fervore in tutto il mondo: il Tour de France.&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;strong&gt;Nuovo nome, stessa filosofia&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Questo è il primo degli aneddoti che fanno già parte della storia. La mitica maglia gialla del giro, che tutti i ciclisti bramano di indossare, deve il proprio colore alle pagine dorate de L’Auto. Curiosità applicabile anche al Giro d’Italia: la maglia rosa ha i colori del giornale che l'ha creata: la Gazzetta dello Sport. Ma torniamo a Jacques Goddet: a 25 anni era già direttore di redazione de L'Auto e assistette, dopo la liberazione &lt;img id=&quot;media-515727&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/00/1567467942.jpg&quot; alt=&quot;471985625.jpg&quot; name=&quot;media-515727&quot; /&gt;della Francia dalle truppe tedesche, alla chiusura del giornale da parte delle autorità dell’epoca. Il fatto che la pubblicazione fosse continuata durante l’occupazione, gli costò le critiche dei governanti, che chiusero tutti i mezzi di comunicazione che tentavano resistere al regime. Si concludeva in tal modo il percorso de L’Auto.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Ma Goddet non rimase con le mani in mano e un anno e mezzo dopo, esattamente nel 1946, fondò L’Equipe assieme ai redattori capo de L’Auto. L'organizzazione del Tour de France passò al nuovo giornale e Goddet diresse così 54 edizioni del giro.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Alle ore 15,16 del 1 luglio 1903 prendeva il via la prima edizione della “Grande Boucle” che non poteva essere, per fin troppo ovvie ragione, che una gara tanto pionieristica quanto improvvisata. Le tappe in programma erano sei e gli organizzatori del “Tour”, pensando ai ritardatari avevano concesso tre giorni di tempo per concluderla.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Dalla prima corsa, svoltasi nel 1903 fino all’edizione del 2008, non si è mai persa l’essenza di questa gara ciclistica: premiare la fatica, mostrare la bellezza dei paesaggi francesi, la durezza dei Pirenei, l'arrivo agli Champs Elyseés... ma è evidente che molte altre cose sono cambiate.&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;strong&gt;L’inizio della leggenda&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp; &lt;img id=&quot;media-515728&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/00/1613064545.jpg&quot; alt=&quot;249865731.jpg&quot; name=&quot;media-515728&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;La Grande Boucle si svolge, senza interruzioni, da quando Maurice Garin (nella foto) ne vinse la prima edizione nel 1903. Garin era un francese di origini valdostane, dove faceva lo spazzacamino,&amp;nbsp; che sembrava essere uscito da un libro di fiabe più che da una epopea di autentici pionieri del ciclismo. Concluse il Tour con quasi tre ore di vantaggio sul secondo classificato, il francese Laurent Pothier. Terzo fu un altro francese Francois Augereau. Riuscirono a portare a termine quella massacrante corsa, quasi inaudita per lunghezza di percorsi con strade simili più a veri trabocchetti che a mulattiere, solo 21 corridori. L’ultimo arrivò al traguardo finale con 64 ore di ritardo dal vincitore! Le tappe non si potevano prendere alla leggera: i primi percorsi erano di 400 km e venivano realizzati partendo di notte con l’unica luce dei fanali delle biciclette. Erano tempi eroici, nei quali i corridori si fermavano in un'osteria per bere e mangiare qualcosa prima di proseguire l'odissea. Il Tour è mancato all’appuntamento solo tra il 1915 e il 1918, a causa della I Guerra Mondiale e dal 1940 al 1946 per la II Guerra Mondiale.&amp;nbsp; Ovviamente in quei primi anni non tutto era organizzato bene come adesso. Oggi sono solo alcuni i corridori che abbandonano una tappa e solo una decina quelli che scendono dalla bicicletta prima di arrivare a Parigi.&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;strong&gt;Le biciclette non sono sempre state di alluminio&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class=&quot;foto1&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-515729&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/1446027646.jpg&quot; alt=&quot;1007633473.jpg&quot; name=&quot;media-515729&quot; /&gt;Gli inizi sono stati duri. Nel primo Tour de France solo un ciclista corse con due pignoni, gli altri percorsero tutte le tappe con un pignone fisso. Nel 1912, per la prima volta, si utilizzò un cambio, ma venne immediatamente proibito dagli organizzatori. I corridori inventarono quindi un modo per avere due velocità. Misero una corona a ogni lato della ruota posteriore, che giravano a seconda delle loro esigenze. Noioso, ma decisamente efficace. Solo a partire dal 1937 venne permesso l’uso del cambio posteriore per variare la velocità. Tutto ció in sella a pesanti telai di ferro. Anche le regole sportive erano al limite del regolamento: si narra che nel 1905 un simpaticone mise dei chiodi sulla strada e molti dei ciclisti bucarono e rimasero fuori gara. A quel tempo non esisteva l’assistenza su strada di oggi.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Uno dei partecipanti, Lucien Petit Breton, per ritornare dovette prendere un treno per Parigi e riuscì a essere rimesso in gara dall’organizzazione. Due anni dopo fu prioprio lui il primo corridore a vincere due edizioni consecutive del Tour. Il giro francese si caratterizza per il fatto che la partenza può essere stabilita non solo sul territorio francese, ma anche in altri paesi, come nel caso della partenza da Londra dell'edizione 2007. Era il 1906 quando gli organizzatori decisero che la corsa sarebbe cominciata in Germania: i poliziotti tedeschi vennero avvisati di non effettuare controlli di velocità ai ciclisti.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Un altro degli aneddoti che popolano la storia del Tour è avvenuto nel 1913. L'organizzazione obbligava i ciclisti a utilizzare durante tutta la corsa una sola bicicletta che, in caso di guasto, doveva essere riparata dai corridori stessi. La forcella anteriore di Eugene Christophe si ruppe in una delle scalate della tappa che stava realizzando, cosicchè la dovette trascinare a piedi per 14 km, fino ad un fabbro. In presenza dei commissari sportivi del giro, la riparò e riprese il suo viaggio verso il traguardo. Un monumento eretto sul posto ricorda tale impresa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La corsa dei grandi campioni&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;foto1&quot;&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl15__ControlWrapper_RichImageField&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl15__ControlWrapper_RichImageField&quot; align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-515731&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/1810240226.jpg&quot; alt=&quot;340925925.jpg&quot; name=&quot;media-515731&quot; /&gt;Si dovette aspettare poi fino al 1910 per vedere un italiano vincere una tappa. Il suo nome era Ernesto Azzini. 1924, Ottavio Bottecchia primo italiano a vincere il “Tour”. Ottavio Bottecchia, nato il 1 agosto 1894 a San Martin del Colle (Pordenone), è stato il primo corridore italiano a vincere il “Tour de France”. Addirittura ne vinse due, il primo nel 1924, l’altro due anni dopo nel 1926. Già nel 1923 diede sfoggio della sua classe concludendo la corsa a tappe francese al secondo posto, alle spalle del suo capitano Henry Pélissier, ma la svolta della sua carriera avvenne – come detto – l’anno successivo quando indossò la maglia gialla al termine della prima tappa e la conservò fino alla conclusione. Nel 1925 vinse quattro tappe e nel 1926 conquistò la sua seconda vittoria. Il “Tour” sembrava fatto per lui il quale seppe scalare quelle terrificanti montagne (che fecero dire a Octave Lapize: “assassini” rivolgendosi agli organizzatori che avevano inserito in una tappa il tremendo Tourmalet) con una quasi irrisoria facilità. Almeno rispetto ai suoi avversari.&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl15__ControlWrapper_RichImageField&quot; align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl15__ControlWrapper_RichImageField&quot; align=&quot;justify&quot;&gt;I media scoprono il Tour: nel 1930 venne realizzato il primo servizio radiofonico della storia della Corsa. Tre anni dopo, considerando il successo delle tappe di montagna, venne creato il Gran Premio della Montagna, che successivamente venne incluso nelle altre corse ciclistiche. Dodici mesi dopo, nel 1934, venne disputata la prima cronometro individuale. Si svolse su un percorso di 90 km e il vincitore, Antonin Magne, impiegò due ore, trentadue minuti e cinque secondi per battere i suoi rivali.&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl15__ControlWrapper_RichImageField&quot; align=&quot;justify&quot;&gt;1938, vince Gino Bartali con Girardengo Commissario Tecnico. L’indimenticabile campione toscano trionfa in questa edizione del Giro di Francia, guidato dall’ammiraglia dal campionissimo Costante Girardengo. Il suo capolavoro il “ginettaccio” lo compie nella 14^ tappa che porta i corridori da Digne a Briançon attraverso 218 chilometri con tra colli da scalare: il col dell’Allos (2250 metri), il Vars (2111) e l’Izoard (2360). Stacca tutti sulla prima salita, sollecitato proprio da Girardengo che aveva visto i suoi avversari in difficoltà, e arriva tutto solo a Briançon con 18” su Vicini; 10’48” su Clemens e oltre 17’ su Verwaeke che era partito con la maglia gialla. Il simbolo del primato è suo, di Gino Bartali, che lo porterà fino a Parigi, vincendo anche la classifica degli scalatori. Per la prima volta, forse, Bartali sconfigge anche lo sciovinismo dei francesi che scrivono titoli a caratteri cubitali esaltando l’impresa del campione di Ponte a Ema.&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl15__ControlWrapper_RichImageField&quot; align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl15__ControlWrapper_RichImageField&quot; align=&quot;justify&quot;&gt;L'anno 1952 è parte della storia della televisione, visto che furono trasmesse alcune immagini di una tappa, dopo la sua conclusione. Cinque anni dopo, per la prima volta, si trasmette in diretta e, dal punto di vista meccanico, viene autorizzato il cambio della ruota dopo una foratura.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;ctl00_PlaceHolderMain_ctl16__ControlWrapper_RichHtmlField&quot; style=&quot;display: inline;&quot;&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Arrivati a questo punto non ci resta che elencare coloro che hanno avuto i Campi Elisi ai loro piedi. L’americano Lance Armstrong con sette vittorie, tra il 1999 e il 2005, è il corridore che più volte è stato sul gradino più alto del podio di Parigi come vincitore del giro. Seguono, con cinque vittorie, nomi che fanno parte della leggenda: Jacques Anquetil (1957, 1961-1964), Eddie Merckx (1969-1972, 1974, nella foto in alto), Bernard Hinault (1978, 1979, 1981, 1982, 1985) e Miguel Indurain (1991-1995). Per quanto riguarda i paesi, la Francia ha vinto il Tour in 36 occasioni, il Belgio è stato campione 18 volte, la Spagna 10 volte a pari merito con gli Stati Uniti, mentre l’Italia lo ha vinto 9 volte.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Ci sono molti altri aneddoti, questa è solo una raccolta di alcuni dei più interessanti.&amp;nbsp; La storia del Tour è comunque piena di grandi imprese, salite epiche e discese indiavolate che hanno trasformato una corsa ciclistica in uno degli eventi più importanti dell'anno. E tutto è nato da un giornale che voleva ottenere notorietà e dalla mente di un gruppo di persone che vedevano oltre lo sport. Uno dei suoi creatori, il già citato Jacques Goddet è morto nel 2000. Sicuramente, da buon appassionato, non si perde mai l’arrivo agli Champs Elyseés.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;(dal sito www.orbea.com)&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
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      <title>La storia della Benotto</title>
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      <updated>2012-11-22T21:19:00+01:00</updated>
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          &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-497420&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/1484893910.jpeg&quot; alt=&quot;471623271.jpeg&quot; name=&quot;media-497420&quot; width=&quot;216&quot; height=&quot;162&quot; /&gt;Il marchio nasce a Torino nel 1931 da una idea di Giacinto Benotto, un giovane ciclista di 24 anni.&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Presto la produzione raggiunge le 500 biciclette al giorno, un numero record per gli anni '30.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Dopo 20 anni, Giacinto Benotto, assieme a moglie e figlie decide di provare nuovi orizzonti in America. Così il 21 agosto 1952 arriva a Guadalajara, in Messico, iniziando così una delle più importanti pagine della storia della bicicletta e del ciclismo Messicano.&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Nel 1953 la produzione viene spostata a Città del Messico, dove Benotto decide di continuare il posizionamento di uno dei più riconosciuti marchi di biciclette in tutto il mondo.&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;La Benotto vanta una presenza nel mondo delle competizioni dal 1944 al 1991 ed ha una storia gloriosa: vincitrice di 11 campionati del mondo, ha sostenuto centinaia di dilettanti e professionisti, tra cui: Cino Cinelli, Vito Ortelli. Aldo Ronconi, Antonio Bevilacqua, Francesco Moser, Eddy Merckx, Greg LeMond, Ole Ritter, Gregor Braun e molti altri.&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Attualmente la Benotto continua a produrre biciclette in sudamerica e vanta un catalogo di quasi 100 modelli di biciclette per bambini, giovani e adulti. L'azienda attualmente ha un impianto di assemblaggio che produce quasi mezzo milione di biciclette l'anno, conta 500 dipendenti e possiede una rete, in espansione, con 17 negozi in territorio messicano.&lt;/p&gt;
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      <title>La storia della Gloria</title>
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          &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-507020&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/767278365.jpg&quot; alt=&quot;7438463.jpg&quot; name=&quot;media-507020&quot; width=&quot;76&quot; height=&quot;102&quot; /&gt;E' il 1922 quando Alfredo Forcesi fonda in Viale Abruzzi 42 a Milano la Gloria. Non lo sa ancora, ma da lì a poco quella fabbrica sarà la fucina dei più grossi talenti italiani della bicicletta, come Faliero Masi ed Ernesto Colnago, che proprio alla Gloria iniziano a lavorare negli anni '30.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; La storia sportiva della Gloria comincia bene: dopo solo un anno di produzione, la Gloria può già fregiare il proprio marchio dei colori iridati, centrando subito un campionato mondiale: è quello vinto nel 1923 da Libero Ferrario. Nel 1931 Francesco Camusso porterà il marchio milanese ancora agli onori della cronaca sportiva vincendo il Giro d'Italia. La squadra co&lt;img id=&quot;media-507024&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 0pt 1.4em 0.7em; float: right;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/02/844440637.jpg&quot; alt=&quot;1948785280.jpg&quot; name=&quot;media-507024&quot; width=&quot;130&quot; height=&quot;175&quot; /&gt;rse della Gloria vanterà in seguito altri campioni, come Costante Giradengo e&amp;nbsp; Learco Guerra.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Fino alla seconda guerra mondiale quello della Gloria è considerato uno dei marchi più conosciuti della intera produzione ciclistica italiana. Già dagli anni '20 le biciclette Gloria si riconoscono dal livello altissimo di finiture e dalle tipiche congiunzioni a fiore. Si tratta di particolari che Colnago ed altri artigiani riporteranno sulle proprie biciclette solo dagli anni '50.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Fiore all'occhiello della produzione è il modello &quot;Garibaldina&quot;, considerata tra le più belle biciclette del mondo. Il telaio è satinato e nichelato e riporta in ogni congiunzione il tipico fiore a tre foglie.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il marchio mostra le lettere AMF (Alfredo Forcesi Milano) stilizzate, sui colori dell'iride (grazie al campionato del mondo vinto), il marchio Gloria e il nome della città di produzione Milano.&lt;/div&gt;
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      <title>L'addio a Coppi 51 anni fa. Venturelli: &quot;Ero il suo erede&quot;</title>
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      <published>2012-01-02T01:40:00+01:00</published>
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              <summary>  51 anni fa la morte di Fausto Coppi. Per celebrare il ricorso del grande...</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;img id=&quot;media-596612&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/02/165582428.jpg&quot; alt=&quot;2222.jpg&quot; name=&quot;media-596612&quot; width=&quot;178&quot; height=&quot;250&quot; /&gt;51 anni fa la morte di Fausto Coppi. Per celebrare il ricorso del grande campione riportiamo una testimonianza particolare: quella di Romeo Venturelli, scelto da ragazzo da Fausto nella San Pellegrino, direttore sportivo Gino Bartali, che ricorda: &quot;mi diceva: ma sto' disgraziato va sempre così forte in discesa?&quot;&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;A Castellania (Alessandria), dove il Campionissimo era nato nel 1919, tra i tanti che lo ricordano c’è Romeo Venturelli, che proprio Coppi aveva eletto suo erede forse già nella Milano-Vignola del 1956. Fausto Coppi fora poco prima dell’arrivo. Gli altri se la danno a gambe, lui rimane a piedi. Gli si affianca una macchina, quella dell’Unione sportiva Pavullese. &quot;Signor Fausto, ha bisogno?&quot;. Lui va dentro, la bici sul tetto. E via, al traguardo. Chi siete, che cosa fate, avete dei ragazzi in gamba?, chiede Coppi. Ma sì, uno in particolare, gli risponde Trento Montanini, direttore sportivo: si chiama Romeo Venturelli.&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Venturelli, ricorda il primo incontro con Coppi?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &quot;A Sanremo, Gp d’Apertura, marzo 1957. Mi aspettano su una salita. Ci arrivo fra gli ultimi. Montanini rotea un tubolare e mi minaccia. Inseguo, recupero, riporto il gruppo quasi sui primi tre in fuga. Poi mi rialzo. Faccio così un paio di volte. Alla fine i tre arrivano in fondo e io faccio quarto. Montanini mi chiede perché non li ho raggiunti. Gli dico la verità: avevo voglia di vincere, non per distacco, ma con una volata di gruppo&quot;.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Poi?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &quot;Nel 1958 Coppi m’invita una settimana a Novi Ligure per allenarci insieme. Devo preparare la Modena-Pavullo a cronometro, che per me vale più di un Mondiale. Biagio Cavanna mi massaggia: 'Questo ha i muscoli per diventare un campione'. Pedaliamo sulle strade di Coppi: Sassello, Scoffera, Giovi... Una volta gli chiedo se ha qualcosa da farmi mangiare. Siamo in discesa, viaggiamo a 70 all’ora. Lui stringe il telaio con le gambe, fruga nelle tasche, mi allunga un panino. Poi a Montanini domanderà: 'Ma 'sto disgraziato va sempre così forte in discesa?'&quot;.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Risposta?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &quot;La verità: anche di più. Coppi si affeziona a me e alla Pavullese. Quello stesso anno, al Giro dell’Emilia, Montanini manda uno dei nostri, Benedetto Benedetti, a chiedere a Coppi, in albergo, se ha bisogno di qualcosa. La Dama Bianca non permette che Coppi sia 'disturbato'. Poi Benedetti viene richiamato dal portiere e fatto salire in camera. Coppi chiede di preparargli due borracce con caffè, miele e biscotti Plasmon, e di farsele consegnare da me, su una certa salita. Un giorno ci arrivano sei bici Bianchi. La sua ricompensa&quot;.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Com’era Coppi?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &quot;Si raccomandava: vita da corridore. Diceva: 'Ho avuto tanti incidenti, ma l’importante è insistere'. Predicava minestroni e frullati, pesce e carne ai ferri sì, salumi no, tanta verdura e frutta, allenamenti quotidiani e duri, molto riposo, poco o niente donne. In bici, mi diceva di usare rapporti più leggeri, altrimenti mi avrebbero spaccato le gambe. Invece a me piaceva esagerare. Prima di una corsa ero capace di mangiare un’intera forma di formaggio da fossa. Una volta Coppi mi sgridò perché mi ero tuffato su zampone e fagioloni: 'Che sia l’ultima volta!'. Quanto a donne e motori, mi era difficile resistere. Per questo Coppi aveva pregato Montanini: 'Romeo ha bisogno di voi, stategli vicino'&quot;.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Eppure la considerava il suo erede.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &quot;Nel luglio 1959 Fausto passa una settimana a Pavullo: mangia con noi, si allena con noi, dorme all'albergo Speranza. In una corsa nel Vicentino mi segue perfino sull’ammiraglia. Alla fine dell’anno non aspetto l’Olimpiade di Roma e passo professionista. Nella San Pellegrino. Direttore sportivo Gino Bartali, capitano Coppi, io - diciamo - vice. Coppi ha 40 anni, io 21&quot;.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Invece?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &quot;In dicembre Fausto va in Africa. Quando torna a Milano, la Dama Bianca Giulia Occhini non si era fatta viva. Passo a prenderlo all’Hotel Andreola e lo riporto a casa sulla mia 1100 Fiat nuova.&amp;nbsp; Centocinquanta all’ora su strade statali, lui neanche una parola. Sta già male. Entriamo nella villa, mi chiede di fermarmi a cena: dobbiamo parlare della prossima stagione. Giulia Occhini accolse Fausto dicendo: &quot;Sei qui, non potevi stare ancora in Africa?'&quot;. A cena mi trovai in imbarazzo vedendo il cameriere in guanti bianchi. Fausto mi disse che dovevo dormire alla villa perché il giorno dopo avremmo parlato di allenamenti. Non rimasi perché Coppi, stanco di sentire la Occhini dire che un giorno o l' altro sarebbe partita lei, sbottò dicendo che poteva andare anche subito. Mi scusai e andai via. Povero Fausto: non l' ho più rivisto&quot;.&amp;nbsp;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Cioè?&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &quot;Il 2 gennaio 1960 sono a Pavullo. Alla radio sento che Coppi è morto. Scoppio a piangere. Vado al funerale. Una marea di gente, che neanche ci sta sulla collina. Se Fausto non fosse morto, la mia vita sarebbe stata diversa. Più regolare, più vincente, più ricca. Migliore&quot;.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-596613&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/142574782.jpg&quot; alt=&quot;5083.jpg&quot; name=&quot;media-596613&quot; /&gt;Romeo Venturelli&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Romeo Venturelli è nato a Sassostorno di Lama Mocogno (Modena) il 9 dicembre 1938. A lui avevano fatto la corte in molti perché da dilettante aveva dimostrato di saper andare con facilità su ogni percorso. Accettò la proposta della San Pellegrino perché nel ' 60 si sarebbe trovato al fianco di Coppi. Piaceva a Fausto perché aveva il colpo di pedale del passista di razza ed era convinto che, se avesse rispettato le severe regole del ciclismo, si sarebbe difeso bene sulle salite lunghe. All' esordio, avvenuto due mesi dopo la morte di Coppi nella Parigi-Nizza, Venturelli battè Anquetil e Rivière in una crono di 37 km. A parlare di lui come di un &quot;treno&quot; fu Anquetil, re della specialità, dopo che venne nuovamente sconfitto nella crono di Sorrento nel Giro dello stesso anno. Memorabile, nel 1960, la sua vittoria nel Trofeo Baracchi, classica gara a cronometro a coppie, che chiudeva la stagione. A Brescia, in coppia con Diego Ronchini, vinsero, percorrendo i 110 Km in 2h 30' 20&quot;, alla media di 43,902 Km/h, precedendo Baldini-S.Moser di 42&quot;.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Non si può dire che Venturelli abbia rispettato le regole citate da Coppi (piaceva a Fausto perché aveva il colpo di pedale del passista di razza ed era convinto che, se avesse rispettato le severe regole del ciclismo, si sarebbe difeso bene sulle salite lunghe). Concluse la sua carriera nel 1971 con sole 6 vittorie nella sua attività professionistica, l'ultima delle quali al Giro del Piemonte del 1965. Chi lo diresse si stupì, vedendolo pedalare con una facilità che aveva dell'incredibile; ma si sa che, per vincere e durare a lungo, alla dote naturale è indispensabile associare molti sacrifici.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Abita a Laigueglia.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;(articolo di Marco Pastonesi - la Gazzetta dello Sport 2 gennaio 2009)&lt;/p&gt;
