Henri Pélissier – campione geniale e dannato

pelissier.jpgIl genio e la follia sono territori confinanti in quasi tutte le espressioni artistiche del nostro mondo; non fa eccezione lo sport (è un arte a tutti gli effetti) con protagonisti talvolta tanto capaci, quanto strambi o almeno eccentrici.

Ovviamente ogni singola storia ha una dinamica e uno sviluppo diversi: il caso del formidabile ciclista francese Henri Pélissier è davvero particolare e va gustato dall’inizio per poter meglio sottolinearne vizi e virtù.

Il viaggio della sua vita ha inizio il 22 gennaio del 1889 a Parigi, città da sempre affascinante e piena di attrattive. Henri e i suoi fratelli piccoli, Francis e Charles, nutrono con gioia e temperamento la loro passione giovanile per la bicicletta e diventano presto tutti e tre ciclisti professionisti.

Ma bastano le prime vere gare per capire immediatamente che è proprio Henri il più grande, e non solo dal punto di vista anagrafico. Dunque, il migliore della famiglia col destino che lo porta presto ad allargare il cerchio: in poco tempo fra i migliori in Francia, poi in Europa e nel resto del mondo.

Soprannominato La Corda, Pélissier diventa un esponente di rilievo assoluto nel panorama ciclistico dei primi anni del Novecento, quello epico con campioni e protagonisti capaci di memorabili e mitiche imprese. Il suo incedere è deciso e potente, senza disdegnare quella leggiadra eleganza tipica dei corridori transalpini.

Il suo successo più significativo in carriera è intriso di quel sapore leggendario e quasi fiabesco che nel ciclismo moderno non sembra esserci più. Parliamo del Tour de France del 1923 in cui succede davvero di tutto: tappe lunghe e durissime da affrontare, orribili cadute (storica quella di Jean Alavoine, che domina sui Pirenei issandosi fra i favoriti ma è costretto ad abbandonare causa quelle ferite spaventose) e la stoffa dell’azzurro Ottavio Bottecchia che si classifica al secondo posto nella classifica generale. Non ce n’è per nessuno: a trionfare a Parigi è Henri Pélissier, capace di imporsi in tre tappe e di adattarsi al meglio in percorsi diversi e impegnativi. La Francia sportiva lo acclama e lo adora, lui che è stato capace di riportare i transalpini alla conquista del Tour dopo anni di vacche magre (l’ultimo timbro nel 1911 con Gustave Garrigou).
Del resto, Henri si è già imposto in innumerevoli altre gare distinguendosi in particolar modo nel Giro di Lombardia, vinto tre volte (1911-1913-1920), e nella più logorante di tutte le classiche, la Parigi-Roubaix. Pélissier ne esce vittorioso due volte (1919-1921), complice quella sua pedalata potente ed elegante, mai frustrata né limitata dai cubi di porfido o dagli infami ciottoli del pavé.

Un valido e autentico campione che, guadagnati con merito i galloni dell’eroe, prende in spalla con personalità e carattere anche tutto quello che nel ciclismo funziona male. E lo fa puntando l’indice sugli organizzatori del Tour, accusati di costringere i corridori a prestazioni su percorsi sempre più duri e disumani. Già nell’edizione vincente del 1923, e dimostrando un’invidiabile lealtà sportiva (in quel caso proprio l’incidente di Alavoine ha favorito la sua vittoria), Henri ha fatto presente della troppa pericolosità di alcune tappe, ma niente… Il patròn Henri Desgrange (per intenderci, un tipo simpatico come un coccodrillo che non mangia da dieci giorni) non sente ragioni e, cavalcando l’onda dello spettacolo a tutti i costi, organizza il Tour del 1924 con rischi e azzardi sempre maggiori e con frazioni interminabili.

