1939: Valetti-Bartali, che duello

di Carlo Delfino e Giampiero Petrucci

Primavera 1939. Venti di guerra scuotono l’Europa. Hitler, dopo l’annessione di Austria e Sudeti, non sembra accontentarsi. Mussolini, per non sfigurare di fronte all’alleato, invade l’Albania che diventa parte integrante dell’Impero Fascista.

Il 27° Giro d’Italia, che per la prima ed unica volta nella storia viene anticipato alla fine di aprile per favorire la preparazione dei nostri alfieri ai Mondiali di Varese (gare poi stoppate precipitosamente dal conflitto bellico), si inserisce in questo preoccupante contesto con la solita giocosa e spensierata irruenza. 19 tappe, 89 partenti divisi in otto squadre ufficiali (tra cui la nazionale belga) e sette “gruppi”, quattro riposi, niente abbuoni, ammesso il cambio di ruote fra concorrenti della stessa squadra in caso di foratura. Si prevede uno scontro tra titani: Bartali contro Valetti.

barlapg.jpegIl primo, ventiquattrenne fiorentino, è il fenomeno del momento: il Tour de France 1938 ha completato la sua straordinaria excalation, iniziata nel 1935 con il tricolore alla prima stagione da pro. Due Giri (1936 e 1937), un Lombardia (1936), un altro tricolore (1937), l’ultima Sanremo e un’altra decina di affermazioni nelle più importanti gare italiane non lasciano dubbi: Bartali è già entrato di diritto tra i “campionissimi”, degno erede di Gerbi (che ricorda per irruenza e gusto dell’impresa solitaria) e Binda (cui è paragonato per la superiorità in salita) più che di Girardengo e Guerra, dal quale comunque ha appreso l’arte di non arrendersi mai.

 
Al contrario, il venticinquenne Valetti non è apprezzato come meriterebbe, anche per quel suo carattere taciturno e senza slanci polemici che non lo fa amare né dai giornalisti né dai tifosi. Da buon piemontese (è nato a Vinovo), Valetti preferisce i fatti alle parole come le corse a tappe alle prove in linea: quinto al Giro del 1936 e secondo dietro a Bartali l’anno seguente, ha vinto la corsa rosa nel 1938, dominando su Terminillo e Dolomiti, aggiudicandosi pure la graduatoria dei GPM e stabilendo la nuova media record. Ma, dicono i maligni, Bartali (a riposo per il Tour) non era presente. Il fiorentino è assente pure al Giro di Svizzera che Valetti, primo italiano nella storia, stravince staccando tutti sul San Bernardino e sul terribile Furka.

Il giornalista-tecnico Guido Giardini, alla guida della spedizione, resta impressionato dalla forza e dalla determinazione del torinese che, ottimo in salita e sul passo, si dimostra atleta quanto mai completo e particolarmente adatto alle corse a tappe. Ma, nonostante i lusinghieri giudizi, il suo destino di brillante stella nel firmamento ciclistico pare oscurato dalla “luce” del favoritissimo Bartali, apparentemente imbattibile.

Il Giro del 1939 si traforma in un’inevitabile botta e risposta tra questi due campioni. Dopo una prima tappa in cui lo stagionato Bergamaschi 4550.jpgsorprende i pavidi favoriti sulla Rezza, la lotta si fa subito aspra. Il primo knock-down è a favore del fiorentino ed ha addirittura l’aspetto del ko: sul Colle Caprile, Bartali approfitta dell’inaspettata crisi di Valetti che, in giornata no, perde cinque minuti. Gino vince a Genova, indossa la “sua” rosa e tutto pare già finito. Ma le parti si invertono il giorno seguente: Bartali fora sul Bracco e lo scatenato Valetti trascina un gruppetto fino al traguardo di Pisa, dove si impone Cinelli, che conquista a sorpresa il primato. Bartali, sfiduciato e senza gregari all’altezza, accusa sette minuti! A questo punto in tanti cominciano a pensare al “terzo che gode”, vale a dire il rosso romagnolo Mario Vicini, valido in salita e potente a cronometro, definito – forse non a torto – «un uomo per tutte le stagioni».

La cronometro in salita del Terminillo, primo vero momento-chiave, ha un esito chiarificatore: in 14 chilometri e spingendo un 48×18 che la dice lunga sulla sua potenza di passista scalatore, Valetti infligge 28” a Bartali, portando in classifica il suo margine a sfiorare i due minuti. Vicini perde oltre tre minuti e si vede costretto a ridimensionare i suoi velleitari sogni di gloria.


Intanto però emergono personaggi inaspettati. Lo sconosciuto Saponetti, un campano trapiantato a Roma, vince due tappe dimostrandosi vivace, veloce e sfruttando al meglio la sua valida esperienza di pistard. I giovani Bizzi e Leoni, 44 anni in due, si confermano ottimi velocisti, Marabelli coglie l’attimo a Senigallia e Servadei si impone, profeta in patria, a Forlì dove – nella semitappa mattutina – una caduta elimina Cinelli, permettendo a Secondo Magni di guadagnare la testa della generale. Costui, toscano di Massarella, è un gregario di Bartali il quale, in un Giro più incerto del previsto, non può accettare un simile affronto: quando, nella frazione pomeridiana, Cottur fa il diavolo a quattro sul Muraglione e Magni fora, Gino ordina ai suoi di lasciare il compagno capoclassifica al proprio destino. Mai vista la maglia rosa sola e abbandonata! Non contento, Bartali vince in volata a Firenze dove però, ironia della sorte, Valetti torna leader della generale, in un tourbillon appassionante. In questa giornata, il 7 maggio 1939, si assiste così ad un evento unico nella storia del Giro d’Italia: la maglia rosa, sempre pronta ai colpi di scena e votata allo spettacolo, cambia tre padroni in sole nove ore!