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      <title>Ecco com' era il ciclismo eroico - di Cino Cinelli</title>
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      <updated>2011-11-10T23:22:26+01:00</updated>
      <published>2011-12-15T06:53:00+01:00</published>
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              <summary>  Ecco il racconto che nel 1997 il mitico Cino Cinelli (proprio quello...</summary>
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          &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-489579&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/00/679834754.jpg&quot; alt=&quot;1647477420.jpg&quot; name=&quot;media-489579&quot; width=&quot;168&quot; height=&quot;135&quot; /&gt;Ecco il racconto che nel 1997 il mitico Cino Cinelli (proprio quello divenuto famoso per i manubri e le sue biciclette) fece alla Gazzetta dello Sport ricordando il &quot;suo&quot; ciclismo.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Strade bianche: si mangiava polvere e fango. Tubolari piu' larghi e pesanti mezzo chilo l'uno. Una corona davanti e la tripla dietro. I cerchi erano in legno. La ruota si poteva cambiare solo se era rotta, in caso di foratura bisognava arrangiarsi da soli. Il ciclismo degli anni Trenta, com'e' facile immaginare, era molto diverso da quello di oggi.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;LE STRADE - Terra battuta e poca ghiaia in pianura, si mangiava polvere o fango. In montagna c'erano anche i sassi, ed era peggio. Se in buono stato, la strada bianca era la migliore. Nel 1934 - 35 comparvero i primi pezzi di strada in bitume.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;LE BICICLETTE - Il telaio era in acciaio, la bici pesava meno di 10 kg. Il primo manubrio in alluminio si vide nel 1936 - 37, ma molti continuarono a montare quello in acciaio. Fino al 1937 i cerchi erano in legno, poi in alluminio, piu' robusti ma anche piu' pesanti, duravano di piu', pero' si scaldavano (era un problema soprattutto in Francia, sui Pirenei, dove c'erano lunghe discese). I tubolari pesavano anche mezzo chilo l'uno, poi si scese a 350 grammi, nel 1943 quando vinsi la Sanremo avevo tubolari da 260 e mi dicevano che ero matto. Anche la sezione era maggiore: alla Parigi - Roubaix si usavano tubolari di 24 - 25 millimetri di diametro, oggi di 19, ma non a caso si cade di piu'.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;IL CAMBIO - Dopo la prima guerra mondiale e negli anni Venti c'era un pignone fisso e la ruota libera: per cambiare bisognava fermarsi e girare la ruota. In Italia il primo cambio, che consenti' di non fermarsi, fu il Vittoria: con un dito si prendeva la catena, si faceva una pedalata indietro e si cambiava. Nel 1936 - 37 al cambio Vittoria aggiunsero due alette da applicarsi nella parte posteriore del telaio, vicino alla ruota libera, per spostare la catena senza metterci le mani. Nel 1938 apparve il Campagnolo, con un forcellino posteriore dentato e due aste: la prima per sbloccare, l'altra per guidare la catena dove si voleva. All'inizio c'era un ingranaggio davanti (al massimo il 49 o 50, ma Raffaele Di Paco se n'era fatto fare uno con 52 denti, Giuseppe Martano addirittura con 54) e la tripla dietro (in genere 16 - 18 - 20). Al Lombardia si usava il 48x22 o il 50x23. Per Gino Bartali il &quot;rapporto Ghisallo&quot; era 49x22.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;L'ABBIGLIAMENTO - In lana per la strada, in filo di Scozia per la pista. I pantaloncini erano imbottiti con pelle di daino, e sulla pelle si&amp;nbsp; spalmava una pomata per renderla piu' morbida. La maglia aveva una tasca anche davanti. Berrettino e guanti erano identici a quelli di oggi, gli occhiali no: erano da motociclista, con la tela ai lati. Con una sigaretta accesa facevo due forellini sulla tela per non far appannare le lenti.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;L'ASSISTENZA - Il cambio della ruota per una semplice foratura era proibito, a meno che non si rompesse la ruota o qualche raggio. C'era un trucco: in caso di foratura si chiedeva ugualmente il cambio della ruota, poi il meccanico provvedeva a spaccare qualche raggio per giustificare, ai giudici, il suo intervento. Quanto ai rifornimenti, due o tre in corsa, dipendeva dal chilometraggio, comunque superiore a quello di oggi. Cosi', per avere la massima autonomia, si partiva con due tubolari a tracolla, la pompa, due borracce davanti al manubrio, e il borraccino in una delle tasche.&lt;/p&gt;
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      <title>Sante Lombardi, il pistard di Forlì</title>
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      <published>2011-11-24T08:06:00+01:00</published>
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              <summary>  Sante Lombardi  &amp;nbsp;  Nato a Forlì nel 1933 inizia a correre come...</summary>
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          &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Sante Lombardi&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Nato a Forlì nel 1933 inizia a correre come allievo con la Polisportiva Ebro Masotti (A.P.E.M.) di Predappio, passando poi alla Forti e Liberi come dilettante. L'incisivo spunto veloce di cui fa sfoggio colpisce anche alcuni dirigenti del Pedale Riminese, i quali decidono nel 1955 di averlo a Rimini nella loro squadra.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Questo per consentirgli di affinare le sue indubbie doti con una meticolosa e costante preparazione su di una pista idonea. A quell'epoca infatti Rimini dispone dell'unico velodromo, nel vero senso della parola, esistente in Romagna: un anello in cemento lungo 500 metri a superficie perfettamente livellata con sopraelevazioni in curva giudicato ottimo dall'apposita Commissione Tecnica Sportiva.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;br /&gt; Lombardi rimane tre anni al Pedale Riminese dedicandosi con sempre maggiore abnegazione all'attività di pistard. Risultati convincenti e di buon livello non mancano tanto da meritare la maglia azzurra per i campionati mondiali di Rocour (1957) e Parigi (1958). In entrambe le occasioni conquista il 5° posto. &quot;C' era il martedi' del dilettante a Ferrara, e il venerdi' del dilettante a Firenze - ricorda ora Lombardi - in bici alla stazione, sul treno con la bici come bagaglio appresso, in bici al velodromo, la corsa in notturna, guadagnavo quelle 15-20-30 mila lire, poi via, percorso inverso, a casa alle 3 di notte, sveglia alle 7, in bici a scuola. Mia madre era contenta, forse perche' alle 10 di sera i miei amici uscivano, e io invece andavo a letto&quot;.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Ma uno dei suoi ricordi più belli rimane l'incontro con Fausto Coppi nel 1953, in una riunione all' ippodromo di Ravenna con Bartali, Magni, Soldani, Albani. &quot;Pista in terra battuta. Ero allievo, ma correvo di straforo fra i dilettanti. Le gare dei dilettanti si alternavano a quelle dei professionisti. Mi avevano messo nel box di Coppi, e stavo li', bocca aperta, orecchie dritte e occhi spalancati. Cercavo di fissare tutto nella mia memoria: il suo torace carenato, le sue gambe affusolate, il suo naso aquilino. Coppi che si faceva massaggiare da Aspes, Coppi che beveva a piccoli sorsi. Insomma: Coppi. Vinco la prima batteria e Coppi mi sorride. Vinco la seconda e gia' aspetto il suo consenso. Arrivo in finale contro due dilettanti. E vinco. Quando torno nel box, Coppi si alza e mi da' la mano. Non so se mi sono spiegato: Coppi si alza e mi da' la mano. E mi dice: &quot;Tu in pista hai delle possibilita' &quot;. &quot;Grazie, signor Coppi. A me piacerebbe fare la strada, ma in montagna non vado&quot;. &quot;L' importante - mi spiega - e' la serieta' e la forza di volonta' &quot;. Cinque anni dopo, riunione al Vigorelli. C' era anche Coppi. &quot;Signor Coppi...&quot;. &quot;Chi sei?&quot;. &quot;Sono quel Lombardi...&quot;. Si ricordava. &quot;Vede, signor Coppi, vorrei passare professionista, ho gia' parlato con quelli dell' Ignis...&quot;. Poi si fa un' individuale, tutti insieme, dilettanti e professionisti. Alla fine viene Pinella, il meccanico di Coppi: &quot;Quello la' ti ha messo una buona parola. Se domani vai da Tragella...&quot;, il direttore sportivo della Bianchi. Andai da Tragella e firmai: 80 mila lire al mese. All' Ignis ne avrei prese 100 mila. Ma fa niente&quot;.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Terminata l'attività Lombardi è rimasto legato al mondo del ciclismo ricoprendo per diversi anni la carica di presidente del V.C. SCAT di Forlì.&lt;/div&gt;
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      <title>Carlo Galetti, il vincitore del secondo e terzo Giro d'Italia</title>
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              <summary>  Carlo Galetti (Corsico, 26 agosto 1882 – Milano, 2 aprile 1949)...</summary>
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          &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-559497&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/02/1827729031.jpg&quot; alt=&quot;Carlo Galetti 1911.jpg&quot; name=&quot;media-559497&quot; width=&quot;118&quot; height=&quot;172&quot; /&gt;Carlo Galetti (Corsico, 26 agosto 1882 – Milano, 2 aprile 1949)&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Corridore schivo e non amatissimo dai tifosi, fu comunque uno dei più vincenti della sua epoca, grazia ad una carriera durata ben 30 anni, dal 1901 al 1931. Piccolo di statura e certamente non bello a vedersi, la sua condotta di gara veniva spesso giudicata utilitaristica. Molto astuto, scaltro, gran pedalatore, regolarissimo, tanto da metritarsi il soprannome di &quot;l'uomo cronometro&quot;, vivace ed anche discretamente veloce allo sprint, non ha compiuto imprese con grandi fughe solitarie ma indubbiamente le sue molteplici vittorie, soprattutto in gare a tappe, non devono essere sminuite. Fondista eccezionale, ha saputo sfruttare al meglio le sue caratteristiche e se avesse confidato maggiormente nelle sue qualità all'inizio della carriera, avrebbe probabilmente potuto vincere ancora di più.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Vinse per due volte il Giro di Sicilia (1907 e 1908), per tre volte la Milano-Roma (1906, 1911 e 1918). Non altrettanto felici furono le sue partecipazioni al Tour de France: si ritirò, infatti, nelle tre edizioni che lo videro al via (1907-8-9).&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;La sua notorietà tuttavia è legata al Giro d'Italia, cui partecipò 8 volte, portando a conclusione 4 edizioni con risultati rilevantissimi. Nel 1909, alla prima edizione, Galetti giunse secondo dietro il compagno di squadra Luigi Ganna, piazzandosi secondo anche in 4 tappe.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nel 1910 e 1911 vinse la classifica finale, riportando anche rispettivamente 2 e 3 vittorie di tappa. Nel 1912 il Giro si d&lt;img id=&quot;media-559509&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 0pt 1.4em 0.7em; float: right;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/01/1872918553.jpg&quot; alt=&quot;Carlo Galetti.jpg&quot; name=&quot;media-559509&quot; /&gt;isputò a squadre e Galetti vi partecipò con la Atala, composta oltre che da lui, da Luigi Ganna, Eberardo Pavesi e Giovanni Micheletto. Nonostante il ritiro di Ganna, l'Atala vinse il Giro e Galetti fu anche il primo nella classifica a tempi, senza però valore ufficiale. Dopo il forzato stop imposto dalla Prima Guerra Mondiale, durante la quale fece il postino-ciclista, tornò alla ribalta ed a 35 anni si impose nel Campionato Italiano di Mezzofondo.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Inoltre, dimostrando passione e coraggio, dopo una lunga inattività, all'età di 47 anni giunse 51° nella Milano-Sanremo del 1930 e 69° in quella del 1931. Nella sua lunga carriera corse con le squadre: Atala, Bianchi, Legnano e Senior.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Campione longevo, serio e tenace, un pò sottovalutato dai suoi contemporanei, non rimase nel mondo ciclistico al contrario di altri suoi colleghi: preferì dedicarsi ad ingrandire e migliorare la sua tipografia che divenne una delle più attrezzate di tutta Milano, città nella quale, malato di cuore, morì all'età di 67 anni.&lt;/p&gt;
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      <title>La storia di Giuseppe Minardi &quot;Pipaza&quot;</title>
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      <updated>2011-10-04T23:36:10+02:00</updated>
      <published>2011-10-26T10:54:00+02:00</published>
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                              <summary>    Giuseppe Minardi, detto &quot;Pipaza&quot;    Nato a Gaiano di Solarolo (RA) il...</summary>
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          &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-472003&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/00/1568789521.jpg&quot; alt=&quot;266224311.jpg&quot; name=&quot;media-472003&quot; width=&quot;163&quot; height=&quot;210&quot; /&gt; &lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva; font-size: x-small;&quot;&gt;Giuseppe Minardi, detto &quot;Pipaza&quot;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva; font-size: x-small;&quot;&gt;Nato a Gaiano di Solarolo (RA) il 28 marzo del 1928&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: xx-small;&quot;&gt;&lt;em&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva;&quot;&gt;Ottenne la sua prima vittoria dopo che Pavesi gli frustò le gambe con un fascio di ortiche&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva; font-size: x-small;&quot;&gt;&quot;Pipaza&quot;, nato a Gaiano di Solarolo in provincia di Ravenna, il 28 marzo del 1928, incominciò nella S.S. Solarolese, nel 1947 da dilettante, dopo un brevissimo periodo di tirocinio fra gli allievi della Baracca di Lugo. Nel 1948 ottenne una vittoria in volata nientemeno che su Zanotti, e una convocazione per una preolimpionica.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva; font-size: x-small;&quot;&gt;Insomma, già si parlava di lui, e i dirigenti della Vilco di Bologna ottennero il trasferimento. Il 1949 fu un'annata eccezionale: vinse a Mordano, a Pescara (Coppa Matteotti), a Massa, a San Carlo Ferrarese, a Cento (Coppa Govoni), a Marina di Massa (selezione per i mondiali), nella Milano-Rapallo e nel Giro di Romagna, e fu secondo nel Gp Pirelli. Inoltre con Isotti, W.Servadei e Benfatti vinse la Coppa Italia a squadre per la Vilco.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva; font-size: x-small;&quot;&gt;Ce n'era abbastanza per tentare la sorte tra i professionisti, e Giorgio Dittatori, il tecnico che lo scoprì e ne affinò la classe, lo consigliò di iscriversi al Giro di Lombardia 1949: figurò benissimo e nel 1950 confermò di trovarsi a suo agio tra i professionisti. Tanti buoni piazzamenti e al Giro d'Italia seppe mettersi in luce come uno dei gregari più solerti e degli esordienti meno spauriti. Il 1951 inizia con due secondi posti, al Giro di Toscana e alla prima prova del Gp dell'U.V.I. (Milano). C'erano le premesse per una buona stagione, purtroppo proprio poco dopo l'arrivo a Milano, finito in volata andava a sbattere contro un'auto imprudentemente arrestatasi, e si feriva seriamente ad una spalla. L'incidente comprometteva parzialmente la sua forma per l'inizio del Giro, dove però riuscì ad ottenere la prima vittoria della sua carriera: era il 29 maggio, decima tappa, e la Legnano era già senza il suo capitano Soldani. Tutti potevano fare la loro corsa, ma Minardi non sapeva decidersi a sfruttare il momento buono, in una tappa svolta ad un'andatura non troppo elevata. Allora Eberardo Pavesi gli si avvicinò e gli diede il &quot;via&quot;, frustandogli le gambe con un fascio di ortiche: &quot;Pipaza&quot; partì fortissimo e quando arrivò a Pescara correva ancora tanto che battè tutti in volata.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva; font-size: x-small;&quot;&gt;Non era nato per i grandi giri e le alte montagne ma riuscì a trovare l'opportunità per vincere una tappa del Giro d'Italia per sei edizioni consecutive: a Pescara nel '51, a Genova nel '52, a Roma nel '53 (certamente la più memorabile poiché ottenuta allo Stadio Olimpico nel giorno dell'inaugurazione, con la partita Italia-Ungheria, davanti alla folla più numerosa che avesse mai assistito all'arrivo di una gara ciclistica), a Taormina nel '54, a Cervia nel '55 e a Rimini nel '56. Per tre giorni nel '54 ha pure indossato la maglia rosa. Ma il popolare e simpatico &quot;Pipaza&quot; (per cinque anni nella Legnano e poi alla Leo-Chlorodont) può anche vantarsi di aver vinto, dopo la Milano-Rapallo da dilettante nel '49, il Trofeo Matteotti nel '49 (dilettante) e '55, il Giro della Campania '52, la Tre Valli Varesine '52, il Giro della Romagna '54, il Giro di Reggio Calabria '54 (davanti a Fausto Coppi assieme al quale aveva staccato tutti) e nel '56, il Giro del Piemonte '55 e il Trofeo Baracchi '51 con Magni. Comunque la vittoria nel Giro di Lombardia del '52, in volata su Defilippis e Padovan, resta la più importante della sua carriera e nello stesso anno perdette per mezzo punto il campionato italiano dietro all'indomabile, ma più furbo, Gino Bartali.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;
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      <title>Gli aneddoti del Tour de France</title>
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      <updated>2011-10-04T23:31:01+02:00</updated>
      <published>2011-10-12T03:03:00+02:00</published>