Il carattere forte di Pélissier, che non ritiene giusti anche altri aspetti ambigui del regolamento, parla apertamente di schiavitù e a sorpresa abbandona la corsa a tappe inscenando una protesta tanto plateale quanto sorprendente, con conseguente ritiro dalla competizione. Quella corsa – per la cronaca – la vincerà Ottavio Bottecchia, primo italiano ad aggiudicarsi la Grande Boucle.
Un personaggio davvero stravagante, Henri Pélissier, soprattutto se rapportato all’epoca in cui ha vissuto. Fin dalla primissima vittoria in carriera, la Parigi-Le Havre del 1910, si è sempre notata in lui una sorta di rabbia muta che accompagna le sue imprese. Il ciclismo per lui non solo è sport e passione, ma la personificazione del suo animo talvolta ribelle e tormentato. Già negli anni più belli e vincenti si vociferano voci poco chiare sulla sua vita privata, piena di vere o presunte risse, dissapori con la moglie e depressione. Ma finché c’è la bicicletta a sorreggerlo, la sua mente e il suo corpo si purificano e ritrova quell’identità del ragazzo talentuoso che ogni tanto smarrisce. Per Henri pedalare è come rifugiarsi in un bagno caldo e poter esclamare: “Adesso so chi sono e cosa voglio essere”.

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In circa venti anni di carriera Henri Pélissier ha espresso con costanza e partecipazione il suo amore per le corse, raccogliendo nel suo invidiabile cammino anche la prestigiosa vittoria nella Milano-Sanremo del 1912. Troviamo inoltre il suo nome nell’albo d’oro di altre importanti manifestazioni quali la Milano-Torino, la Corsa delle Tre Capitali (Torino-Firenze-Roma), la Trouville-Parigi, il campionato nazionale francese in linea, la Parigi-Metz e svariate altre classiche europee. Tutto tranquillo, ma quando deve appendere la bicicletta al fatidico chiodo scatta impercettibilmente qualcosa. Sembra pensarci e ripensarci più volte, come se sentisse che l’accantonamento dallo sport possa essere il preludio a qualcosa di triste. Uno dei suoi ultimi acuti ufficiali è la seconda tappa del Giro dei Paesi Baschi nel 1924, lo stesso anno dell’ammutinamento al Tour. Ma bastano pochi mesi e si capisce che il crepuscolo della sua carriera è alle porte e lui accetta il destino in modo svogliato, apatico, pesante.

Il punto di non ritorno per Henri Pélissier è il 1933, quando la moglie Léonie si suicida con un colpo di pistola alla tempia; ecco come in un attimo la vita e il mondo dell’amato ciclista entra in un vortice di tormenti e da cronaca sportiva si passa alla cronaca nera.
Lo troviamo spesso nel banco degli imputati, sempre più incline a finire nei guai e a collezionare pasticci. La già chiacchieratissima storia con l’amante Camille Tharault va in crisi ben presto e i due passano da un furibondo litigio all’altro quasi senza rendersene conto. Durante uno di questi, il primo maggio del 1935, Henri Pélissier viene ucciso dalla sua compagna. Il particolare più agghiacciante è proprio l’arma del delitto: si tratta della stessa pistola usata due anni prima dalla moglie Léonie per togliersi la vita. In Francia la notizia porta una scia di fragore e di incredulità che durerà per molti mesi; ovviamente la morte così violenta di un famoso campione dello sport è subito oggetto di mille strumentalizzazioni. pelissier01.jpg

La triste fine di Henri Pélissier è forse coincisa anche prima di quel colpo di pistola, almeno dal punto di vista mentale. Chi lo ha conosciuto da vicino, infatti, conferma come nell’ultimo periodo di vita il francese fosse sempre triste, abulico. E come un uomo solitario e dimenticato da tutti, lo si vedeva passeggiare per le strade per ore senza uno scopo, senza una meta precisa. Come volesse cercare, senza trovarlo mai, il traguardo di una corsa e arrivare primo come ai bei tempi.

Articolo di Lucio Iaccarino tratto da www.storiedisport.it

Henri Pélissier – campione geniale e dannatoultima modifica: 2009-09-01T05:46:00+00:00da velocipedista
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