Ovvero, come canterà poi Antonio De Curtis nel celebre film del 1948 – Totò al Giro d’Italia – «la maglia rosa è quella cosa che mai non riposa».

In casa Legnano si respira un certo nervosismo. Gino però non si discute ed il concreto Eberardo Pavesi, direttore della Legnano, pensa già alle Dolomiti. Ma la strada per i Monti Pallidi è ancora lunga ed appassionante. Bizzi a Bologna, Chiappini a Venezia ed il solitario Cottur nella sua Trieste, introducono alla crono di Gorizia: 42 chilometri levigati ma non troppo, nei quali potenza e ritmo fanno la differenza. Valetti non lascia scampo a nessuno, tanto meno a Bartali che perde altri due minuti, raddoppiando il suo ritardo in classifica. Sbalordimento generale per il tracollo del toscano. Però, dicono i suiveurs rincuorando l’avvilito Pavesi, adesso viene il bello: si va sulle Dolomiti e Bartali deve attaccare. Sulla Mauria infatti scatta a ripetizione, da vero grimpeur e guadagna un minuto ma niente cambia in classifica tra i due rivali. Tutto si modifica, invece, nel tappone che porta a Trento, Bartali attacca sul Rolle e stavolta lo spettacolare affondo lascia un segno profondo, probabilmente indelebile: la maglia rosa cede metro dopo metro, sostenuto (e… spinto) soltanto dal fido Bizzi. Valetti è in crisi nera, forse per un’indisposizione notturna o, come sostengono alcuni, per un malore misterioso legato a “beveroni” mal calibrati. In vetta accusa 4’50” di ritardo che ben presto diventano sette minuti quando Bartali trova ottimi compagni d’avventura (Vicini, Cottur, Del Cancia, Simonini, i quali hanno capito da quale parte spiri il vento). Al traguardo il fiorentino vince allo sprint e si veste nuovamente di rosa. In classifica il risorto Vicini è secondo a 58”, Valetti a 3’49” e tutto sembra veramente deciso.


Il 17 maggio è invece il giorno in cui si capisce come Bartali non sia poi così imbattibile. Penultima tappa di un Giro emozionante, da Trento a Sondrio, piove e fa freddo. Sul Tonale nevica, la strada è un torrente limaccioso. Valetti non ha tempo da perdere e già in Val di Non, nei pressi di Taio, parte a spron battuto. Lo splendido Bizzi è con lui, Bartali non molla. La sfortuna ci mette lo zampino: il fiorentino fora! Perde due minuti. Poco più avanti fora anche Valetti ma Bizzi, ancora una volta gregario perfetto, gli passa la ruola e il piemontese insiste sulla strada innevata. In vetta Bartali, che non ha saputo reagire, frenato forse dal maltempo o forse dalla troppa sicurezza della vigilia, accusa oltre 5 minuti, non ha gregari al fianco e la sua proverbiale parsimonia non gli consente di chiedere aiuti. Il Giro si decide tra Edolo e l’Aprica: Valetti, solo e incurante del maltempo, dimostra tutta la sua classe, favorito da un percorso capace di esaltare chi è in grado di spingere con forza su pendenze non impossibili. Novanta chilometri di fuga solitaria, 6’48” di margine su Bartali: la maglia rosa torna sulle spalle del piemontese. Bartali è sconfitto sul suo terreno, per la prima volta, in maniera netta e indiscutibile, al termine di un duello quanto mai incerto e combattuto, caratterizzato da continui colpi di scena. Perfino nella frazione conclusiva, nell’ultimissima opportunità, si sfiora il clamoroso ribaltamento: sul Ghisallo, laddove oggi sorge il Museo del Ciclismo, Bartali attacca e transita solitario al comando. Ma Valetti non è lontano e in discesa colma il divario, chiudendo ogni questione.


A Milano il piemontese coglie il trionfo strameritato, alla faccia di chi lo considerava senza speranza al cospetto dell’imbattibile Gino. Stavolta i soloni si sono sbagliati: Giovanni Valetti da Vinovo, classe 1913, ha battuto Bartali. Con classe, tenacia, grinta, determinazione, umiltà. Grande corridore, Valetti. Il prototipo dell’atleta costante, in grado di vincere in salita come a cronometro. Si sprecano i paragoni: a qualcuno ricorda Ganna (fisico poderoso e fondista eccezionale), ad altri Brunero (scalatore formidabile), ad altri ancora Martano (valido su ogni percorso). Difficile ma stimolante confrontare campioni di epoche diverse.

E allora, avvicinandoci ai giorni nostri, possiamo dire che Valetti era l’Adorni degli anni Trenta: stesse caratteristiche tecniche e fisiche. Ma il piemontese, a differenza del parmigiano, fu spesso sottovalutato se non addirittura ingiustamente dimenticato dagli addetti ai lavori. Non si vincono per caso due Giri consecutivi, dominando in salita e a cronometro. Non si diventa anti-Bartali, il primo della serie, senza essere campione con la C maiuscola. Valetti merita il suo posto importante nella storia del nostro ciclismo, anche se le parabole dei due grandi duellanti qui incontrati subiranno traiettorie completamente diverse: il Giro del 1939 è l’ultimo grande successo del piemontese, mentre il fiorentino continuerà a primeggiare per molti anni. Anche se, dopo la guerra, arriverà un altro anti-Bartali, in maglia biancoceleste. Ma questa è una storia che conoscono, e soprattutto ricordano, tutti.

1939: Valetti-Bartali, che duelloultima modifica: 2009-03-10T05:14:00+00:00da velocipedista
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