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          &lt;p&gt;&lt;img id=&quot;media-527518&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/01/142737247.jpg&quot; alt=&quot;Tour de France 001.jpg&quot; name=&quot;media-527518&quot; width=&quot;153&quot; height=&quot;135&quot; /&gt;&lt;strong&gt;Dopo il gradimento dimostrato per il Giro d'Italia, continuiamo con la pubblicazione di altri aneddoti, questa volta relativi al Tour de France.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;br /&gt; La storia&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Sono passati ben 105 anni dal 1 luglio del 1903 da quando 60 temerari corridori si allinearono al via della prima tappa di un’avventura sportiva che oggi è definita all'unisono la corsa a tappe più bella del mondo. Un debutto dal sapore marcatamente italiano: il primo a scrivere il proprio nome in cima all’albo d’oro fu infatti Maurice Garin, valdostano emigrato in Francia e soprannominato lo spazzacamino di Arvier per via della professione dichiarata alla frontiera.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Al contrario, la paternità dell’idea di organizzare una corsa in bicicletta era stata del tutto francese, frutto dell’immaginazione di Geo Lefevre, inviato del quotidiano sportivo L’Auto (l’attuale L’Equipe), che poi riuscì a contagiare con il suo entusiasmo il caporedattore Henri Desgrange. Va detto che al traguardo di quel primo Tour giunsero solo 21 pionieri, gli unici che ce la fecero a completare le sei frazioni che collegavano Parigi, Lione, Marsiglia, Tolosa e Nantes. L’esiguità delle tappe non tragga in inganno: ai quei tempi ogni giorno si percorrevano qualcosa come 400 km (la Nantes-Parigi era di 471 km!).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;&lt;img id=&quot;media-527496&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/00/1121279530.jpg&quot; alt=&quot;tdf1903.jpg&quot; name=&quot;media-527496&quot; width=&quot;269&quot; height=&quot;206&quot; /&gt;&lt;/strong&gt;La corsa riscosse un immediato successo tant’è che L’Auto vide schizzare le sue vendite da 25.000 a 65.000 copie, mentre nel 1908 la circolazione toccò quota 250 mila per poi passare a 500 mila nel 1923 &amp;nbsp;e a 854 mila nel 1933. La Grande Boucle era definitivamente entrata nel cuore dei francesi.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Le prime edizioni furono appannaggio dei corridori francesi (Garin correva sotto il tricolore transalpino) che ne vinsero 8 su 9 con la sola intromissione del lussemburghese e comunque francofono François Faber nel 1909. Poi il testimone passò ai colleghi belgi che lo hanno tenuto ininterrottamente dal 1912 al 1923 (il Tour fu sospeso dal 1915 al 1918 a causa della prima guerra mondiale).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; La fama della corsa varcò la frontiera italiana&amp;nbsp;per merito di Ottavio Bottecchia che, soprannominato il muratore del Friuli, divenne ciclista professionista soltanto a 27 anni e fece l’accoppiata 1924-1925. Due i Tour conquistati anche da Gino Bartali che ebbe la sfortuna di dover fare i conti con la seconda grande guerra (la Grande Boucle si fermò dal 1940-1946). Ginettaccio portò a casa le edizioni 1938 e 1948.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; A Bartali successe un altro mito della bici azzurra, il suo alter-ego Fausto Coppi che trionfò anche nel 1952. All’Airone seguirono altri grandi del ciclismo come i transalpini Louis Bobet e Jacques Anquetil (5 Tour de France) e Felice Gimondi nel 1965. Poi nel 1967 la tragedia dell’inglese Tommy Simpson,&amp;nbsp;morto il 13 luglio poco prima della vetta del Mont Ventoux a causa di un micidiale cocktail di anfetamine e alcol e del caldo opprimente.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Da allora, la corsa fu dominata da autentici mattatori come Eddy Merckx, Bernard Hinault (ultimo francese a chiudere in maglia gialla) e Miguel Indurain che arrivarono primi alla passerella dei Campi Elisi per ben cinque volte ciascuno (l’iberico consecutivamente dal 1991 al 1995). Il più vincente della storia è stato però Lance Armstrong che centrò 7 vittorie di fila, la prima nel 1999 raccogliendo lo scettro di Marco Pantani.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;strong&gt;Gli aneddoti&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;1905&lt;br /&gt; Durante la tappa Nancy-Besançon a causa dei chiodi disseminati sul percorso tutti i corridori bucano le ruote almeno una volta fino alle 15 forature di Jean-Baptiste Dortignacq.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;img id=&quot;media-527516&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/01/1133962213.jpg&quot; alt=&quot;200px-Lucien_Mazan.jpg&quot; name=&quot;media-527516&quot; width=&quot;80&quot; height=&quot;151&quot; /&gt;1906&lt;br /&gt; A Digione 4 ciclisti furono squalificati perché accusati di aver preso un treno. Si ripresentò il problema dei boicottaggi dei tifosi, nella seconda tappa, tutti i ciclisti ad eccezione di Lucien Petit-Breton forarono a causa dei chiodi messi sul percorso, ma la situazione fu meno grave rispetto alle precedenti edizioni. Dal punto di vista sportivo bisogna ricordare che all'arrivo di Parigi riuscirono ad arrivare soltanto 14 ciclisti, è il secondo minor numero di ciclisti arrivati.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; 1907&lt;br /&gt; Il 26 luglio alla vigilia della 10^ tappa, Émile Georget fu penalizzato di 50 punti dalla giuria, in quanto nella tappa precedente Georget aveva cambiato bicicletta, cosa severamente vietata dal regolamento secondo il quale era vietato qualsiasi tipo di assistenza ai ciclisti durante la gara. La squadra &quot;Alcyon&quot; aveva minacciato il ritiro se il ciclista appartenente alla squadra &quot;Peugeot&quot; non fosse stato punito. Nonostante questa penalizzazione la squadra &quot;Peugeot&quot; piazzò 5 suoi ciclisti ai primi 5 posti della classifica generale&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; 1910&lt;br /&gt; L'innovazione di quest'edizione è l'introduzione in corsa del camion balais ovvero il &quot;camion-scopa&quot;, su cui salgono i ciclisti che si ritirano dalla gara. La tappa che va da Luchon a Bayonne regala un aneddoto curioso ma che farà storia: durante la durissima scalata al Tourmalet, Lapize è vittima di un incidente meccanico col manubrio letteralmente spaccato. Non potendo riparare subito il danno è costretto ad affrontare a piedi l'intera discesa del colle pirenaico e dopo aver riparato la bici riuscirà comunque stoicamente a vincere la tappa. Celebri furono le parole che pronunciò nei confronti degli organizzatori dopo quella tappa: &quot; Siete degli assassini ! &quot;.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;img id=&quot;media-527503&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/1976914236.jpg&quot; alt=&quot;Tdf1911.jpg&quot; name=&quot;media-527503&quot; width=&quot;121&quot; height=&quot;175&quot; /&gt;1911&lt;br /&gt; La tappa più lunga della corsa era lunga 470 km, e al vincitore della tappa servirono 18 ore per completarla.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; 1913&lt;br /&gt; L'edizione del 1913 fu caratterizzata da abbandoni e cadute, i partenti furono 140 ma arrivarono solamente 25 corridori! Il Tour fu dominato dalla squadra &quot;Cicli Peugeot&quot; che riuscì a piazzare tre corridori sul podio malgrado le altre squadre si coalizzarono per arginarne il dominio.&lt;br /&gt; Leggendario l'episodio che accadde a Eugène Christophe nella tappa di Luchon; dopo essere andato in fuga insieme al suo compagno di squadra Philippe Thys, Christophe ruppe la forcella sulla discesa del Tourmalet e nonostante un fabbro si propose di aggiustargliela egli rifiutò in quanto non era consentito dal regolamento, quindi se la aggiustò da solo. Arrivò al traguardo con diverse ore di ritardo perdendo qualsiasi possibilità di vittoria finale , ma entrando per sempre nella storia della corsa.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; 1919&lt;br /&gt; Le condizione meteorologiche furono difficilissime, pioggia e vento uniti al dopoguerra resero le strade un costante pericolo, basti pensare che ben 26 corridori abbandonarono già alla prima tappa a causa di squalifiche!dei 68 partenti arrivarono a Parigi solo 10 corridori.&lt;br /&gt; I corridori arrivati a Parigi furono 11 ma Paul Duboc venne squalificato per aver raggiunto durante l'ultima tappa il plotone con una macchina!.&lt;br /&gt; Eugene Cristophe ruppe ancora una volta la forcella a solo due tappe dal termine quando aveva oltre 28 minuti sul secondo.La maglia gialla gli venne strappata dal belga Firmin Lambot. Dopo il Tour il giornale sportivo &quot;L'Auto&quot; lancio una sottoscrizione per ricompensare lo sfortunato corridore.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; 1924&lt;br /&gt; Ottavio Bottecchia è il primo ciclista italiano a vincere il Tour de France. Bottecchia segna anche un record: è anche il primo ciclista riuscito nell'impresa di portare la maglia gialla dalla prima all'ultima tappa.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; 1929&lt;br /&gt; Victor Fontan, primo nella classifica generale, durante la decima tappa cadde rompendo la sua bicicletta. Purtroppo quell'anno fu stabilita una regola secondo la quale un corridore dovesse finire la tappa con la bicicletta con cui l'aveva iniziata. Fontan dovette andare di casa in casa per trovare una bicicletta da prendere in prestito. Trovatala, dovette percorrere i 145 chilometri che lo separavano dal traguardo trascinando la sua bicicletta originale dietro quella che gli era stata prestata. Arrivò all'arrivo in lacrime.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;img id=&quot;media-527491&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/1483852461.jpg&quot; alt=&quot;6a00d8341c78e853ef00e54f119c348833-640wi.jpg&quot; name=&quot;media-527491&quot; width=&quot;185&quot; height=&quot;137&quot; /&gt;1933&lt;br /&gt; Durante la 10a tappa un gran numero di corridori arrivarono « fuori tempo massimo », l’organizzazione decise di alzare il limite dal 8% al 10% di ritardo rispetto al tempo del vincitore, se il limite fosse rimasto invariato sarebbero rimasti in corsa solo 6 corridori!&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; 1936&lt;br /&gt; Il governo italiano vieta ai propri corridori di partecipare al Tour per motivi politici&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; 1939&lt;br /&gt; Il governo italiano e quello tedesco proibirono la partecipazioni dei propri corridori per motivi politici, tra di essi c’era anche il vincitore della precedente edizione del Tour Gino Bartali&lt;/p&gt;
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      <title>La storia della Colnago</title>
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      <updated>2011-10-04T23:29:39+02:00</updated>
      <published>2011-10-05T03:01:00+02:00</published>
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              <summary>   La storia di Colnago è ricca di successi, in cinquant’anni il marchio del...</summary>
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          &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-499442&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/00/1245084976.jpg&quot; alt=&quot;1279543135.jpg&quot; name=&quot;media-499442&quot; /&gt;La storia di Colnago è ricca di successi, in cinquant’anni il marchio del “trifoglio” ha raccolto più di 6.000 vittorie sponsorizzando più di 100 squadre professionistiche.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Ernesto Colnago è da tutti ritenuto il maestro dei costruttori di telai ed uno dei “padrini” delle moderne biciclette da corsa su strada classiche.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Ernesto nasce nel 1932 a Cambiago, un paesino alla periferia di Milano, in una famiglia di contadini e già ai tempi della scuola elementare aiuta il padre nel lavoro dei campi. Nel novembre 1945 è assunto con la qualifica di aiutante saldatore dalla Gloria, un’azienda milanese di biciclette. Per varcare i cancelli della fabbrica – sono richiesti 14 anni – viene modificata la data di nascita. &quot;Mi hanno affidato ad un tecnico che saldava i telai - ricorderà in seguito - dovevo essere sempre concentrato sul lavoro: una volta che mi sono distratto, per richiamarmi all' ordine, mi ha indirizzato il getto della fiamma ossidrica sulla mano. Ho imparato subito la lezione&quot;.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;A 14 anni Colnago ottiene la sua prima licenza di correre e vince 13 corse nella sua carriera. La sua fortuna comincia con una caduta. Nel 1951, partecipando come ciclista dilettante alla Milano-Busseto, si frattura la gamba destra. Dovendo restare per 60 giorni ingessato, ottiene dalla Gloria di montare le ruote a casa.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Nel 1952, lasciata la Gloria, si mette a costruire biciclette a Cambiago in un locale di venticinque metri quadrati. Parte così la storia della Colnago e del suo fondatore, un imprenditore che si è fatto da sé combinando insieme innovazioni tecnologiche e intuizioni di marketing. Dal 1955 ha continuamente migliorato le sue biciclette, con cui hanno corso e vinto i più grandi campioni del ciclismo (più di 100 team, 2.000 corridori e oltre 6.000 vittorie).&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Colnago si dimostra subito un innovatore: fin dall’inizio decide di sottomettere la geometria dei telai dell’epoca ad alcuni cambiamenti radicali e crea allo stesso tempo il moderno look delle bicicletta da corsa su strada. Fino a quel momento il design che dominò prima della guerra era quello di un telaio largo, una base lunga per le ruote ed il sellino solo qualche centimetro al di sopra del telaio.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;img id=&quot;media-499643&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/1570696488.jpg&quot; alt=&quot;1155330110.jpg&quot; name=&quot;media-499643&quot; /&gt;Da allora Colnago ha sempre avuto il polso della situazione, è a stretto contatto con i migliori ciclisti del mondo, per i quali, in molti casi, ha preparato personalmente le biciclette. Il vivace italiano ha fatto parte della squadra leggendaria Molteni di Rudi Altig e Eddy Merckx, Gianni Motta e Michele Dancelli, in qualità di meccanico.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;La sua prima intuizione risale agli anni Cinquanta, quando forgia a freddo la forcella. Nel 1972 arriva la bicicletta che ha segnato un’epoca con il record stabilito da Eddy Merckx nel 1972 a Città del Messico. Nel 1983, la Oval CX e il telaio Master, con cui Saronni vinse quell’anno il Giro d’Italia. Nel 1986, insieme con la Ferrari Engineering (una collaborazione che dura ancora), viene realizzato, il primo telaio in fibra di carbonio e, l’anno seguente, la “rivoluzionaria” forcella Precisa. Nel 1987 ebbe l’idea delle forcelle con i connettori dritti. Nel 1989 è progettato Colnago C35, un telaio monoscocca in carbonio, da cui deriva il Carbitubo, seguito nel 1991 dal Bititan, un telaio in titanio. Nel 1994 esce il C40 in carbonio (nessuna bicicletta ha vinto quanto la C40), nel 2000 la CF1 e nel 2001 la CF2. Nel 2003 nasce il C50, evoluzione del C40, un telaio in fibra composita che si è affermato nelle competizioni e nelle vendite in tutto il mondo.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;br /&gt; Tra tutte le vittorie ottenute in carriera, una speciale è entrata negli annali della storia Colnago: fu la vittoria del “diavolo fortunato” Dancelli nella Milano-San Remo nel 1970 che persuase Ernesto Colnago a cambiare il suo logo da un’aquila all’attuale asso di fiori.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;img id=&quot;media-499644&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/01/827079856.jpg&quot; alt=&quot;477003956.jpg&quot; name=&quot;media-499644&quot; /&gt;Il logo è rimasto lo stesso, ma la tecnologia dietro di esso ha rivoluzionato il modo di costruire biciclette.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Tony Rominger batté il record mondiale orario su una Colnago in carbonio a monoscocca nel 1994 – 10 anni dopo Colnago festeggiò il 50° anniversario con la “nave ammiraglia”, il modernissimo modello di telaio C 50. L’ultimissima creazione è il telaio monoscocca a carbonio “Cristallo” con il tubo superiore inclinato, sul quale i corridori Milram e i loro colleghi di Rabobank, Landbouwkrediet-Colnago, Ceramica Panaria e Navigators Insurance Cycling Teams partecipano a tutte le competizioni internazionali. La fabbrica Colnago produce ogni anno 14-15 mila pezzi (10.000 telai esportati in tutto il mondo, soprattutto Usa 3.500 pezzi, il 15 per cento rappresentato da bici complete e il Giappone 1.500 pezzi, ma 500 biciclette complete) con fatturato di 22 milioni di Euro. La famiglia (il fratello Paolo, fa figlia Anna, il genero Giovanni e il giovane nipote Alessandro) lavora a tempo pieno nella ditta insieme con 25 operai specializzati. Inoltre abbiamo una compartecipazione in un' azienda in Toscana che provvede alla verniciatura ed una a Cambiago dove si saldano i telai» dice Ernesto Colnago, l' indiscutibile boss.&lt;/div&gt;
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      <title>Vladimiro Lazzarini</title>
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      <updated>2011-09-12T16:14:24+02:00</updated>
      <published>2011-09-30T00:00:00+02:00</published>
                            <category term="Ciclisti eroici romagnoli" scheme="http://www.blogspirit.com/ns/types#category" />
                              <summary>  Faenza 29 luglio 1914  Faenza 4 novembre 2000  Dieci anni fa moriva...</summary>
      <content type="html" xml:base="http://aver.myblog.it/">
          &lt;p&gt;&lt;img style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://www.museociclismo.it/media/fotociclisti200/12551.jpg&quot; alt=&quot;12551.jpg&quot; width=&quot;122&quot; height=&quot;210&quot; /&gt;Faenza 29 luglio 1914&lt;br /&gt; Faenza 4 novembre 2000&lt;/p&gt;&lt;div id=&quot;testo&quot;&gt;Dieci anni fa moriva Vladimiro Lazzarini. Comincia a correre nel 1931 con la locale Società Sportiva Club Atletico rimanendovi fino al 1933, quando il sodalizio muta la propria denominazione in Faenza Sportiva. Sprinter di prim'ordine s'impone tra l'altro in questo periodo due volte consecutive nel Giro Città delle Ceramiche (1932 e 1933), nel 1° Circuito di Reda, nel Campionato Faentino e nel G.P. VIII Settembre a Fusignano.&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;testo&quot;&gt;Il suo protagonismo in corsa, il senso tattico con cui gareggia e le ottime qualità di velocista attirano l'attenzione del Commissario della Federazione ciclistica emiliana Ferruccio Berti, che lo invita ad iscriversi al V.S. Reno di Bologna.&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;testo&quot;&gt;Con questo sodalizio continua la serie dei suoi successi: nel 1936 fa centro diciotto volte. Tra le sue vittorie, molte delle quali su pista, spiccano il Giro dei Fiori, la Coppa Azzini nel 1935 e 1936, la preolimpica a Bologna nel 1936, la Coppa del Duce a Forlì. Complessivamente dal 1931 al 1937 vince una sessantina di gare.&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;testo&quot;&gt;&lt;br /&gt; Passato di categoria come indipendente nel 1938 vince la Coppa Lapucci a Ravenna, una tappa del Giro dei Tre Mari e il Campionato Italiano di categoria oltre a qualche altro discreto risultato. Sempre nel '38 partecipa al suo primo Giro d'Italia concludendolo al 49° posto. L'anno successivo si ripresenta alla partenza del Giro d'Italia ma è costretto al ritiro.&lt;/div&gt;&lt;div id=&quot;testo&quot;&gt;&lt;br /&gt; Considerato uno dei migliori atleti dell'epoca, Lazzarini viene scelto dal Direttorio della FCI nel 1940 per la Settimana di Tripoli, che la stampa definisce una &quot;grande parata del ciclismo italiano&quot;. Successivamente la Seconda Guerra Mondiale ostacola in maniera decisiva la sua carriera, impedendogli di conseguire altri risultati significativi. Nel primo dopoguerra rientra alle competizioni ma, già ultra-trentenne, non ha fortuna e si ritira definitivamente dall'attività agonistica al termine del 1946.&lt;/div&gt;
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      <title>La storia di Vasco Bergamaschi, detto Singapore</title>
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      <updated>2011-09-12T16:13:20+02:00</updated>
      <published>2011-09-19T04:42:00+02:00</published>
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              <summary>    (San Giacomo delle Segnate, 29 settembre 1909 – 24 settembre 1979)  Un...</summary>
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          &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/00/411318321.jpeg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1210193&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/00/1940841782.jpeg&quot; alt=&quot;1243.jpeg&quot; name=&quot;media-1210193&quot; /&gt;&lt;/a&gt;(San Giacomo delle Segnate, 29 settembre 1909 – 24 settembre 1979)&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Un naso schiacciato, due occhietti strettini e un pò inclinati: soprannominato &quot;Singapore&quot; per i suoi tratti somatici vagamente simili agli orientali. Questo era il ritratto impressionista di uno dei tipi più simpatici nella storia del nostro ciclismo.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Sullo slancio di importanti successi tra i dilettanti nel '30 (la Coppa del Re e il Giro dell'Ungheria a tappe) passò professionista e si distinse per la sua dedizione alla squadra e in particolare al suo amico e capitano Learco Guerra, riuscendo ad aggiudicarsi il Giro d'Italia nel 1935.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Fu proprio Guerra che, dopo aver vinto il Giro del '34 e rendendosi conto di non essere in grado di ripetersi l'anno successivo gli diede via libera e lo spalleggiò. Vasco dopo aver preso la maglia rosa nella tappa inaugurale (Milano-Cremona) si impose anche nella lunga Roma-Firenze di km 317 difendendo degnamente la maglia rosa indossata nelle 14 tappe conclusive.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Non troppi gli altri successi: il Giro del Veneto '35, la Milano-Modena '40 e una tappa del Giro '39 e una del Tour '35 (la Marsiglia-Nimes).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Fortissimo passista, buono in salita, poco veloce negli arrivi tant'è che molte vittorie gli sfuggirono per poco.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Soprattutto era generosissimo, anche se aveva molta sapienza tattica, sufficiente per non sprecare troppe energie. Cessata l'attività si è fatto apprezzare come direttore sportivo alla guida della Torpado con Defilippis e la coppia delle grandi speranze Aldo Moser e Cleto Maule.&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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      <title>Addio a Cesare Del Cancia</title>
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      <updated>2011-09-12T16:38:17+02:00</updated>
      <published>2011-09-19T03:28:00+02:00</published>
                      <summary>    E’ mancato lo scorso 25 aprile Cesare Del Cancia. Toscano di Buti in...</summary>
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          &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/3991004278.JPG&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1732845&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/3075015547.JPG&quot; alt=&quot;DEL CANCIA in maglia GANNA.JPG&quot; width=&quot;157&quot; height=&quot;210&quot; /&gt;&lt;/a&gt;E’ mancato lo scorso 25 aprile Cesare Del Cancia. Toscano di Buti in provincia di Pisa avrebbe compiuto quest'anno la veneranda età di 96 anni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passò professionista alla fine del 1935 e fece in tempo a gareggiare con Binda, Guerra e Girardengo. Naturale avversario di Bartali e Bini risultava essere la più vecchia maglia rosa vivente in quanto indossata il 9 maggio 1938 a Santa Margherita Ligure.&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Nel 1935 con la Ganna, vinse due classiche del tempo: la Milano-Torino e la Tre Valli Varesine e la stagione successiva la Milano-Sanremo, una tappa al Giro d'Italia e il Giro dell'Emilia. Nel 1938 furono due le tappe conquistate nel Giro d'Italia, oltre al Giro del Lazio. Prima dello stop per la guerra ottenne qualche piazzamento, mentre nel dopoguerra cambiò squadra, passando alla Welter, ma non ottenne più i risultati di un tempo e terminò la carriera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi, come Carlo Delfino che ci ha segnalato la notizia, ha avuto il piacere e l’onore di conoscerlo, lo ha sicuramente stimato come uomo buono sensibile e dalla spiccata verve toscana.&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Lo stesso Delfino, scrittore e appassionato di ciclismo storico, lo ha definito l' “ultimo dinosauro” vale a dire l’ultimo testimone del grande ciclismo legato all’anteguerra.&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/475527921.JPG&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-1732849&quot; style=&quot;margin: 0.2em auto 1.4em; display: block;&quot; title=&quot;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/1549461187.JPG&quot; alt=&quot;HPIM0922 SAN REMO 37.JPG&quot; width=&quot;380&quot; height=&quot;284&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>DOMENICA 18 SETTEMBRE A MORDANO (BO) STRADE BIANCHE DI ROMAGNA</title>
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      <updated>2011-09-12T16:11:32+02:00</updated>
      <published>2011-09-12T16:11:32+02:00</published>
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                              <summary> Al via la seconda edizione dell'unica cicloturistica d’epoca in Romagna,...</summary>
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          &lt;p&gt;Al via la seconda edizione dell'unica cicloturistica d’epoca in Romagna, organizzata dall’Asc di Romagna. Un anno fa c’era anche Francesco Moser. Sabato 17 settembre alle 8 apre la mostra scambio - mercatino delle biciclette, accessori, abbigliamento d’epoca. Domenica anche un raduno cicloturistico tradizionale. &lt;/p&gt;
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      <title>Ravenna - Due libri e un mito: la bicicletta</title>
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      <updated>2011-01-12T16:27:26+01:00</updated>
      <published>2011-01-12T16:27:26+01:00</published>
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                              <summary>      Venerdì 14 gennaio alle ore 21, nel Teatrino della Casa delle Aie di...</summary>
      <content type="html" xml:base="http://aver.myblog.it/">
          &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;bold13&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/1277146306.jpeg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/807862078.jpeg&quot; id=&quot;media-1473232&quot; alt=&quot;Coppi.jpeg&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; width=&quot;292&quot; height=&quot;117&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;Venerdì 14 gennaio alle ore 21, nel Teatrino della Casa delle Aie di Cervia, è in programma un incontro culturale dedicato al ciclismo e alla bicicletta. Con la partecipazione degli autori, verranno presentati i libri di Massimo Carli “Cervia sui pedali. Cinquantenario della Società Ciclistica Aquilotti (1959-2009)” e di Dino Pieri “I Tour degli italiani: Bottecchia, Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi, Pantani”.&lt;span id=&quot;par_1&quot; name=&quot;par_1&quot; class=&quot;normal13&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span id=&quot;par_1&quot; name=&quot;par_1&quot; class=&quot;normal13&quot;&gt;L’incontro sarà introdotto da Renato Lombardi ed è prevista la videoproiezione di centinaia di suggestive immagini d’epoca riguardanti la storia del ciclismo a Cervia e l’utilizzo della bicicletta come importante mezzo di trasporto, strumento di emancipazione sociale, utilizzato per le attività del tempo libero e per quelle sportive. Rivivranno ambienti, personaggi e vicende legate ad uno sport che appassiona i cervesi, i romagnoli e gli italiani.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Massimo Carli presenterà un libro che è frutto di passione,&lt;/strong&gt; di impegno diretto come presidente della Società Ciclistica Aquilotti, di ricerche durate vari anni di foto, documenti e testimonianze dirette di protagonisti di questo sport popolare.&lt;br /&gt; Dino Pieri, già autore di pregevoli pubblicazioni su questo tema (ricordiamo tra le altre la sua splendida opera intitolata “Uomini in bicicletta”) darà un contributo importante per rievocare imprese ciclistiche e campioni che hanno fatto la storia del ciclismo agonistico internazionale.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;strong&gt;La bicicletta è tornata oggi d’attualità per il suo legame&lt;/strong&gt; con le tematiche ambientali, di sviluppo sostenibile, con la creazione di reti di piste ciclabili all’interno della città e di collegamento con altre città. In questi ultimi anni è cresciuto notevolmente un segmento di mercato turistico nel settore del cicloturismo. Grandi eventi quali ad es. la “Gran fondo del sale” vedono la partecipazione di migliaia di appassionati. Cervia ha ospitato per tre volte una Tappa del Giro d’Italia. Lo sviluppo del cicloturismo, che interessa in particolare i mesi della “bassa stagione”, implica anche una risposta in termini organizzativi e di presentazione di offerte turistiche da parte degli operatori turistici. Primi coinvolti nelle proposte di valorizzazione della bicicletta sono gli artigiani del settore. Un ruolo importante lo giocano le 12 associazioni sportive locali tra le quali la società ciclistica Aquilotti sta svolgendo un ruolo di rilievo nel rapporto con le scuole primarie, per un’opera di diffusione di una cultura legata all’incentivazione dell’uso della bicicletta. Il Comando di Polizia Municipale di Cervia svolge un’opera meritoria di educazione stradale nelle scuole primarie e vengono promosse iniziative quali “La patente del ciclista” per i bambini.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; L’iniziativa, che riveste molteplici interessi, è promossa dall’Associazione Culturale Casa delle Aie e rientra all’interno di un programma più ampio di 18 eventi, in calendario da dicembre 2010 ad aprile 2011.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Fonte: www.romagnanoi.it&lt;/p&gt;
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      <title>Sant'Ignazio nei garretti - Lettera a Gino Bartali di Gianni Brera</title>
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      <updated>2011-11-10T23:04:31+01:00</updated>
      <published>2010-12-02T05:45:00+01:00</published>
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          &lt;p&gt;C'è chi dice che Brera è stato il miglior giornalista sportivo di tutti i tempi. Io lo considero il miglior poeta dello sport. Ancora oggi riesco a perdermi tra i suoi straordinari aggettivi e la sua serrata potenza narrativa come fosse sempre la prima volta che lo leggo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ecco la straordinaria lettera che scrisse Gianni Brera a Gino Bartali dopo la conferenza stampa di presentazione della San Pellegrino, con Coppi alle dipendenze di Bartali.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Cfr.&quot;Gianni Brera, Incontri e invettive&quot;, Longanesi, Milano, 1974&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img id=&quot;media-503464&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/00/1220377442.jpg&quot; alt=&quot;1754035085.jpg&quot; name=&quot;media-503464&quot; /&gt;A Gino Bartali.&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Da qualche anno, conoscendoti meglio, mi sono fatta la convinzione che tu sia una specie di Bertoldo devoto. Non sei, intendo, il &quot;Tartufo&quot; ipocrita e astuto che una morale ormai fuori del tempo costringe a irritante doppiezza: quando ti chiamo frate Cipolla, pensando alle margniffate di quel personaggio boccaccesco che tu forse non sai, voglio semplicemente coprire una mia debolezza.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Dopo averti quasi detestato, quale paradigma di un italiano che mi sembrava mostruoso, ho scoperto di volerti molto bene. Il paradigma dell'italiano mostruoso somigliava un po' a tutti (me compreso) e può essere per questo che, scoperta la cosa, ho preso a vederti con simpatia, a trattarti quasi da amico. Qualcuno garantisce che si nasce incendiari e si muore pompieri. Prima si vorrebbe bruciar tutto, poi impedire che tutto bruci: perché &quot;lo nostro particulare&quot; ne soffrirebbe. E io sto avvicinandomi di buon passo all'idrante, ma intanto vedo te e molti, molti altri sulla scala più alta. E' l'unica giustificazione morale, benché un poco meschina.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Poi, c'è che sei quasi povero (come me, che non ho mai guadagnato milioni a centinaia e nemmeno a decine). Non so bene se tu l'abbia reso noto per astuzia contadina, giusto il paragone con Bertoldo, ma il fatto che tu abbia voluto sguarnire un mito, dicendoti povero, ha finito di conquistarmi. I grandi che falliscono sono sempre molto simpatici. Deve essere istintiva nell'uomo piccolo questa propensione per i vinti.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Annibale e Napoleone furono fra i più irriducibili sfruculiatori che la storia ricordi. Annibale creò un impero sulla strada dell'invasione in Italia e sbagliò tutto; Napoleone fece ancora peggio, perché la Francia si sarebbe salvata se avesse evitato i cento giorni. Ma quel còrso megalomane fece suonare per sé tutte le campane e condusse l'ultimo esercito a Waterloo. Tuttavia, noi ricordiamo Annibale e Napoleone come due genii. A tuo modo, sei tu pure un genio muscolare. Non Binda né Guerra, né tanto meno Coppi. Sei il cursore di maratona che non stramazza mai, e non per sé grida vittoria, ma per Iddio nostro Signore, per santa Teresa del Bambin Gesù, per san Domenico del quale sei terziario.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &quot;Brutt bojon&quot;, ringhiava Eberardo Pavesi mentre con tanta unzione posavi le ginocchia sul freddo marmo delle cattedrali. &quot;Su de lì Ginetto, fa' minga el bamba, che così ti freddi i muscoli&quot;. Hai avuto molto coraggio nell'esser pio. Questo è il lato più eroico. Tutta una civiltà si è delineata e poi espressa nella lotta alle genuflessioni troppo vistose. La liturgia non fa sempre vangelo, come tutti sanno, e Starace non ha proprio inventato nulla offrendo strani paludamenti agli italiani. Anziché esibire pugnali (dal taglio falso) tu baciavi reliquie. E la difficile conciliazione della morale con la vita corrente era espressa dalla tua rabbia agonistica. Non la dolce rassegnazione del mistico, bensì la grinta dei santi guerrieri. Ignazio ruggiva cattolicesimo nei tuoi garretti all'apparenza esili; digrignava amore nei tuoi occhietti all'apparenza miti.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Finì che ti convinsero d'una missione divina. Non più spade, non roghi santi. Il cavallo di Sant'Ignazio era di acciaio: i suoi zoccoli frusciavano come seta sull'asfalto. Avresti confuso eretici e infedeli con le tue gesta, ogni tua vittoria sarebbe apparsa miracolosa. Mai ritirarsi, pregare, pur nell'automatismo folle e ossessivo della pedalata. Mai ritirarsi, invocare il miracolo. Iddio ti avrebbe soccorso, santa Teresa e san Domenico avrebbero interceduto, alla lunga, perché il miracolo avesse luogo. Non risulta che tu abbia sofferto un ritiro per il solo fatto che si delineava una sconfitta. Fausto Coppi, battuto, sterzava ai margini. Era però una forma di onestà troppo aperta per non apparire ingenua; era anche una forma di egoismo, perché il ritiro sottintendeva una scusa tecnica o fisiologia: il vincitore non avrebbe avuto la soddisfazione di battere il miglior Coppi.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Tu, per contro, miracoli ne hai realizzati a decine. I tuoi recuperi sono favolosi. Al diavolo se la irresistibile cavalcata dietro a Cecchi risulta compiuta alla media di quasi trentatré orari: il fatto consiste: è più che eroico: si attacca al misticismo... dinamico. Giosuè suona la tromba e le mura di Gerico, minate dal buon Dio, si disfanno in polvere e calcinacci. Fausto Coppi prepara lo spunto decisivo al Capo Berta: fora una gomma, spende il meglio per rientrare e deve tenere le ruote: così si arriva a Sanremo in millanta: suona la tromba di Ambrosini e i muscoli di Van Steenbergen, minati da santa cotta, si sfilacciano come vecchie pezze: un omino ingobbito sfreccia dalla sua ruota esausta. La fotografia dell'arrivo ritrarrà l'organizzatore della Gazzetta sospeso a mezz'aria, come non avrebbe mai saputo se fosse stato idoneo al servizio militare: anche lui, Torriani, sta sulla scala più alta: anche lui ha molto gridato al miracolo. Ma la tua ultima vittoria a Sanremo non è altro.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il vecchio ciclismo muore. Coppi lo sta asfissiando. E' continuo mezzofondo, a medie orrende. Ma come ridiventa dura fatica, tu ripeti il miracolo. In Francia hai vinto nell'anno più esaltante dell'Era (così si pompava, con idranti romagnoli): M. Lebrun consegna nello stesso 1938 la coppa del mondo a Meazza, la maglio gialla a te, non so che nastro al cavallo Nearco, che ha vinto l'Arc de Triomphe. &quot;Ils gagnent tout, ces Italiens.&quot; M. Lebrun era simpatico e sportivo, ma il riconoscimento sapeva di deprecazione a denti stretti: e anche questa era generosità, sebbene forse inconscia: perché la deprecazione d'un francese esaltava due volte gli italiani di allora. I fratelli si dividono i campi del padre e automaticamente si trovano ad essere rivali. Noi e i francesi abbiamo spartito molto in passato.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; In guerra non sei stato. Fu già molto che t'abbiano messo in divisa. Il tuo cuore stringeva e dilatava con sorniona indolenza. Non fosse stato per il comico della cosa, il colonnello medico avrebbe onorato la scienza con un paradosso: e ti avrebbe riformato per insufficienza cardiaca. A tuo modo rientravi tu pure nei fenomeni fisiologici. Questo sembra fatale a un certo livello dell'agonismo. Meazza aveva le spallucce del polmonare. Coppi lo sterno carenato degli uccelli. Tu il cuore sornione, che non avvertiva, si sarebbe detto, i tuoi stimoli, e pompava indolente, senza accelerare mai. Di Baldini so che ha lo stomaco del ciabattino. Io non ho proprio nulla, forse per questo non sono un campione.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Ti ho visto la prima volta in Gazzetta, nel 1945. Eri con Bini e Leoni (mi sembra). Di mutargnone che eri, secondo la favola avviata a divenir mito, avevi preso a far chiacchiere con la rabbiosa facondia del toscano. Guido Giardini disse: &quot;Ora che ha smesso di andare forte, l'è diventaa on cicciaron&quot;. Ma forte andavi ancora. Ti rifacevi semplicemente di tanti anni austeri. Avevi preso moglie. Eri un uomo, non un santo. E le tue vittorie dividevano felicemente gli italiani, come è destino che avvenga, ma li dividevano per l'aperitivo, raramente per le busse. Il papa ti riceveva anche in maniche di camicia.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il giorno in cui spararono a Togliatti, la gente corse a sentire la radio del Tour anziché assaltare le prefetture. Fosti additato come salvatore della patria. Gli italiani sono tali personaggi che praticano il masochismo nazionale con invincibile pertinacia. Pensa che popolo di gonzi sarebbe il nostro, se fossero esatti i giudizi che noi ne diamo! A Sanremo ti raggiunse la moglie, durante quel Tour. Come venisti sconfitto, il giorno seguente, fiorirono le più belle deprecazioni che mai siano state fatte della donna. Anche questo usa molto, in Italia. Satana è un finto maschio. C'è perfino da sospettare del nostro slancio virile, se l'avversione per la donna è sincera. E' invece molto dubbio che lo sia: ma... vade retro!&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Binda dice: &quot;Bartali non è come il vino, che invecchiando migliora&quot;. Ma santa Tersa e san Domenico sono presso il tuo talamo di devoto. La sedatio concupiscentiae è ammessa per tutti, fuorché per i poveri preti: e tu sei laico. Si rovescino allora le cateratte del cielo, schiattino i fulmini, rumoreggino i tuoni sull'Izoard: venga umiliata la protervia del Golia francioso! Nei tuoi garretti fiammeggiano tendini che ripetono le corregge della fionda di David. E' il finimondo, il Bondone avanti lettera. Le tue gambette asciugate dai chilometri mulinano assidue: il nasone fa del tuo volto una maschera tragica: la bocca è larga e smorfiata, le labbra tumide. Ho negli occhi un reggimento di Chasseurs des Alpes con il passamontagna di pelo: le torve nubi del colle; la neve dell'inverno passato ai margini; lo sfarfallio di qualche fiocco misto alla pioggia; i refoli di vento che immiseriscono i nostri pochi ricordi alpini. E quell'omino che tu eri a danzare sui pedali, implausibile mostro in uno scenario così grandioso (per la natura) e così meschino (per tutti noi).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Fu l'ennesimo miracolo. Fausto Coppi non poteva più uscire di casa. Egli aveva rifiutato l'avventura, la gente gli faceva il tuo nome. Dal suo coledoco, la bile era spruzzata come da un gicleur. Vi odiavate con sana ferocia. Lo struggle for life umiliava inconsciamente in te ogni nozione creazionistica. Non avevi letto il Vangelo, non te ne ricordavi. Le preghiere erano un vizio labiale. La dialettica materialistica era più attuale in te, cattolico osservante, che nei laboratori dove stava nascendo lo Sputnik. Ah, come si esaltava l'italiano alla vostra avversione. Quanti fiumi di aperitivi scorsero fra i tavolini. Quante esecuzioni capitali vennero simboleggiate dalle orribili scommesse. Nel medioevo, non si sarebbe trattato di simboli. Ma questo era ciclismo.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il Tour del 1949 fu un'apoteosi (come si dice). Tu e Coppi a ripetere il '48. Lui superiore due volte. E quante frottole sapesti raccontare a difesa. Che inconscio agiografo eri di te stesso. Coppi ti lasciava andare e gli altri marcavano lui: poi scattava a raggiungerti. Penso alla tua desolazione di vecchio atleta e mi commuovo. Coppi era il cuculo che nasceva nel tuo nido di trionfante colomba. Ve l'aveva messo quel sadico di Pavesi. Già nel 1940 ti aveva sottratto un Giro che, senza di te, mai avrebbe potuto vincere. Il campione che traccheggia e lascia andare l'allievo non fa mai novità nel ciclismo. Coppi sbatté via Petrucci dalla Bianchi alla seconda Sanremo vinta in quel modo.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Ora il campione più giovane secondava il vecchio lasciandolo partire. E l'acchiappava come e quando voleva. A Grap ti diede la vittoria. Ad Aosta non ti attese quando cadesti su La Thuile. E perché avrebbe dovuto farlo?Nacquero polemiche famose. Il terreno in cui erano messe a giacere non poteva essere più fertile. Sarebbero scesi in lizza anche i frati. Ci fu perfino un goffo tentativo di spostare la lotta sul piano politico. Ma Coppi era già ricco, e si sentiva molto in armonia con le autorità costituite. Così seguitaste a odiarvi in pubblico e in privato, ma senza obbedire a scudi che non fossero coniati dalla zecca.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nel 1950 Koblet rifece il Coppi giovane ai vostri danni. Dice che avresti potuto comprarlo ma che la costante fiducia nel miracolo consente di essere avari senza vergogna. Il miracolo non avvenne. Koblet trionfò a Milano. Su di te solo. Coppi era caduto. Si era fratturato il bacino coricandosi a trenta orari. Era logoro. La fortuna lo soccorreva, al solito, tragicamente. Stando in letto preparava il 1952, che fu più facile per lui del '49.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Tu andasti al Tour nel 1950 e l'avrebbe vinto Magni: garantito che l'avrebbe vinto se tu non avessi tagliato la corda. Mi vado sempre più convincendo che i fatti dell'Auspin vennero montati da Virginio Colombo, una sorta di Cagliostro piccolo di statura. Inventasti anche la vecchia armata di coltello; e poi l'auto nera, omicida (fuori dal tuo inconscio ancora atterrito per la morte tragica del fratello).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; La notte presi parte alla commedia. Parlavi un francese da rotolarsi per terra. Fumavi le mie gauloises con la torva tenacia dell'autolesionista. Magni aveva in testa il berrettuccio giallo e stirava la bocca in smorfie cattive. Ti avrebbe volentieri preso a pugni, lui come tutti. Goddet e Binda ti imploravano. Ambrosini e io ti davamo gauloises e manate sulle spalle. In realtà, orinavi sangue e non avresti neppure finito da vinto. L'Auspin aiutò la tua crociata. Come è difficile volervi bene, fratelli francesi! scrivemmo tutti. Poveri francesi, quanto eravamo ingiusti.Miracoli ne avvennero sempre, sulla tua strada. Si fecero comizi in tuo onore e tua difesa. C'era sempre un prete con le vesti che svolazzavano: ringhiava come un toscano arrabbiato. Binda non ti avrebbe più voluto.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Era difficile sopportarti, conoscevi ogni astuzia dialettica, ora che non andavi. Nel 1952 ti fermasti per Coppi, che aveva forato. Capì subito l'antifona. &quot;C’è Carrea per questo&quot;, disse. &quot;Non voglio la tua ruota.&quot; Poi, te ne saresti vantato.Come dire alla gente che non doveva più battersi per te? Vedemmo un olandese, Wagtmans, superarti in discesa. Conosceva al più gli ascensori, e tu i colli sublimi delle Alpi e delle Dolomiti: le stradicciole sghembe dei Pirenei. &quot;Va' a casa, coglione&quot;, io ti gridai salendo alla Demi-lune, sopra Lione. &quot;Avessi io i tuoi quattrini...&quot; Sudavi affranto dopo neppur un chilometro. &quot;Se non corro muoio&quot;, dicesti dopo una scrollata (e perdesti sudore come un vecchio ronzino). Eri indubbiamente sincero. Il muscolare sentiva che non avrebbe potuto far altro con tanta bravura.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;img id=&quot;media-503465&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/02/812735582.jpg&quot; alt=&quot;2058871736.jpg&quot; name=&quot;media-503465&quot; /&gt;La vita del borghese è difficile a reggersi. Ti hanno imbrogliato, come era fatale. Il papa ha smesso di riceverti. Qualche crociato è sceso dalla tua nave. Restava l'odio per Coppi, acre, smisurato, bellissimo. La gente disputava sul passato (come capita a chi non ha più miti validi). Odiava Coppi, borghese in fallo a sua volta, ma sempre ricco.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Tu eri sceso di sella e il tuo sorriso amaro si mutò in invettiva. Una specie di ineffabile Tecoppa si rivelò dai teleschermi. Divenisti simpatico di colpo: non ai crociati, ma agli altri che prima si seccavano: a me, a tutti. &quot;Frate Cipolla&quot;, ti dissi, &quot;ora è il momento di lavorare insieme.&quot; E con mio grande stupore mi accorsi che nessuno meglio di te sapeva vedere gli aspetti polemici del ciclismo.&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;* * *&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il giornalista Tecoppa gridava: &quot;E mi non acetto!&quot; con ammirevole sagacia. Non saprei più interpretare una corsa a tappe senza il tuo aiuto di critico, ormai. Ti considero un collega necessario: dunque il mio egoismo è senza macchia: volendoti bene, so quel che faccio. Talvolta sei un compagno adorabile. Bevi bene, fumi smodatamente anche tu, discuti, accetti e restituisci invettive. Sei proprio un brav'uomo, un onesto adesso. Volevo scriverti questa lettera per insultarti e non ci riesco. L'affare con Coppi non è una turlupinatura, è bontà. I fessi strillano, si sentono derubati di un mito. Vorrebbero eterno il tuo odio. E perché? Ogni motivo materialistico è caduto. Coppi è un povero signore, come il ciclismo italiano. Hai organizzato la San Pellegrino per rivelare giovani allo sport. E' uscito Coppi con Venturelli, simile a una zia che ha perduto fascino, e traina la nipote più avvenente, ancorché meno esperta.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Ahimé, vecchio Gino, di quante contraddizioni si arricchisce la nostra vita con gli anni. &quot;In fondo&quot;, sei riuscito a dire durante la conferenza stampa, &quot;è sempre stato un mio allievo. Dopo vent'anni, torna alle mie dipendenze. Lui dirigerà i ragazzi stando su due ruote, io su quattro. E se non mi obbedirà lo farò squalificare.&quot; Ah, che bellezza, ah, quante palle tonde per un soldino. Ginetto, andiamo a bere. Scendi immediatamente da quella macchina e fermiamoci all'ombra. Noi si deve ancor lavorare per vivere, ed ecco che passa quello smilzo Chisciotte a nome Coppi. Lui si danna tuttora per difendersi. Noi beviamo. Molti modi vi sono per campare. Questo è uno, e neppur tanto idiota. Alla salute, vecchio Ginetto. Nessun Boccaccio, per fantasioso che fosse, riuscirebbe più a vedere in te frate Cipolla. Ora sono convinto che preghi meglio di prima, e che le tue preghiere valgono di più. Allez, facciamoci un altro gotto. Al traguardo arriviamo lo stesso.&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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      <title>Il bandito e il campione - la vera storia di Costante Girardengo e Sante Pollastro</title>
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      <updated>2010-11-05T11:55:34+01:00</updated>
      <published>2010-11-30T06:30:00+01:00</published>
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          &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/02/986168904.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/02/1800238156.jpg&quot; id=&quot;media-1388378&quot; alt=&quot;sante_pollastro.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; name=&quot;media-1388378&quot; width=&quot;224&quot; height=&quot;322&quot; /&gt;&lt;/a&gt;C'è che dice che l'incontro non avvenne mai. Sante Pollastro e Costante Girardengo: i due amici diventati il bandito e il campione quella sera del 1932 a Parigi invece si incontrarono, ma fu l'ultima volta. Si videro dietro le quinte di una manifestazione in pista. Il campionissimo era impaurito, temeva di essere coinvolto in uno scandalo, la polizia cercava Sante dappertutto. Il suo massaggiatore Cavanna lo riconobbe da un fischio: si fermarono a parlare con lui, scambiando qualche battuta e gli diedero appuntamento a Novi Ligure. Ma Sante non ci arrivò mai, lo arrestarono prima.&lt;/p&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Il Campione in fuga dagli avversari, il Bandito in fuga dalla legge, questa fu la loro vita,&amp;nbsp; la leggenda li vuole amici come fratelli, ma divisi dal destino.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;In realtà le cose non stavano proprio così: Costante Girardengo nacque a Novi Ligure nel 1893. Anche Sante Pollastro nacque a Novi Ligure, ma sei anni dopo, nel 1899. Quella dei due amici d’infanzia che a un certo punto prendono due strade completamente diverse è una licenza poetica, vista la differenza d’età. Pollastro è ancora adolescente quando, nel 1913, Girardengo è in sella su e giù per la Penisola per onorare il suo primo Giro d’Italia. Bisogna però precisare che, anche se non erano amici, è vero che Bandito e Campione si conoscevano: avevano un amico comune, il massaggiatore-preparatore Biagio Cavanna, e ad ogni modo erano compaesani.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Ma come è cominciato tutto questo? Come si faceva, nella piccola Novi Ligure di allora, a diventare grandissimi ciclisti o pericolosi banditi? Un motivo c’era, ed era molto semplice: la fame. Miseria vera, dell’Italia del primo Novecento, di lavoro duro e mal retribuito, in fabbrica o nei campi; di famiglie numerose e di troppe bocche da sfamare. Se qualche via d’uscita c’era, era stretta e non c’era spazio per tutti. Chi poteva, ci si buttava disperatamente, ma il prezzo da pagare, in ogni caso, era duro. Si capisce di cosa stiamo parlando: qualcuno aveva l’incoscienza, il pelo sullo stomaco, o anche il coraggio di darsi alla malavita. Chi invece era così fortunato da avere fiato e forza a sufficienza, cercava di salire sul carrozzone del (relativamente) nuovo sport che appassionava gli italiani: il ciclismo.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; LA STORIA&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; E' il dicembre del 1926: Pollastro e i suoi luogotenenti si trovavano nella zona di Ventimiglia, in attesa di sfruttare il momento propizio per oltrepassare la frontiera. Era la fuga pianificata da tempo. Meno di un mese prima avevano compiuto l'ennesima rapina, stavolta a Milano, in una gioielleria. Un altro spargimento di sangue: a farne le spese, stavolta, il titolare del negozio e due agenti di polizia. Anche il tentativo di fuga dall’Italia si risolse in una serie di omicidi a bruciapelo. Furono ben cinque le vittime nel giro di pochi giorni, e si trattava di poliziotti o carabinieri che non avevano neanche avuto il tempo di chiedere i documenti a quei personaggi sospetti. In un conflitto a fuoco, Pollastro fu ferito, ma riuscì ugualmente a riparare in Francia. Tragica fine, invece, per il suo complice Massari, detto Martìn, fermato dalla gendarmeria francese: resosi conto dell’impossibilità di sfuggire all’arresto, si sparò. Inviati dall'Italia per riconoscere il cadavere, due carabinieri ritennero erroneamente che la salma fosse di Pollastro. Fu così che per alcuni giorni, poco prima del Natale 1926, i giornali italiani, con grande sollievo, diedero per certa la notizia della morte del feroce bandito.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Destino volle, però, che Girardengo, in quei giorni, si trovasse in Francia, precisamente a Parigi. Al Velodromo d’Inverno si disputava la Sei Giorni. Quella delle Sei Giorni su pista era una tradizione ciclistica del tutto diversa da quella della strada, anche se i protagonisti spesso erano gli stessi. Si trattava di semplici passerelle o poco più, in cui il pubblico era composto dalla crème della città. Signori incravattati e signore ingioiellate, insomma, che osservavano con nobile distacco le fughe e gli inseguimenti che si consumavano incessantemente nel circuito. Niente a che vedere coi tifosi che riempivano, e riempiono ancora, di entusiasmo le salite del Giro o del Tour. Però le Sei Giorni erano molto più remunerative della maggioranza delle corse su strada; la fatica era complessivamente minore, e il gioco, tutto sommato, valeva la candela. Girardengo, quindi, era a Parigi a gareggiare insieme ad alcuni suoi gregari, tra cui Antonio Negrini e Luigi Giacobbe. In quel velodromo si consumò l’episodio che forse più di tutti ha contribuito a creare la leggenda del Bandito e del Campione. Biagio Cavanna sedeva tranquillo a bordo pista. Seguiva l'andamento, poco emozionante a dire il vero, delle gare. Il pubblico, come sempre in queste manifestazioni, era numeroso. Di sentire qualcuno fischiare, in un velodromo, capita talmente spesso che non c’è neanche da farci caso. Però quel fischio... quel fischio Cavanna lo conosceva. Ed era qualcosa di particolare. Quel fischio si chiamava «cifulò», ed era prerogativa dei novesi. Era un po’ l’equivalente dell’adesivo che si mette al giorno d’oggi sul retro della macchina con la sigla della provincia. A quei tempi, se uno di Novi voleva farsi riconoscere da un compaesano in «terra straniera», faceva il «cifulò». Il massaggiatore non ci mise molto a capire chi era il novese a Parigi.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Biagio Cavanna e Sante Pollastro si rividero dopo tanti anni. Il maestro di ciclismo e quel ragazzo che in bici non andava abbastanza forte e che adesso era l’uomo più temuto d’Italia e non solo. Cavanna e Girardengo quella sera nel 1932, a Parigi, incontrarono il bandito, Il campionissimo era impaurito, temeva di essere coinvolto in uno scandalo.&lt;br /&gt; &lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/562040427.JPG&quot; id=&quot;media-620789&quot; alt=&quot;Gira03.JPG&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left&quot; name=&quot;media-620789&quot; width=&quot;185&quot; height=&quot;270&quot; /&gt;&lt;br /&gt; A Costante raccontò i dettagli di molte sue imprese criminali e da questi si fece promettere che avrebbe rivelato tutto alla stampa dopo due mesi di silenzio. Era un modo per far sapere a tutti, senza ombra di dubbio, che non era il caso di festeggiare la morte del bandito, perché questi non solo era ancora vivo e al sicuro, ma era anche riuscito a fare quattro chiacchiere col più grande ciclista vivente.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Naturalmente Girardengo rivelò quasi subito quanto era accaduto, e la caccia al delinquente ricominciò più energica di prima. La polizia italiana aveva intenzione di chiudere la faccenda una volta per tutte. Se Pollastro era in Francia, bisognava andare a stanarlo. Facile a dirsi, ma nel 1927 non era affatto normale che le forze di polizia di Stati diversi collaborassero al punto di lasciar lavorare agenti stranieri nel proprio territorio. Il caso, però, era del tutto eccezionale, e anche al di là delle Alpi il bandito di Novi non tardò a farsi tragicamente conoscere. Con la sua banda, che ormai tra Italia, Francia e addirittura Belgio contava circa 150 affiliati, mise infatti a segno una trentina di rapine. La misura era colma.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; L’uomo giusto, colui che doveva diventare l’incubo notturno del feroce Sante Pollastro, insomma, «il bravo poliziotto che sa fare il suo mestiere» di cui parla De Gregori fu individuato nel questore Rizzo, che aveva condotto con successo svariate indagini su esponenti e circoli anarchici. Fu probabilmente la sua indubbia conoscenza di questi ambienti che fornivano copertura al bandito a far cadere la scelta sul funzionario, che fu inviato a Parigi a collaborare con le forze di polizia locali.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Le indagini durarono alcuni mesi, finché la parabola criminale di Pollastro si spense in un pomeriggio di agosto. Alla stazione metropolitana parigina della Nation tre gendarmi lo riconobbero. Tentarono di immobilizzarlo, ma ne nacque una colluttazione. Il bandito riuscì ad estrarre la pistola ma fu immediatamente disarmato. Immobilizzato, dichiarò di essere triestino e di chiamarsi Giordano Bruno Radetich, ma durante l’interrogatorio confessò la propria vera identità.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Sottoposto a numerosi processi sia in Italia che in Francia, non perse affatto la spavalderia: &quot;mi metteranno in prigione e proverò a scappare. Se ci riuscirò bene, altrimenti vorrà dire che mi ammazzeranno&quot; ebbe a dichiarare. Fu condannato in Francia ad otto anni di lavori forzati, e in Italia a svariati ergastoli. Durante il processo per il primo omicidio, quello del cassiere Casalegno, fu perdonato e benedetto dal fratello prete della vittima. Per la prima volta, in quell’occasione, il feroce criminale ormai dietro le sbarre ammise i propri sbagli. Proprio nel periodo dei processi a carico di Pollastro, la carriera sportiva del campione Girardengo, quasi quarantenne, si avviava al naturale declino. Senza rimpianti, tuttavia: aveva sempre condotto una vita irreprensibile, da vero atleta, e il fisico gli permetteva di continuare a fare ciò che gli piaceva, e cioè correre in bici. Gli albi d’oro delle corse prestigiose si riempivano di altri nomi, d'accordo, ma Girardengo incuteva sempre una certa soggezione. Nel 1936, il colpo di coda: in una tappa del Giro delle Quattro Province, la Arsoli-Roma, un corridore di quarantatré anni dal passato glorioso e dal presente rispettabile mise tutti in riga, meritandosi gli applausi e la simpatia di tutta la comunità sportiva italiana.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Sante Pollastro, com’era giusto che fosse, invece pagò. Più di trent'anni di reclusione, di cui quattro in isolamento totale. Il confino a Ventotene in tempo di guerra, durante il quale capeggiò una rivolta contro le autorità carcerarie, ma fece in modo che questa non si tramutasse in uno spargimento di sangue. Questo episodio gli valse la grazia, che nel 1959 gli fu concessa dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Quando uscì dal carcere di Parma, Pollastro era soltanto un sessantenne che dimostrava qualche anno di più, che aveva trascorso metà della vita in penitenziario e che aveva voglia di lavorare per rifarsi una vita, «anche se alla mia età e col mio passato non sarà facile», come dichiarò all’unico giornalista che lo aspettava fuori dal portone. Ci riuscì. Lavorò insieme al fratello Luciano, che vendeva articoli di merceria.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Si ricostruì una vita facendo l' ambulante. Girava, naturalmente in bicicletta, con il cestino pieno di cianfrusaglie, e la gente gliele comprava perché in quel modo poteva dargli una mano e perché tutti, in paese, hanno sempre pensato che il bandito tale diventò per colpa di un carabiniere che gli ammazzò un parente e lui si vendicò. Dentro, insomma, era un buono.&amp;nbsp;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Costante Girardengo morì nel 1978. Sante lo raggiunse l’anno successivo. E così finì la storia degli amici divisi da una bicicletta, la cui verità probabilmente rimarrà custodita per sempre.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;br /&gt; (Tratto da un articolo di Paolo Bertuccio da &quot;Il Giornale&quot; del 03 settembre 2005)&lt;/p&gt;
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      <title>I Giganti della strada. Il cliclismo &quot;Eroico&quot; 1891-1914</title>
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      <updated>2010-11-05T11:32:01+01:00</updated>
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              <summary>  I GIGANTI DELLA STRADA. IL CICLISMO &quot;EROICO&quot; 1891-1914  Luciano Serra...</summary>
      <content type="html" xml:base="http://aver.myblog.it/">
          &lt;p&gt;&lt;img name=&quot;media-569311&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/00/674479981.jpg&quot; alt=&quot;I giganti della strada.1FA!OpenElement&amp;amp;FieldElemFormat.jpg&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; width: 145px; height: 217px; border-width: 0pt;&quot; id=&quot;media-569311&quot; /&gt;I GIGANTI DELLA STRADA. IL CICLISMO &quot;EROICO&quot; 1891-1914&lt;br /&gt; Luciano Serra (prefazione di Romano Prodi)&lt;/p&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Uscito oramai da quasi 15 anni, questo libro rappresenta ancora una delle pubblicazioni più interessanti sul tema del ciclismo eroico. Visto il periodo, una strenna imperdibile per gli appassionati del genere.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Questa la scheda tratta dal sito www.diabasis.it.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Intento di questo libro è legare lo sport alla storia, il mito alla realtà, e far rivivere quello spirito di avventura e di guadagno che spinse uomini coraggiosi ad affrontare corse massacranti su strade impossibili e fra inaudite interperie per divenire idoli osannati dalle folle. L'opera, che viene autorevolmente introdotta da Romano Prodi, esplora con documentazione ineccepibile e spesso inedita in Italia, e con un taglio stilistico piacevolissimo, la nascita del ciclismo su strada dal 1891 (con l'evocazione dettagliata della Bordeaux-Parigi di 572 Km e della Parigi-Brest-Parigi di ben 1208) al 1914. Riporta vivacissimi aneddoti sconosciuti ed è ricca di rare preziose immagini. Il titolo si riferisce alla definizione suggestiva che dei grandi campioni fu data in occasione del primo Tour de France del 1903 e che venne fissata da noi nel primo Giro d'Italia del 1909. Il ciclismo che fu detto &quot;eroico&quot; con enfatica verità rivive come gran libro di memorie lontane da confrontare con le corse di oggi.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; L'autore&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Luciano Serra, considerato in Italia e all'estero uno dei maggiori studiosi del Boiardo, ha fra i suoi vasti interessi culturali anche la storia dello sport. Ha pubblicato numerosi articoli e tenuto rubriche in riviste specializzate italiane e straniere, soprattutto di alpinismo e di atletica leggera, e due opere: Storia del calcio 1863-1963 (Bologna, 1964) e Storia dell'atletica europea 1793-1968 (Milano, 1969). Quest'ultima ebbe l'onore di un'ampia prefazione di Gaston Meyer, direttore dell' &quot;Equipe&quot;, e ottenne nel 1970 il Premio Sorrentino. Serra ha tradotto 6 libri di alpinismo, fra cui 2 di Hillary, il conquistatore dell'Everest. È socio onorario del Cercle des Sports di Parigi. Sta lavorando ad un'enciclopedia dei Pioneri dello Sport (dal primo Settecento agli Anni Venti) di cui conosce vita e miracoli.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; La bicicletta eroica&lt;br /&gt; (di Romano Prodi)&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Molti secoli fa, nella notte dei tempi, un genio ignoto ha inventato la ruota, trasformando il ritmo alternato e cadenzato dei piedi, umani e animali, in un moto continuo e talvolta uniforme di tipo circolare. Appena un secolo fa molti ingegni noti si sono affacendati intorno a uno strano veicolo a due ruote che da decenni pareva una fantasia allucinata. Ne hanno equiparato i diametri, dotandole di un tubolare (Dunlop) o di gomme smontabili (Michelin), inventando pedali mozzi e catena, lo scatto libero, freni e cambio, creando quel meraviglioso mezzo rapido, leggero, silenzioso e non inquinante, salutista, che - se non stiamo attenti a difendere con ogni mezzo: lucchetti, catene, chiavistelli - rischia di sparire inghiottito nel nulla delle vie cittadine.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; La meravigliosa storia della bicicletta moderna non è l'oggetto primo di questo libro, ma una delle tante tetture piene di fascino che scorrono in filigrana, attraverso le vicende di chi più di ogni altro ha contribuito a stimolare il progresso tecnico applicato alle due ruote, ad appassionare la fantasia popolare, a esaltare imprese sportive impensabili e ritenute impossibili: gli atleti che si sono affrontati in singolar tenzone sul cavallino d'acciaio.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; L'Autore, reggiano come me, Luciano Serra - poeta e saggista, compagno degli anni bolognesi di Pasolini, studioso di Matteo Boiardo e Ludovico Ariosto che hanno cantato, tra incanti e dsincanti, le gesta degli atleti del loro tempo, cavalieri e non ciclisti - contrappunta le affascinanti vicende narrate, le storiche tenzoni tra gli eroi pedalatori, con sobri, gustosi e pertinenti episodi autobiografici che ricordano il tempo delle origini a quello del ciclismo a noi più vicino.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Da questo impasto di lettura gradevolissima è scaturita un'opera di sport e di cultura, di testimonianze, vagliate e rare: la documentazione delle corse, l'evocazione di avventure e disavventure, il tratteggio di personaggi, la rievocazione per sprazzi e lampi di un mondo storicamente decisivo per noi, ma che con cattiva coscienza ci sforziamo di dimenticare, il mondo eurocentrico della Belle époque di fine secolo che la follia bellicista dei nonni d'Oltralpe ha spazzato via con la Grande Guerra.&lt;/div&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;b&gt;Collana&lt;/b&gt; &lt;a href=&quot;http://www.diabasis.it/Database/diabasis/diabasis.nsf/b4604a8b566ce010c125684d00471e00/71a01543a9a705e2c1257044003007a1%21OpenDocument&quot;&gt;Beaux Livres&lt;/a&gt;&lt;br /&gt; &lt;b&gt;Formato&lt;/b&gt; 16x24&lt;br /&gt; &lt;b&gt;Pagine&lt;/b&gt; 160&lt;br /&gt; &lt;b&gt;Illustrazioni&lt;/b&gt; ricca documentazione di foto curiose e rare b/n&lt;br /&gt; &lt;b&gt;Prezzo di copertina&lt;/b&gt; euro 12,39&lt;br /&gt; &lt;b&gt;ISBN&lt;/b&gt; 88 8103 012 8&lt;/p&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Edizioni Diabasis&lt;br /&gt; via Emilia S. Stefano, 54&lt;br /&gt; Reggio Emilia&lt;br /&gt; telefono 0522 432727&lt;br /&gt; fax 0522 434047&lt;br /&gt; e-mail &lt;a href=&quot;mailto:info@diabasis.it&quot;&gt;info@diabasis.it&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>Mordano - Moser: racconto di un gemellaggio</title>
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          &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/00/780184653.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/00/1072742127.jpg&quot; id=&quot;media-1410262&quot; alt=&quot;Moser.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; name=&quot;media-1410262&quot; width=&quot;373&quot; height=&quot;247&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Pesche-uva o, se volete, Mordano-Moser: questo, a scelta, il nuovo gemellaggio&amp;nbsp; nato sabato 13 novembre 2010 allorquando una rappresentanza della A.S. Ciclistica di Romagna ha fatto visita all’Azienda Agricola di Francesco Moser, il mai dimenticato pluricampione del ciclismo italiano.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Gli accordi erano stati presi in occasione della 1° edizione della “Strade Bianche di Romagna” che aveva visto Moser presente a Mordano la sera prima dell’evento. Erano le 7.30 quando siamo partiti dal Gigi bar: Marco Selleri, il Presidente, Roberto Medri e Paolo Ceroni, stretti collaboratori del “Giro delle Pesche e Nettarine”, Roberto Conti, ex professionista di Bagnara di Romagna, e noi altri, tifosi della bici ed amanti del vino. Un viaggio sportivo-turistico-enologico-gastronomico: vi par poco in una sola volta??&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Dopo una breve sosta in autostrada, siamo arrivati a destinazione: Gardolo (Trento) presso il Maso Villa Warth, sede dell’Azienda Agricola.&lt;br /&gt; Ad attenderci il campione, il re della Roubaix, Francesco Moser, in sella non ad una bici, ma ad un muletto intento a movimentare confezioni di bottiglie, coadiuvato dal fido scudiero Jean Pierre Vattolo, normanno di nascita, ma di origini friulane.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; E’ stata una soddisfazione difficile da descrivere per chi scrive: non avrei mai pensato, un giorno, di poter incontrare così da vicino, in tutt’altre faccende affaccendato, uno di quei miti del ciclismo che anni addietro ha diviso l’Italia: a chi lo ricorda, ma anche a chi non potrebbe ricordarlo vista la giovane età, Moser e Saronni divisero&amp;nbsp; a metà i tifosi del ciclismo, come prima avevano fatto Coppi e Bartali, Gimondi e Motta.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Dopo i saluti e le presentazioni di rito, annaffiate dall’ottimo spumante “ Moser 51,151” a ricordo del record dell’ora del gennaio 1984, Francesco ci ha accompagnato prima a visitare la cantina ricavata nella roccia, poi lungo i filari dell’Azienda Agricola, antico podere vescovile, che si estende sulle verdi colline di Gardolo di Mezzo, su una superficie di 25 ettari di cui 10 a vigneto. Accompagnati da una splendida giornata di sole, lo scenario che si poteva ammirare era, a dir poco, incantevole: dai “belvedere” del Podere alzando gli occhi si vedevano, a sinistra, le già innevate piste del Bondone, mentre a destra troneggiava il picco di Fai della Paganella coi suoi innumerevoli ripetitori. Abbassando lo sguardo, invece,&amp;nbsp; si poteva ammirare uno scorcio della valle dell’Adige, quasi ci trovassimo in un incantevole anfiteatro naturale. Ritornati al Maso, Moser,&amp;nbsp; per ringraziarci della visita ed in segno di amicizia con Roberto Conti, ha fatto dono a ciascun componente la delegazione(8) di un cartone contenente 6 bottiglie di vino della sua produzione.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Per ricambiare tanta ospitalità, abbiamo invitato a pranzo Francesco che però ha posto una condizione: il vino lo offriva lui, e così siamo entrati al ristorante con il vino “sottobraccio”. Mangiando bene e bevendo meglio, a tavola è uscito di tutto:&amp;nbsp; aneddoti, storie vere, forse qualche leggenda, ma tutto improntato alla schiettezza e alla sincerità del campione che le raccontava. Terminato il pranzo abbiamo accompagnato Moser a Trento nel Palazzo della Provincia, dove, in uno splendido salone tutto dipinto,&amp;nbsp; si stava svolgendo l’incontro annuale degli Azzurri Trentini, atleti che negli anni hanno indossato la maglia azzurra nelle varie discipline: abbiamo visto la Belluti (ciclismo), Nones (sci di fondo) Bernardi (pallavolo), e tantissimi altri di cui non ricordo più il nome (ah, il traminer che effetto che fa!!!).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; E qui la visita è terminata: ci siamo salutati, con molta commozione ma altrettanta soddisfazione da parte di tutti. Il Presidente Marco Selleri ha ringraziato Francesco Moser a nome dei presenti e di tutti i tesserati dell’A.S.C. di Romagna, per la disponibilità e la pazienza dimostrate nel rispondere alle nostre domande che sembravano più “interrogatori”, ed ha preso un impegno, quello di continuare nel “gemellaggio”, eventualmente con altre iniziative, anche particolari, come quella di partecipare nel 2011 alla vendemmia presso il Maso, consumando alla fine una maestosa “paella” preparata in loco dal famoso cuoco Malipone. Un’idea cui Moser non si è sottratto, anzi: ….se son rose fioriranno. Siamo quindi rientrati a Mordano, molto accaldati, non dal vino ma dall’impianto di riscaldamento che non funzionava (anzi funzionava troppo), consapevoli di aver trascorso una giornata particolare, molto particolare in compagnia di un grande campione dello sport più popolare che ci sia: la bicicletta.&lt;/p&gt;
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      <title>Il Vigorelli - tempio del ciclismo su pista</title>
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      <updated>2012-11-22T21:16:56+01:00</updated>
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              <summary> Di ciclismo su pista non si sente più parlare. E dire che anche in questa...</summary>
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          &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Di ciclismo su pista non si sente più parlare. E dire che anche in questa disciplina l'Italia poteva vantare campioni ed impianti sportivi all'avanguardia. Come il Vigorelli, di Milano, di cui vi proponiamo la storia fino ai giorni nostri.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Nasce la pista milanese&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-515393&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; border-width: 0px;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/02/1796416220.jpg&quot; alt=&quot;1796416220.jpg&quot; name=&quot;media-515393&quot; /&gt;Ciclismo a Milano vuole da subito dire pista. Al primo circuito in terra battuta del Trotter, ne fa seguito un'altro, in legno, allestito all'Arena. A cavallo dei due secoli sorge in via Giovanni Da Procida il Velodromo Sempione, con pista scoperta, e l'attività su pista consolida il suo successo. Il Sempione diventa famoso per le gesta di Ganna, Gerbi, Belloni, Eberardo Pavesi, Girardengo. La leggenda vuole che proprio quest'ultimo preferisca le riunioni su pista al Sempione a corse prestigiose come il Giro di Lombardia.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nel 1923 sorge il Palazzo dello Sport di Piazza VI Febbraio, opera dell'architetto Vietti Violi, già autore degli ippodromi di San Siro. Ha una capienza di 18.000 posti ed è concepito come un impianto versatile destinato a competizioni sportive, spettacoli e esposizioni. Ospita una pista coperta in legno che può essere smontata e rimontata in posizioni diverse, così come le tribune per gli spettatori.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Arriva il Vigorelli&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-515394&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; border-width: 0px;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/1392215559.jpg&quot; alt=&quot;1392215559.jpg&quot; name=&quot;media-515394&quot; /&gt;Il Velodromo Vigorelli nasce nel 1935. Il Velodromo Sempione, ormai obsoleto, è stato demolito nel 1928 e bisogna liberare il Palazzo dello Sport da una delle sue numerose funzioni. L'idea di un velodromo semicoperto poco distante dal vecchio Sempione è di Giuseppe Vigorelli, industriale, assessore sotto la giunta Mangiagalli, e in gioventù corridore su pista. Il Vigorelli diventa da subito un prestigioso punto di riferimento per la passione sportiva dei milanesi e degli abitanti dei paesi circostanti, che ne affollano le tribune per assistere alle gare di sprint, di inseguimento, alle corse all'americana, alle gare degli stayer e ai grandi incontri di boxe sul ring al centro del prato. La sua pista scorrevolissima attira corridori da tutto il mondo. E' teatro di sfide memorabili, record mondiali, campionati, è sede d'arrivo di importanti corse su strada, il Giro d'Italia, il Giro di Lombardia e il Trofeo Baracchi.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img id=&quot;media-515395&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; width: 163px; height: 257px; border-width: 0px;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/00/1004780976.jpg&quot; alt=&quot;1004780976.jpg&quot; name=&quot;media-515395&quot; width=&quot;163&quot; height=&quot;257&quot; /&gt;Da semplice impianto sportivo diventa un luogo mitico, vero e proprio tempio del ciclismo internazionale. I paragoni si sprecano: la &quot;Scala&quot; del ciclismo, lo 'Stradivari' delle piste. Le fotografie dei campioni affollano le pareti dei piccoli bar della Bullona e del Sempione, il vecchio &quot;borg di scigolatt&quot;, dove sorge il Velodoromo. L'aura di leggenda che lo circonda sovrasta quasi quella degli stessi primattori che si sfidano sul parquet della pista. Dall'officina di Faliero Masi, che ha per tetto una gradinata del Velodromo, escono le biciclette dei maggiori campioni della strada e della pista. Al Vigorelli corrono i campioni e i ragazzini che imparano ad andare in bicicletta e i milanesi riservano lo stesso entusiasmo agli uni e agli altri, affollando lo stadio anche per le competizioni minori.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nell'estate del 1944, durante la seconda guerra mondiale, una pioggia di bombe incendiarie cade su Milano. Il Vigorelli è colpito, la pista distrutta. Verrà ricostruito nel 1945 per riprendere la sua storia fatta di corse, campionati, record. Nei suoi oltre sessant'anni di storia il Vigorelli ha ospitato anche molti concerti rock. E' qui che i Beatles tengono il 24 giugno 1965 la loro unica esibizione italiana.&lt;/p&gt;&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Il declino del velodromo&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Il Velodromo continua la sua attività sino al 1975, quando viene chiuso, per poi rinascere nel 1984. Sotto la nevicata del gennaio 1985 la tettoia che ricopre le tribune crolla sul parquet della pista, causando ingenti danni. E' l'inizio del declino dell'impianto. La pista viene ricostruita ma non la tettoia. Dopo tre anni di attivitˆ ridotta, il Velodromo viene definitivamente chiuso all'attività ciclistica nel gennaio del 1988. In seguito verrà ricostruita la tettoia e il 10 luglio del 1991 verrà installato e collaudato un nuovo impianto di illuminazione, ma l'impianto continuerà a rimanere chiuso. Parole, idee e promesse si susseguono nel corso degli anni, ma di volta in volta la mancanza di fondi o la priorità assegnata dall'amministrazione comunale ad altri progetti distolgono l'attenzione dalle sorti del Vigorelli e per anni il Velodromo rimane &lt;a id=&quot;moser&quot; title=&quot;moser&quot; name=&quot;moser&quot;&gt;&lt;/a&gt;abbandonato.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;img id=&quot;media-515396&quot; style=&quot;float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0px; width: 125px; height: 179px; border-width: 0px;&quot; src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/01/1072742127.jpg&quot; alt=&quot;1072742127.jpg&quot; name=&quot;media-515396&quot; width=&quot;125&quot; height=&quot;179&quot; /&gt;Dopo una ristrutturazione condotta grazie soprattutto all'impegno del gruppo Mapei, l'azienda chimica milanese che sponsorizzava una delle più forti squadre ciclistiche del mondo, il Vigorelli riapre finalmente il 10 dicembre 1997, per ospitare un evento singolare quale una prova di Coppa del Mondo di sci di fondo, nello speciale percorso di neve artificiale creato in mezzo alla pista. Il prato centrale del Velodromo era stato nel frattempo ricoperto con erba sintetica per poter ospitare incontri di football americano, calcetto e hockey.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il restauro aveva interessato anche l'ellisse in legno della pista, ma per assistere a una riunione di ciclismo su pista al Vigorelli bisognerà attendere il 20 settembre 1998, in concomitanza con l'Esposizione del Ciclo. Il programma prevede alcuni pistard (Collinelli, Martinello, Villa) accanto a stradisti di nome (Baffi, Ballerini, Museeuw, Pantani, Tafi, Tonkov) che si affrontano in corse a eliminazione, dietro derny e individuale a punti. Ma rimarrà purtroppo solo un episodio. Da allora infatti le strade del grande ciclismo e del Vigorelli non si incontreranno più. Il 19 ottobre 2000, alla scomparsa di Antonio Maspes, il grande campione la cui vicenda sportiva è legata a doppio filo al Vigorelli, l'Amministrazione comunale decide di dedicargli il Velodromo.&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Testo ed immagini tratti da &lt;a href=&quot;http://www.vigorelli.org/&quot;&gt;www.vigorelli.org&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>A Riolo Terme ritorna il prestigioso Convegno dell’Associazione Italiana Medici del Ciclismo</title>
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          &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/00/598050657.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/00/1089902530.jpg&quot; id=&quot;media-1403391&quot; alt=&quot;bugno_campione_del_mondo_1991.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; width=&quot;195&quot; height=&quot;159&quot; name=&quot;media-1403391&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Il 19 e 20 novembre due giornate con i massimi esperti internazionali del settore. Con loro saranno presenti anche numerosi atleti, tra cui il due volte campione del mondo Gianni Bugno, il Presidente della Federazione Ciclistica Italiana, Renato Di Rocco&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nel corso di due intense giornate Riolo Terme sarà al centro dell’attenzione del mondo del ciclismo nazionale e internazionale ospitando il XIX Convegno dell’Associazione Italiana Medici del Ciclismo (A.I.Me.C.). Si tratta di un gradito ritorno per la città termale dopo l’edizione del 2009.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; L’appuntamento – organizzato dall’A.I.Me.C. in collaborazione con il Bike Hotel Senio e con l’Associazione GirodellaRomagna.net - è fissato per venerdì 19 e sabato 20 novembre (Sala Congressi “Padiglione Murri” del Grand Hotel Terme).&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il convegno, dal titolo “La Tutela della Salute del Ciclista e la Tutela del Ciclismo: obiettivi&amp;nbsp; prioritari dei Medici Sportivi del Ciclismo”, ancor più che in passato rappresenterà uno stimolo culturale e scientifico per aumentare le conoscenze specifiche dei Medici dello Sport che operano nel settore del ciclismo e un interessante stimolo alla discussione ed al confronto per tutti gli operatori del mondo delle due ruote.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Vista l’importanza dell’appuntamento, a Riolo Terme arriveranno quindi molti operatori del mondo del ciclismo sportivo, professionistico e dilettantistico: medici specialisti in medicina dello sport e non, tecnici, direttori sportivi, preparatori, fisioterapisti, massaggiatori. Nutrito il parterre dei relatori di fama internazionale provenienti un po’ da tutta Italia ma anche dall’estero. Sono inoltre attesi celebri atleti del presente e del passato.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; A portare il loro personale saluto ai partecipanti al Convegno saranno a Riolo Terme nel primo pomeriggio di venerdì 19 novembre il Presidente della Federazione Ciclistica Italiana, Renato Di Rocco, ed il Presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana Dott. Maurizio Casasco. Gli obiettivi dichiarati della due giorni di Riolo Terme sono quelli di creare una categoria di Medici sempre più in grado di svolgere con competenza e passione il ruolo di figura centrale della tutela della salute dell’atleta e della prevenzione del fenomeno doping nel ciclismo.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il Presidente dell’A.I.Me.C., Dott. Roberto Corsetti, specialista in Cardiologia e in Medicina dello Sport, Medico Sociale della Liquigas e Direttore Sanitario del Centro Medico B&amp;amp;B di Imola, ritiene che «tutte le categorie professionali che operano nel ciclismo devono necessariamente iniziare a farsi carico del destino e della considerazione di questo splendido sport. I Medici dell’A.I.Me.C. vogliono essere in prima linea, affianco a tutte le altre categorie ed associazioni, per tutelare la credibilità, la validità e la salute del ciclismo».&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nel corso del Convegno saranno trattati da moderatori e relatori di indiscussa caratura nazionale e internazionale le tematiche più care all’ambiente medico-sportivo e alla medicina dello sport applicata al ciclismo. Un’intera sessione sarà dedicata all’attualità e al futuro del passaporto biologico. E proprio durante lo svolgimento di questa sessione, sabato 20 novembre alle ore 11, è previsto la presenza anche di Gianni Bugno, due volte campione del mondo e attuale presidente della Associazione Internazionale dei corridori Professionisti, oltre a famosi avvocati che hanno seguito i più recenti processi legati al passaporto biologico. Oltre a Bugno è certa la presenza di altri campioni delle due ruote ed in particolare ciclisti professionisti romgnoli come, ad esempio, Alan Marangoni.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il Convegno si avvale del patrocinio dell’U.C.I. – Union Cicliste International, della F.M.S.I. – Federazione Medico Sportiva Italiana, della F.C.I. – Federazione Ciclistica Italiana, della Regione Emilia-Romagna, della Provincia di Ravenna e del Comune di Riolo Terme.&lt;/p&gt;
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      <title>La storia di Umberto Dei</title>
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              <summary>  Umberto Dei era già un meccanico apprendista quando ha iniziato la sua...</summary>
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          &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/00/976624184.jpg&quot; id=&quot;media-497394&quot; alt=&quot;866537583.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left&quot; name=&quot;media-497394&quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;180&quot; /&gt;Umberto Dei era già un meccanico apprendista quando ha iniziato la sua carriera come costruttore della sua prima bicicletta nel 1896, ma purtroppo per i suoi scarsi mezzi finanziari, dovette limitarsi alle costruzione di biciclette per piccoli commercianti locali e modelli da corsa per i suoi amici e compagni che correvano con lui e che pagavano in anticipo il costo dei materiali di costruzione.&lt;/div&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;/div&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;Era il 1897 quando Umberto Dei fu selezionato dal UVI e fu mandato a Parigi con tre altri corridori italiani per partecipare ad una corsa con i corridori francesi più noti del tempo. Gli italiani vinsero la concorrenza francese e Umberto contribuì molto efficacemente alla vittoria, disponendosi in seconda posizione dietro il Minozzi, allora campione italiano. Dei fu molto orgoglioso del piazzamento anche perché utilizzava una bicicletta autocostruita per quell’occasione ed i suoi compagni di squadra sostennero che la bici era più veloce perché aveva avuto la capacità di alleggerirla al massimo rendendo gli orli più stretti.&lt;/div&gt; &lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;br /&gt; Da quell’anno, Umberto Dei si trasformò in rappresentante della bandiera Italiana per la costruzione di bici da corsa e l’ascesa costante dei suoi prodotti iniziò, nonostante i suoi mezzi finanziari era ancora abbastanza limitata, ma ciò nonostante i professionisti migliori (già pagati dagli altri creatori) cominciarono a scegliere lui per la costruzione delle loro bici speciali e lo stesso accadde con molti corridori stranieri.&lt;/div&gt; &lt;p&gt;&lt;br /&gt; Successivamente all’ ANCMA (fiera commerciale della bicicletta di Milano), nel 1929, Dei espose le sue bici appese a dei fili , indicando cosi la leggerezza delle bici rispetto a quelle più comuni, così facendo attrasse gli sguardi di tutta la stampa e di tutta la gente.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Si trasferì in seguito nei nuovi locali in via Pasquale Paoli, 4 decisamente più grandi del negozio precedente dove ebbe il periodo di produzione più grande. Per molti anni, fu coinvolto in quasi tutti i tipi gare ciclistiche di tutte le specialità , con la sua marca vinceva tutti i tipi di campionati e di corse classiche, sulla pista come sulla strada, sia in Italia che all’estero. Durante gli anni che seguirono la guerra del 1915-18, Dei ebbe un’altra grande idea e costruì numerosi modelli con le caratteristiche speciali per i reduci e per gli handicappati.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/00/911494988.jpg&quot; id=&quot;media-497397&quot; alt=&quot;570708678.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left&quot; name=&quot;media-497397&quot; /&gt;Nel 1936, durante le Olimpiadi di Berlino, Dei ebbe la soddisfazione eccezionale e bene-meritata di incaricato per fornire le bici per i corridori delle delegazioni ufficiali di molte squadre straniere come l’Argentina, il Brasile, l’Egitto, l’Uruguai, il Perù, la Romania, la Bulgaria, Colombia e la Turchia. Questa preferenza cospicua fu prova sicura della superiorità riconosciuta dei prodotti di Dei, pur costando considerevolmente più di quelle dei competitori.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nel 1923, fu eletto presidente dell'Unione Veterani Ciclisti Italiani. Dei fu anche il promotore del premio “di Costamagna„, del Premio &quot;Romolo Buni&quot; e del Premio &quot;G.F. Tommaselli&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Durante il triste anno 1943, la maggior parte della sua sede venne distrutta dal bombardamento e fu costretto ad interrompere la sua produzione. Tuttavia, pur avendo perso drasticamente la gran parte della sua fortuna e benche già avanti con gli anni si ristabilì nei nuovi locali di via San Vincenzo dove restitui rapidamente la sua marca alla più alta considerazione.&lt;/p&gt;
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      <title>Luciano Succi, da Forlì - gregario di Coppi e  Bartali</title>
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      <published>2010-11-11T03:06:00+01:00</published>
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          &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/01/430766402.jpg&quot; id=&quot;media-509536&quot; alt=&quot;594237555.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left&quot; name=&quot;media-509536&quot; /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;QUANDO COPPI MI SI PRESENTO' DICENDO: &quot;MI CHIAMO COPPI; FAUSTO COPPI&quot; E NESSUNO LO CONOSCEVA&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Luciano Succi è nato a Forlì il 31 gennaio 1915, quinto di otto fratelli (tre maschi e cinque femmine). Selezionato per i Mondiali 1937 di Copenaghen fra i dilettanti, poi vinti da Leoni, la vigilia della corsa fu investito da una macchina e si ruppe una spalla. Professionista dal 1938 al 1941 nella Legnano, e nel 1942 nella Olmo, centrò quattro vittorie: Coppa Buttafuochi e Trofeo Moschini nel 1941, Torino- Biella e Tre Valli Varesine nel 1942. Nel 1940 partecipò al Giro d' Italia in squadra con Bartali, Coppi, Favalli, Secondo Magni e Ronconi. Nel 1940 partecipò al Giro d' Italia in squadra con Bartali, Coppi, Favalli, Secondo Magni e Ronconi.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;A 93 anni Succi ricorda il debutto del campionissimo nei pro 1940 con la Legnano&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Articolo di Marco Pastonesi (Gazzetta dello Sport)&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Quei due li conosceva a memoria. Nel 1940 erano compagni nella Legnano: Gino Bartali capitano, Fausto Coppi neoprofessionista, e lui, Luciano Succi, gregario. Che adesso, a 93 anni, ricorda. «O football o bici: da bambini, per divertirsi non c' era altro. Football, me la cavavo. Bici, quando ci provai non mi veniva dietro nessuno. Era la bici del mio babbo, mezza sportiva, senza parafanghi, ci misi sella da corsa, manubrio basso e puntapiedi. Prima gara a San Marino: li seccai tutti. In Romagna ero il più forte, e Guerrino Farolfi, l' eterno secondo dietro di me, per vincere dovette ricorrere a un sotterfugio. Un giorno, prima di correre a San Leo, mi disse: &quot;Ti passo a prendere in macchina&quot;. Invece non passò, mi lasciò a piedi, lui corse e vinse.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Da dilettante conquistai la Bologna-Raticosa su Mario Vicini. Ma per essere qualcuno dovevi correre in Toscana, con Bartali, Bini, Secondo Magni, i fratelli Cinelli. Così, quando vinsi con quelli lì, pensai di poter fare il corridore».&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Professionista dal 1938 al 1941 con la Legnano. Accordo ricco, fiducia illimitata, ma: «Milano-Sanremo 1938, arrivo in fondo, ma tardi, 50°. Vedo Ezio Corlaita, dell' organizzazione, gli chiedo: &quot;Dov' è la Legnano?&quot;. E lui: &quot;Ma chi sei?&quot;. &quot;Succi&quot;. E lui: &quot;Succi, va' via di lì&quot;. Trovo l' albergo, faccio le scale, m' imbatto in uno specchio, mi chiedo &quot;Ma chi è quello lì?&quot;, e mi spavento, poi mi riconosco, rispondo &quot;Succi&quot;, vado in bagno, vasca piena d' acqua e una bottiglia di latte, entro nella vasca vestito ancora da corridore e con i tubolari a tracolla e intanto bevo il latte, bussano, è il massaggiatore, &quot;Chi c' è?&quot;, &quot;Ci sono io&quot;, e lui &quot;Va' via di lì, è di Gino&quot;, e io &quot;Gino o non Gino, io di qui non mi muovo più&quot;. Il mio compagno di stanza era Learco Guerra, giunto 58°: &quot;Learco, una rumba tremenda, impossibile stare a ruota&quot;. E lui: &quot;Non preoccuparti, solo la Sanremo è così&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Non era vero. Giro d' Italia 1938: dopo tre o quattro tappe, Eberardo Pavesi, direttore sportivo della Legnano, mi fa: &quot;Come ti chiami?&quot;. &quot;Succi&quot;. E sfidandolo, osai chiedergli: &quot;Ma cos' è, ubriaco?&quot;. E Pavesi: &quot;Succi, una fregata così non l' ho mai presa in vita mia&quot;. Aveva ragione: non andavo neanche a spinta. E per di più guadagnavo 650 lire al mese, contro le 250 di Glauco Servadei, che vinceva tappe al Giro e al Tour». Succi si abituò a quei ritmi folli, ma: «Giro d' Italia 1939, Firenze-Bologna, discesa dal Pratolino, Diego Marabelli buca e sbanda, e io, per non finire in un burrone, sbatto contro un palo contachilometri, rimbalzo in mezzo alla strada e vengo investito dal gruppo. Una strage. Ci rialziamo. Di chi è questo braccio?, di chi è questa gamba?, io sono così rotto che non mi sento neanche male, recupero una clavicola, chiedo di andare al Rizzoli di Bologna, invece mi portano a Firenze, rischio di rimanere paralizzato, poi torno a casa, sistemo una corda su una trave, e tirando su e giù la carrucola, per due o tre mesi, torno normale».&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;E' il 1940. «Allenamenti in Riviera, mi fermo a una fontana, c' è un altro corridore. Gli chiedo: &quot;Tu chi sei?&quot;. E lui: &quot;Tu sei Succi&quot;. Finalmente qualcuno che mi riconosce. &quot;Se lo dici tu. Io sono della Legnano&quot;. E lui: &quot;Anch' io. Mi chiamo Coppi, Fausto Coppi&quot;. Aveva su una maglia di lana e pedalava bene: quando la strada saliva, io cercavo di tenere la sua ruota, ma lui mi andava via. La sera vedo Servadei, che mi fa: &quot;Ieri mi sono allenato con uno...&quot;. &quot;Coppi&quot;. E lui: &quot;Come fai a saperlo?&quot;. E io: &quot;Forte quello lì&quot;. Avevo sbagliato: non forte, fortissimo.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Giro d' Italia, a Firenze, ristorante Sabatini. Ugo Bianchi, il meccanico della Legnano, chiede a tutti, anche a Bartali, i rapporti da mettere per il giorno dopo. E Coppi: &quot;Te li dico domani&quot;. E Bianchi: &quot;Qui sei alla Legnano&quot;. E Coppi: &quot;Sì, ma decido io&quot;. Il giorno dopo c' è la Firenze-Modena, con l' Abetone, dove Coppi va via, vince con 3' 45&quot; su Bartali e diventa... Coppi. Poi la Modena-Ferrara: Bartali fora, io mi fermo per aiutarlo, non l' ho ancora portato dentro che Coppi mi dice: &quot;Va' da Pavesi, ché la moltiplica non mi va&quot;. Vado da Pavesi, Coppi si ferma, il meccanico accomoda la bici, davanti è una guerra, noi della Legnano, tranne Bartali, ci fermiamo e quando ripartiamo, io urlo: &quot;Alè alè alè&quot;. E Coppi: &quot;Hai finito di baccagliare?&quot;. Neanche il tempo di rispondere, lui ci molla tutti, se ne va da solo e li va a prendere. Coppi domina, Bartali freme.&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;A Fiume entro nelle rotaie del tram, mi rovescio e mi rompo una spalla. Chiamo Pavesi. E lui: &quot;Ma che spalla, piuttosto la ruota&quot;. Un male terribile, ma Servadei non mi crede e Raffaele Di Paco canta &quot;Succi fa il lavativo&quot;. Al rifornimento allungo un braccio per prendere il sacchetto e mi esce la clavicola. A Trieste arrivo con altri cinque o sei a 20' e Pavesi sbotta: &quot;Mai avuto un corridore arrivato con tanto ritardo&quot;. E aggiunge: &quot;Però, se è vero che hai una spalla rotta, ti confermo per altri due anni&quot;. &quot;Un momento - gli dico - prima di confermarmi, ci penso io&quot;. Ero stufo di fermarmi un momento per Bartali e l' altro per Coppi. Poi ospedale, lastre e diagnosi: frattura. Pavesi: &quot;Ma come hai fatto a finire la tappa?&quot;. Da quel giorno mi portò come esempio».&lt;/p&gt; &lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;Ma Succi non dimenticò: lasciò la Legnano, Bartali e Coppi, cercò fortuna e la trovò, vincendo. Poi la guerra. «Quando si ricominciò, io pensavo che i soldi fossero quelli di prima. Pochi. E smisi. Fu un errore. Avevo finalmente imparato a suonare la rumba».&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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      <title>E' morto Stefano Gaggero, fu gregario di Coppi</title>
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      <updated>2010-11-05T11:50:56+01:00</updated>
      <published>2010-11-10T00:50:00+01:00</published>
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              <summary>    Per le complicazioni di una polmonite, il 23/10/2010 alle due di notte,...</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/01/561102914.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/01/1289540556.jpg&quot; id=&quot;media-1388368&quot; alt=&quot;gaggero.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; name=&quot;media-1388368&quot; width=&quot;152&quot; height=&quot;217&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Per le complicazioni di una polmonite, il 23/10/2010 alle due di notte, nella sua casa di Arenzano, è mancato Stefano Gaggero.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Nacque a Fabbriche di Voltri (ge)&amp;nbsp; il 23 novembre 1927. Una vera forza della natura tra i dilettanti liguri, categoria in cui vinse più di venti corse importanti. Passato professionista nella Bianchi a fine “51 su invito di Fausto Coppi in persona, corse con il Campionissimo per una decina d’anni militando sempre nelle sue squadre: Bianchi appunto, Carpano e Carpano Coppi.&amp;nbsp;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nonostante gli obblighi di gregariato e gli ordini di scuderia che lo volevano al servizio di Fausto, seppe ritagliarsi alcuni piccoli spazi di gloria vincendo anche due corse importanti come la Roma Napoli Roma e una tappa del Giro della Svizzera nonché la cronosquadre (Bianchi) in due Giri d’Italia. Si trovava a suo agio soprattutto nelle corse dure e con il freddo e quindi non ebbe difficoltà a ben figurare anche al Giro delle Fiandre e alla Parigi Roubaix. Nella famosa tappa del Bondone si classificò 14° a 28 minuti da Gaul e terminò il Giro in una onorevole 11°&amp;nbsp; posizione.&lt;br /&gt; Chiuse la parentesi agonistica nel 1961.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Dopo una ventina d’anni di lavoro come autista di camion si ritirò in pensione. Grande appassionato di ciclismo, non si perdeva una corsa in televisione e come i sui vecchi compagni di squadra, continuava a tramandare le gesta del Campionissimo.&lt;/p&gt;
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      <title>Gastone Nencini, il &quot;Leone del Mugello&quot;</title>
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      <updated>2010-11-05T11:12:56+01:00</updated>
      <published>2010-11-08T05:11:00+01:00</published>
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              <summary>  Nato il 1° Marzo 1930 a Bilancino ( Barberino di Mugello -Firenze) morto il...</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/01/02/1365872301.jpg&quot; id=&quot;media-476233&quot; alt=&quot;1392826505.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0pt; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0pt; float: left&quot; width=&quot;140&quot; height=&quot;219&quot; /&gt;Nato il 1° Marzo 1930 a Bilancino ( Barberino di Mugello -Firenze) morto il 1° Febbraio 1980 a Firenze.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Passista scalatore e discesista. Professionista dal 1953 al 1965.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il &quot;Leone del Mugello&quot; ha ripetutamente offerto prova della sua classe e delle qualità di campione nel corso di una carriera inadeguata ai suoi meriti reali e al suo straordinario impegno agonistico. Il suo comportamento in corsa di era così imprevedibile e aggressivo da spiazzare gli avversari fino smontarne ogni previsione tattica. Nessun compromesso, nessuna strategia, solo una forza inaudita e una tenacia senza pari messa al servizio del pedalare.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Sarebbe stato lui il campione del mondo dei dilettanti nel 1953 a Lugano se, mentre era solo in testa al traguardo dopo numerosi tentativi di fuga, non fosse stato raggiunto dall'azzurro Filippi, che lo battè allo sprint.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Sarebbe stato il primo dopo Coppi nel 1960, a realizzare l'accoppiata Giro -Tour se un colmabilissimo distacco di 28&quot; non lo avesse separato dal francese Anquetil maglia rosa a Milano, mentre Gastone trionfò due mesi dopo a Parigi. Nencini provò quell'anno, la soddisfazione di ricevere le felicitazioni, nel corso della tappa Besancon-Troyes, al passaggio da Colombey-Lex-Deux-Eglises, del Generale Charles De Gaule, Presidente della Francia, che dal bordo della strada volle salutare il Tour de France che a sua volta si fermò per rendergli omaggio.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;br /&gt; &quot;Gastone Nencini, Fiorentino&quot; - De Gaulle gli strinse la mano sudata e gli sorrise - &quot;Bravo. Parigi è ormai vostra. Lei vince il Tour perché lo ha combattuto ogni giorno. Buona fortuna per l'avvenire&quot;. Gastone rispose con un emozionato &quot;Merci&quot;.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Vinse il Giro d'Italia nel 1957 anche in virtù dell'attacco con Bobet, Geminiani, Baldini, alla maglia rosa Gaul. Memorabile la sua coraggiosa straordinaria discesa del Sempione: quella vittoria fu il giusto riconoscimento per la mancata vittoria nel 1955 allorché, degno leader della corsa rosa a due tappe dalla fine, fu attaccato da Magni e Coppi e staccato solo in seguito a più forature ed all'accordo fra i due corridori. Questo lo condannò all'ingiusta sconfitta tecnica, ma lo decretò alla vittoria morale scandita dai tifosi, dalla stampa e dalla critica sportiva.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il Giro D'Italia e il Tour de France sono state le corse che lo hanno elevato alla statura di grande campione: 7 tappe e 10 maglie rosa indossate, media record stabilita nel 1957 con 37,488 che ha resistito per ben 26 anni. Nel Tour 4 tappe vinte e 14 maglie gialle.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nel suo palmares ci sono anche la tre Valli Varesine nel 1956, Il Giro di Reggio Calabria nel 1957, il Gran Premio di Nizza nel 1960 e altre&amp;nbsp; gare. Per alcuni anni è stato Direttore sportivo di squadre Professionistiche, Springoil e Max Mayer, sfiorando la vittoria al giro d'Italia con Michelotto.&lt;/p&gt;
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      <title>I 90 anni di Fiorenzo Magni all'EICMA di Milano</title>
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      <updated>2010-11-05T11:10:38+01:00</updated>
      <published>2010-11-05T11:10:38+01:00</published>
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                              <summary>    Grandi emozioni alla 68.sima edizione di EICMA alla Fiera di Milano-Rho....</summary>
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          &lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/00/53608635.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/00/774917964.jpg&quot; id=&quot;media-1388314&quot; alt=&quot;1958_big.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; width=&quot;221&quot; height=&quot;321&quot; name=&quot;media-1388314&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Grandi emozioni alla 68.sima edizione di EICMA alla Fiera di Milano-Rho. Ieri è stato il ciclismo a dominare la scena. Merito di due ricorrenze che effettivamente meritavano di essere ricordate con tutti gli onori: il 50° anniversario dei &lt;b&gt;Giochi Olimpici di Roma 1960&lt;/b&gt; ed i 90 anni di una leggenda del ciclismo, &lt;b&gt;Fiorenzo Magni&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Attorno a questi &quot;monumenti&quot; dello sport Italiano, gli organizzatori di EICMA hanno messo in moto la macchina del tempo realizzando un evento memorabile, che ha visto i nove&amp;nbsp; ciclisti ancora viventi vincitori di medaglie d'oro alle Olimpiadi di mezzo secolo fa sfilare sul palco allestito per loro, sul quale hanno rivissuto l'emozione della cerimonia di premiazione, ricevendo come quel giorno&amp;nbsp; la medaglia e la maglia di campioni olimpici.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Salutati dal Presidente Federale &lt;b&gt;Renato Di Rocco&lt;/b&gt; e celebrati anche da altri personaggi storici della bici - Felice &lt;b&gt;Gimondi&lt;/b&gt;, Vittorio &lt;b&gt;Adorni&lt;/b&gt;, Paolo &lt;b&gt;Bettini&lt;/b&gt; - i campioni olimpici di Roma '60 hanno regalato uno spaccato straordinario del ciclismo dei loro tempi, facendo rivivere quei momenti attraverso aneddoti e racconti emozionanti. Allora il ciclismo italiano dettava legge anche su pista, ed indimenticabili campioni come &lt;b&gt;Beghetto, Bianchetto e Gaiardoni&lt;/b&gt; erano lì proprio a ricordare il fascino irresistibile di questa disciplina.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Per Fiorenzo Magni un compleanno davvero speciale in Fiera, dove è presente una selezione di modelli esposti nel suo amato &lt;b&gt;Museo del Ghisallo&lt;/b&gt; al quale l'Associazione Italiana Città Ciclabili - discioltasi dopo 20 anni di benemerita attività - ha voluto donare un generoso contributo. Un altro regalo per il &quot;leone delle Fiandre&quot; la bellissima bici &quot;Montante&quot;, una replica del modello storico realizzata dal raffinato artigiano siciliano. &quot;Peccato che, alla mia età, in bici non possa più andare.&quot;, ha commentato Magni visibilmente commosso.&lt;/p&gt;
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      <title>Domenica 27 giugno a Passogatto, frazione di Lugo, il 2° raduno di bici d’epoca</title>
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      <updated>2010-06-25T15:10:55+02:00</updated>
      <published>2010-06-25T15:10:55+02:00</published>
                      <summary> Domenica prossima, 27 giugno, nell’area oratorio di Passogatto, frazione di...</summary>
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          &lt;p&gt;Domenica prossima, 27 giugno, nell’area oratorio di Passogatto, frazione di Lugo di Romagna, dall’alba al tramonto si terrà “ E Marché d’na vòlta, ovvero la sesta edizione del mercatino del contadino, biologico, cose del passato.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Tra le tante iniziative segnaliamo alle ore 9 il 2° raduno di bici d’epoca, alle ore 9.30 l’arrivo pedalata Lugo-Passogatto, alle 10 la benedizione ai nuovi raccolti, in dialetto Romagnolo e, alle 10.30, “E zir dal tre fraziò” giro turistico con bici d’epoca.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Non mancheranno il pranzo, alle ore 12.30 e la cena (ore 19,30), presso la Cà dè Puret, ma solo su prenotazione. Alle ore 16.30 balli sul prato con “S’Banda Balet” e la partecipazione di Paolo Parmiani con le sue Storie Romagnole.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Si terrà anche il battesimo della sella a cura di A.S.D. EQUUS CABALLUS. La programmazione avrà luogo anche in caso di maltempo.&lt;/p&gt;
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      <title>APERTE LE ISCRIZIONI PER STRADE BIANCHE DI ROMAGNA: 18 e 19 SETTEMBRE</title>
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id=&quot;media-1239194&quot; alt=&quot;Strade Bianche 1.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; name=&quot;media-1239194&quot; width=&quot;280&quot; height=&quot;396&quot; /&gt;&lt;/a&gt;Polvere, sudore, caldo e fatica.&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;span style=&quot;font-weight: normal;&quot;&gt;Queste sono le Strade Bianche di Romagna.&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;&lt;span style=&quot;font-weight: normal;&quot;&gt;Un tuffo nel passato. Un ritorno al ciclismo eroico che gli appassionati delle due ruote a pedali vivono con entusiasmo, felici di rispolverare le proprie bici da corsa con i fili dei freni “alti” sul manubrio e le leve del cambio al tubo obliquo del telaio, i pedali con gabbiette fermapiedi e le vecchi maglie di lana. Ma non solo. Al tempo stesso, la possibilità per chiunque di vivere a contatto con la natura, di assaporare gli spazi attorno a sé, di vivere il proprio territorio su strade che, proprio perché ancora “bianche”, mantengono intatta un po’ di quell’atmosfera sognante che l’asfalto e il bitume cancellano dalle nostre vite.&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;t161&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;Nasce da qui la voglia di fare ciclismo valorizzando il territorio e la regione che spinge l’Asc di Romagna, società che si è fatta grande organizzando il Giro delle Pesche Nettarine di Romagna (gara a tappe per dilettanti Under 23 tra le più prestigiose in Italia), e che si tuffa in una nuova avventura carica di energia. Strade Bianche di Romagna.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;t161&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;Strade Bianche di Romagna allarga gli orizzonti, si ripromette di coinvolgere i cicloturisti, gli appassionati di bici e tutti i romagnoli, perché è in bicicletta che si scoprono i segreti e le particolarità del proprio territorio.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;t161&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;E’ stato molto appassionante cercare nei nostri paesi e nelle nostre cittadine una rete di strade ciclabili che congiungano tutte le piccole realtà locali. Ci ha fatto scoprire, soprattutto, che non è necessario che le strade siano asfaltate, anzi, per i ciclisti e i pedoni le strade bianche hanno un fascino maggiore. Ci sono meno pericoli, meno persone che vanno di fretta. Si condivide con altri cicloturisti un percorso che si addentra in scenari che, visti dalle consuete strade trafficate, in macchina, con il gomito poggiato al finestrino e l’occhio annoiato, non sembrano nemmeno esistere.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;t161&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;La volontà di tutte le amministrazioni locali di creare piste ciclabili ci spinge a rendere tutti partecipi di questo nostro progetto, lavorando tutti insieme per creare una rete di strade percorribili in bici o a piedi. Vie spesso già esistenti e, quindi, sicuramente meno onerose rispetto alla costruzione di una pista ciclabile a fianco di una arteria del traffico ordinario. I nostri territori hanno la fortuna di avere mantenuto aree agricole e naturalistiche degne di restare tali. Salvaguardare le strade bianche può diventare anche uno stimolo per lasciare alle nuove generazioni un patrimonio ambientale di alto valore.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;t161&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;E' la parte romantica del ciclismo, cioè l’amore per quello che solo in bicicletta si riesce a vedere e sentire, i profumi e i sapori di quello che le nostre terre ci possono offrire. Percorreremo le strade dei vini e dei sapori, incontreremo ristori in cui si potranno trovare le specialità culinarie proprie delle nostre tradizioni, mentre le attività agricole settembrine faranno da cornice ai colori della natura.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;t161&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;E’ nostra intenzione far si che possa nascere una manifestazione che anno dopo anno rinnovi la voglia di attraversare il nostro territorio; al tempo stesso vorremmo segnalare con apposite indicazioni turistiche i percorsi su strade bianche, per chi in qualsiasi momento dell’anno voglia percorrere le nostre strade.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;t161&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;E’ una manifestazione cicloturistica d’epoca principalmente con biciclette e abbigliamento d’epoca. Ma non solo. Strade Bianche di Romagna è bici, polvere e Romagna. E’ un tuffo nel passato.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;t161&quot;&gt;&lt;br /&gt; &lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/iscrizione.pdf&quot;&gt;Scarica il modulo di iscrizione&lt;/a&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
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      <title>La storia di Remo Bertoni, gregario di Binda</title>
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          &lt;p&gt;(Giubiano, 21 giugno 1909 – Milano, 18 settembre 1973)&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Professionista tr&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/917137403.jpeg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/02/02/1860406887.jpeg&quot; id=&quot;media-1210137&quot; alt=&quot;1321.jpeg&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; name=&quot;media-1210137&quot; /&gt;&lt;/a&gt;a il 1929 ed il 1938, corse per la Legnano e la Bianchi, distinguendosi come scalatore e gregario di Alfredo Binda. Ottimo scalatore, salì subito alla ribalta conquistando il &quot;Campionato Italiano Indipendenti&quot; 1929, pochissimi giorni dopo essere giunto secondo nel Mondiale dilettanti. Riuscì poi a confermare le sue qualità soprattutto nelle corse caratterizzate da impegnative salite anche se spesso si sacrificò come &quot;gregario di lusso&quot; a favore di Alfredo Binda del quale divenne il più fidato ed apprezzato compagno di squadra e di trionfi. Penalizzato fortemente dalle sue caratteristiche tecniche e dalla mancanza di un valido sprint, non ha vinto molto ma ha comunque ottenuto importanti piazzamenti come i secondi posti nel Campionato Italiano 1932 e 1933 (quando insidiò Guerra nella lotta per la maglia tricolore fino all'ultima prova) e soprattutto la piazza d'onore nel Campionato del Mondo del '32 dove contribuì in maniera determinante al terzo successo iridato di Binda.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;La carriera sportiva&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Da dilettante fu secondo al campionato del mondo nel 1929. Passato professionista nel settembre dello stesso anno, fu campione italiano nella categoria indipendenti. Nel 1931 si impose nel Gran Premio Bendoni, nel Gran Premio Masnago e in due tappe del Giro di Campania, ad Avellino ed a Salerno. Nel 1932 vinse la Treviso-Monte Grappa e la Firenze-Roma, gara a squadre, e fu secondo sia ai campionati italiani (dietro Learco Guerra) che ai campionati del mondo (dietro Binda). Al Giro d'Italia vinse l'undicesima tappa, da Firenze a Genova e fu terzo nella classifica finale. L'anno successivo si impose nella Pistoia-Prunetta e fu ancora secondo ai campionati italiani dietro Guerra. Nel 1934 vinse la Cittiglio-Leffe, la Castellanza-Macugnaga e fu sesto al Giro d'Italia, vincendo la classifica degli scalatori. Nel 1935 fu ancora sesto al 1935, mentre l'ultima vittoria fu nel 1938 a Trieste, nella Coppa Vittoria. Partecipò in totale a sei edizioni del Giro d'Italia, dal 1932 al 1937, ed al Tour de France nel 1935.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Palmares&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Campionato italiano di ciclismo su strada: 1929, categoria indipendenti&lt;br /&gt; Castellanza-Macugnaga: 1934&lt;br /&gt; Cittiglio-Leffe: 1934&lt;br /&gt; Coppa Vittoria: 1938&lt;br /&gt; Firenze-Roma: 1932&lt;br /&gt; Giro di Campania: due tappe nel 1931 (Avellino e Salerno)&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Giro d'Italia:&lt;br /&gt; 1932: una tappa (Genova) e terzo posto finale&lt;br /&gt; 1934: sesto posto finale e maglia verde&lt;br /&gt; 1935: sesto posto finale&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Gran Premio Bendoni: 1931&lt;br /&gt; Gran Premio Masnago: 1931&lt;br /&gt; Pistoia-Prunetta: 1933&lt;br /&gt; Treviso-Monte Grappa:1932&lt;/p&gt;
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      <title>UNA LEGNANO AL COMANDO: SABATO 29 MAGGIO IL PRIMO RADUNO DEGLI APPASSIONATI LEGNANO</title>
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      <published>2010-05-23T02:51:00+02:00</published>
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&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-size: 11pt; font-family: &amp;quot;Verdana&amp;quot;,&amp;quot;sans-serif&amp;quot;;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt; &lt;p class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Verdana&amp;quot;,&amp;quot;sans-serif&amp;quot;;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/01/1714102841.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://aver.myblog.it/media/00/01/773963095.jpg&quot; id=&quot;media-1209840&quot; alt=&quot;Pubb.jpg&quot; style=&quot;border-width: 0; float: left; margin: 0.2em 1.4em 0.7em 0;&quot; name=&quot;media-1209840&quot; width=&quot;315&quot; height=&quot;381&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;Arriveranno da tutta Italia appassionati, cultori dello storico Marchio Legnano per partecipare ad una giornata di festa, sabato 29 maggio a Legnano. Un'iniziativa nata dall'intuito del Presidente dell'Associazione no-profit &quot;Il box – motore per l’arte&quot;, Giuseppe Biselli, che rientra nell'innovativo progetto &quot;Una bicicletta lasciata sola torna al comando&quot; con l'obiettivo di dare nuovamente vita al marchio anche attraverso il &quot;Registro Storico Biciclette Legnano&quot;, patrimonio unico che vuole ulteriormente arricchirsi di fotografie, documenti e informazioni sulle bici di interesse collezionistico del marchio Legnano.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &quot;Un'iniziativa che ci trova sinergici su più fronti - commenta Filippo Gnech, uno degli eredi della famiglia Bozzi, proprietari del marchio. - E che ci spinge, con grande entusiasmo, al rilancio dello storico marchio che, nonostante i grandi successi del passato, non è stato adeguatamente valorizzato negli ultimi tempi &quot;.&lt;br /&gt; Nessun marchio ciclistico come Legnano può vantare un così alto numero di successi in ambito sportivo legati ai leggendari Alfredo Binda, Learco Guerra, Gino Bartali, Fausto Coppi ed Ercole Baldini. Una grande tradizione che nasce, si forma, si concretizza sulle strade delle più importanti corse ciclistiche: dal Tour de France, al Giro d'Italia, passando per le classiche per eccellenza e conquistando titoli iridati.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;“Dopo la recentissima risoluzione del&amp;nbsp;contratto di licenza con Bianchi, - evidenzia Filippo Gnech - Vogliamo restituire al Marchio Legnano il ruolo che merita e crediamo che l’occasione per iniziare l'operazione di rilancio sia questo fantastico e unico raduno di bici Legnano proprio nella sua città &amp;nbsp;- Il Marchio Legnano vuole ritrovare la giusta collocazione, attraverso l'innovazione ed il Made in Italy, nel panorama nazionale ed internazionale. Stiamo preparando un progetto mirato per restituire al Marchio Legnano la dignità che lo ha sempre contraddistinto”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Il raduno, patrocinato dal Comune di Legnano, dalla Provincia di Milano e dalla Federazione Ciclistica Italiana, prenderà il via dallo storico Borgo Sant'Ambrogio per raggiungere, attraversando il cuore della cittadina, Piazza San Magno, Piazza del Monumento (di Alberto da Giussano, logo del Marchio Legnano), piazzale Bozzi, dedicato a Emilio Bozzi, fondatore della Legnano, per poi fare tappa al Museo Alfa Romeo F.lli Cozzi, per un simbolico incontro tra due e quattro ruote. Presso il Borgo Sant’Ambrogio sarà allestita una biblioteca, dedicata al mondo delle due ruote ed una mostra-mercato ricca di cimeli del ciclismo eroico. Non soltanto. Lo scrittore Filippo Timo presenterà il suo libro “Viva Coppi” illustrando i momenti più significativi del Campionissimo e di quando Fausto Coppi era gregario di Gino Bartali alla Legnano.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&quot;La città di Legnano sarà quindi invasa da bici Legnano e, sull'onda della tradizione, al Marchio Legnano, negli ultimi tempi poco sostenuto nella sua dignità, sarà ridato a breve il giusto valore&quot; - conclude Filippo Gnech.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; L'occasione ha portato alla realizzazione di un Annullo Filatelico Postale Legnano, a disposizione durante il raduno. Saranno stampate inoltre otto cartoline commemorative numerate, una delle dedicata all’alfiere locale, Pasqualino Fornara, uno dei campioni della Legnano dall’anno 1949 al 1951. Allo storico raduno sarà presente Luca Fornara, figlio di Pasqualino e Vittorio Seghezzi, storico gregario di Bartali. Molto attesa la presenza del grande Fiorenzo Magni, Presidente del Museo del Ciclismo.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt; &lt;w:WordDocument&gt; &lt;w:View&gt;Normal&lt;/w:View&gt; &lt;w:Zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt; &lt;w:TrackMoves /&gt; &lt;w:TrackFormatting /&gt; &lt;w:HyphenationZone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt; &lt;w:PunctuationKerning /&gt; &lt;w:ValidateAgainstSchemas /&gt; &lt;w:SaveIfXMLInvalid&gt;false&lt;/w:SaveIfXMLInvalid&gt; &lt;w:IgnoreMixedContent&gt;false&lt;/w:IgnoreMixedContent&gt; &lt;w:AlwaysShowPlaceholderText&gt;false&lt;/w:AlwaysShowPlaceholderText&gt; &lt;w:DoNotPromoteQF /&gt; &lt;w:LidThemeOther&gt;IT&lt;/w:LidThemeOther&gt; &lt;w:LidThemeAsian&gt;X-NONE&lt;/w:LidThemeAsian&gt; &lt;w:LidThemeComplexScript&gt;X-NONE&lt;/w:LidThemeComplexScript&gt; &lt;w:Compatibility&gt; &lt;w:BreakWrappedTables /&gt; &lt;w:SnapToGridInCell /&gt; &lt;w:WrapTextWithPunct /&gt; &lt;w:UseAsianBreakRules /&gt; 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&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;esposizione di biciclette, maglie, borracce, foto e cartoline d’epoca.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Poste Italiane saranno presenti con lo speciale annullo filatelico “Primo Raduno Biciclette Legnano a Legnano” e con otto cartoline numerate con tiratura di 200 copie.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Dalle ore 10.00&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Raduno uomo-macchina con bici e abbigliamento d’epoca presso lo storico Borgo Sant’Ambrogio.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Ritrovo presso “la Cicloofficina” di via Buozzi 22, 20025 Legnano.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;A seguire&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Operazioni di “punzonatura” prima del via con consegna a tutti i partecipanti di una sacca rifornimento (musette, contenente un “sanguis”, una cedrata ed un dolce), realizzata sulla stessa linea di un tempo.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Benedizione prima del via da parte di Monsignor Carlo Galli, della Basilica di San Magno.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Percorso&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Da Borgo Sant’Ambrogio passando per la Piazza Monumento (statua di Alberto da Giussano, simbolo delle biciclette Legnano), Piazzale Emilio Bozzi (dedicata al fondatore della Legnano), Museo Alfa Romeo F.lli Cozzi per apertura Museo in occasione dei 100 anni Alfa Romeo e sessione omologazione RIAR, Registro Italiano Alfa Romeo. Rientro in Borgo Sant’Ambrogio. Percorso Km 10,91.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Ore 15&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Filippo Timo presenta il libro “Viva Coppi”.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Ore 16&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Gabriele Moroni presenta il libro “Fausto Coppi, solitudine di un campione”.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Ore 17&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Conclusione del Raduno e saluti.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;DAL 1902 AL 2008 LA STORIA DI LEGNANO&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;E’ il verde oliva di Legnano, sinonimo di vittoria. Non esiste marchio ciclistico che è in grado di vantare un così alto numero di successi in ambito sportivo, legati agli intramontabili Alfredo Binda, Learco Guerra, Gino Bartali, Fausto Coppi e Ercole Baldini. Tanto che si può parlare di un prezioso medagliere Legnano che vanta: 7 Campionati del Mondo su strada, 16 Giri d’Italia, 2 Tour de France, 10 Milano-Sanremo, 14 Giri di Lombardia e 15 Campionati d’Italia su strada, 2 primati mondiali dell’ora, 10 Giri del Piemonte, 11 Giri di Toscana, 5 Giri dell’Emilia, 8 Giri del Veneto, 5 giri di Campania, 7 Giri di Romagna, 7 Tre valli Varesine e 4 Giri del Lazio. Da leggenda.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;E come in ogni leggenda esistono dei confini, quelli della Legnano risalgono al 1902, quando il nome Legnano entra nella quotidianità con la scritta “Lignon” sulle biciclette con telai in acciaio: dopo poco arriva la prima vittoria nella gara ciclistica la “Coppa Val di Taro”.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Così la fondazione della “Emilio Bozzi &amp;amp; C”, voluta dallo stesso, con sede a Milano in corso Genova, 9. Bozzi vuole realizzare una bici completa, sulla scia di ciò che avevano iniziato a realizzare gli inglesi: è Aurora il primo modello prodotto. Poco dopo, l’accoppiata Emilio Bozzi e Franco Tosi, industriale di Legnano che pensava al mercato della bici, si rivela vincente grazie all’acquisto di brevetti di una affermata ditta inglese, la Wolsit.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Poi, come in ogni cronistoria, c’è un punto di svolta. E’ il 1924, è l’Italia del fascio che vuole eroi e aziende solo italiane. Emilio Bozzi ha la sua grande intuizione ed al giovane imbianchino Alfredo Binda, che si era distinto in alcune corse ciclistiche, Bozzi offre un contratto a vita, per raggiungere una squadra già esistente: nasce il mito di Alfredo Binda. Anedotti e racconti arricchiscono sempre più il fascino del campione. Si dice, infatti, che al Giro d’Italia del 1930 gli organizzatori avrebbero invitato Binda, già vincitore, con Legnano, di quattro precedenti edizioni (1925, 1927, 1928, 1929, e successivamente 1933) ad astenersi dal partecipare alla competizione perché la sua palese superiorità sugli avversari avrebbe sminuito l’evento. Binda seguì il Giro da semplice tifoso!&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Il passaggio, con questi presupposti, dalla fabbrica al nome unico Legnano è immediato e simboleggiato dal condottiero Alberto Da Giussano, che sconfisse Federico Barbarossa. Nasce, a tutti gli egli effetti, il marchio Legnano: la leggenda vuole che sia lo stesso Binda ad aver disegnato il primo bozzetto del marchio.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Sono gli anni Trenta, mentre la fabbrica produce biciclette eccellenti, il settore sportivo è guidato dal geniale Edoardo Pavesi “l’avuccatt”.&lt;br /&gt; Con lui Legnano arriva alla vetta del ciclismo mondiale: vince 6 titoli mondiali, 15 Giri d’Italia e 2 Tour de France, oltre a numerose classiche.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Nel 1936 nella grande famiglia Legnano approda un giovane, Gino Bartali che, nello stesso anno vince il Giro d’Italia, e solo due anni più tardi, porta alla Legnano il suo primo grande successo al Tour de France. E’ di nuovo Legnano a firmare molti successi insieme a Bartali che, ormai ciclista di spessore, nel 1939 viene affiancato, grazie a Pavesi, da un ragazzo “pelle ed ossa” di nome Fausto Coppi.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Fu l’inizio di una grande rivalità sportiva che divise in due l’Italia. Un duello tra fuoriclasse che continuerà ancor più quando Coppi, nel 1947, inizierà ad indossare la maglia della Bianchi.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;Prima di questo passaggio, il 7 novembre del 1942 sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, al Velodromo Vigorelli di Milano, Legnano batte, con Fausto Coppi, il record dell’ora regalando ai suoi tifosi un’emozione unica.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Nel dopoguerra l’Italia ha bisogno di nuovi eroi. Legnano ritorna, ed è ancora tempo di campioni e grandi imprese. E’ del 1948 la vittoria del Tour de France di Gino Bartali su una Legnano, vittoria significativa perché il quell’anno l’Italia attraversa un momento critico a causa dell’attentato contro la vita di Palmiro Togliatti.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;E come in una fiaba, arriva il grande sigillo: Ercole Baldini, trionfa poi all’Olimpiade di Melbourne su una Legnano specialissima e batte il record dell’ora di Coppi al Vigorelli (1956). Non solo. Nel suo anno magico (1958) vince, sempre su Legnano, il Giro d’Italia, il Campionato Italiano e il Campionato del Mondo.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; class=&quot;MsoNormal&quot;&gt;Gli anni che seguono saranno anni complicati per la Legnano che non riesce a trovare campioni degni della sua tradizione. La società Emilio Bozzi affida nel 1986 il nome Legnano alla Bianchi, da sempre sua antagonista.&lt;br /&gt; Nel 1988, l’ultima grande conquista Legnano con Maurizio Fondriest che si aggiudica il Campionato del Mondo.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; Legnano ha, quindi, vissuto il suo destino. A volte fatto di glorie, a volte di momenti di controversia. Un marchio che è stato in prima linea ma anche ai margini. E forse, in tempi recenti, un brand bistrattato nella sua dignità, sempre meritata.&lt;br /&gt; Oggi, la famiglia Bozzi, lo vuole restituire, di nuovo, a tutti. Nel pieno dei suoi valori di tradizione, forza e leggenda; posizionandolo con determinazione, attraverso l’innovazione tecnologica ed il Made in Italy, sul mercato.&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;b&gt;I CAMPIONI DELLA LEGNANO&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Bartolomeo Aymo&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Alfredo Sivocci&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Eberardo Pavesi&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Alfredo Binda&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Gaetano Belloni&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Giovanni Brunero&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Luigi Marchisio&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Learco Guerra&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Costante Girardengo&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Gino Bartali&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Fausto Coppi&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Adolfo Leoni&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Giorgio Albani&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Pasqualino Fornara&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Nino Defilippis&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Giuseppe Minardi&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Ercole Baldini&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Arnaldo Pambianco&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Graziano Battistini&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Imerio Massignan&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Franco Cribiori&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Adriano Durante&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Antonio Pesenti&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Pietro Linari&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Ernesto Azzini&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Giuseppe Enrici&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Pierino Favalli&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Mario Ricci&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Loretto Petrucci&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Nello Fabbri&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;I tre fratelli Zanassi&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Renzo Soldani&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Pierino Bertolazzi&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Sante Ranucci&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Bruno Pasquini&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Luciano Sambi&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Virginio Salimbeni&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Aldo Canazza&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Gastone Nencini&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Raffaele Di Paco&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Marino Vigna&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Carlo Chiappano&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Giancarlo Ferretti&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Raffaele Marcoli&lt;/p&gt; &lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Maurizio Fondriest&lt;/p&gt;
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