Alfredo Binda, il migliore corridore del mondo

19-foto%20Cartolina.jpegAlfredo Binda (Cittiglio, 11 agosto 1902 – 19 luglio 1986)

La storia dell’unico atleta della storia pagato per non partecipare al Giro d’Italia.

Alfredo Binda affascinò l’immaginario popolare nell’età di mezzo di uno sport che cominciava a diventare professionistico pur avendo ancora tratti pionieristici: strade dissestate, materiali primitivi (le bici pesavano una dozzina di chili, per cambiare rapporto bisognava fermarsi), sistemi di preparazione tutt’altro che scientifici (“andavo a bistecche di manzo e risotti”, racconterà Binda nelle sue memorie), regolamenti ottusi e un po’ sadici (nessuna assistenza dall’ammiraglia: gli atleti dovevano riparare da soli qualsiasi guaio meccanico, pena la squalifica).

Oggi è unanimemente considerato uno dei cinque più forti corridori di tutti i tempi. Si distinse per le strabilianti vittorie conseguite negli anni venti e trenta e per il ruolo di commissario tecnico dei Coppi e dei Bartali che moltiplicavano i trionfi in terra di Francia.

L’uomo dei Record. E’ il campione che ha vinto più tappe in un Giro (12 su 15 nel ’27). Vinse 5 Giri d’Italia (1925, 1927, 1928, 1929 e 1933), record assoluto, condiviso con Fausto Coppi ed Eddy Merckx. In tutto rimase in testa alla classifica generale per 60 tappe. Nel 1927 vinse 12 delle 15 tappe del Giro, e nel 1929 ben 8 tappe consecutive; entrambi record tutt’ora imbattuti. A causa della sua manifesta superiorità, nel 1930 fu pagato dagli organizzatori per non partecipare al Giro, ottenendo 22.500 lire, una cifra corrispondente al premio per la vittoria finale e ad alcune vittorie di tappa. Nel 1933 è stato il vincitore della prima cronometro della storia del Giro: 62 km da Bologna a Ferrara. Nel suo ricco palmares figurano anche 3 Campionati del mondo (record), 2 Milano-Sanremo, 4 Giri di Lombardia e 4 Campionati italiani.Binda 43-agosto%201933.jpg

La storia. Alfredo Binda nasce a Cittiglio, in Provincia di Varese l’11 agosto 1902, decimo dei 14 figli di un imprenditore edile. Diede le prime pedalate sulla bici di papà, uno dei tre soli esemplari presenti in paese: la usava di sera per andare a studiare musica (suonava la cornetta nella banda locale) e disegno. Dopo il diploma, a 17 anni raggiunse il fratello maggiore Primo a Nizza, dove uno zio aveva una ditta di stuccature e gessature e iniziò a lavorare come stuccatore. Qui incrociò l’uomo del destino: si chiamava Morini, era un italiano di Borgomanero che in Costa Azzurra commerciava biciclette. Binda partecipò a una gara minore e la vinse: fu squalificato per un cavillo regolamentare, ma il ghiaccio era rotto. Morini gli regalò una bici da corsa nuova di zecca e l’eco delle ripetute vittorie dello sconosciuto emigrante lombardo arrivò a Parigi. La Française lo tesserò e lo gratificò di 800 franchi al mese, che divennero presto mille. Il nuovo “lavoro” funzionava egregiamente: Alfredo, a malincuore, smise di fare il decoratore e si dedicò anima e corpo all’agonismo.

Gli esordi. Fin dall’esordio da professionista si dimostrò fortissimo. Sognava di diventare il principale rivale di Costante Girardengo, ma superò in fretta il suo idolo: dài e dài, i blitz francesi gli riaprirono le porte dell’Italia. Nel 1924 in Francia aveva già conquistato 38 corse.  Lo stesso anno l’occasione che diede la svolta alla sua carriera ciclistica: nell’autunno parte da Nizza per Milano in bicicletta per disputare il Giro di Lombardia. Alla Gazzetta rimangono incerti se accettarlo o no. Il debutto è promettente e presto vestì la maglia della Legnano, ingaggiato dal mitico direttore sportivo Eberardo Pavesi per 12 mila lire annue. Fu aggregato alla squadra per il Giro del ’25, venne lasciato libero di fare la sua corsa. All’inizio, Binda si trova a disagio su strade più brutte di quelle che è abituato a percorrere in Francia, poi si adegua rapidamente e batte uno ad uno tutti i campioni di allora, tra cui il suo capitano Brunero, già vincitore di due edizioni (1921 e 1922) e nella classifica finale rifila quasi 5 minuti di distacco a Girardengo.

La rivalità con l'”omino di Novi” è da subito evidente: sulle salite del Sud, Binda si rivela scalatore eccezionale: il suo stile è perfetto. Nel Giro del ’27 dominò la classifica generale dalla prima all’ultima tappa. Il Giro si affaccia ogni anno alla ribalta con qualche novità: dalla classifica a punti, si passa dopo tre anni alla corsa per squadre, e alla vigilia della guerra è fissata la classifica a tempi. Si offre il conforto dei rifornimenti gratuiti, l’assistenza agli arrivi, l’alloggio assicurato. Si studia l’opportunità di offrire un vantaggio al vincitore di tappa e, per il 1927, si sperimentano le tappe consecutive. Per la prima volta il loro numero fu elevato a quindici per 3.728 chilometri. Binda si impose nettamente fin dall’inizio della gara vincendo a Torino, a Reggio Emilia e a Lucca. A Grosseto cedeva però nella volata a Piemontesi, al quale la vittoria non sembrava portar fortuna, perché nella seguente tappa di Roma, sfinito, raggiungeva con grande ritardo il traguardo e abbandonava la gara nei primi chilometri della succcessiva Roma-Napoli. Da quel momento Binda rimase senza avversari e riuscì a totalizzare dodici vittorie sulle quindici tappe.
 
Le trasferte in America. D’inverno si recava oltreoceano per disputare le remunerative “sei giorni” nordamericane: negli Usa era una star. Correva con lucidità, classe ed eleganza: i francesi lo chiamarono “La Gioconda”, perché era bello come il capolavoro del Louvre. Programmava meticolosamente gli obiettivi e raramente li mancava. Purtroppo disputò un solo Tour de France, corsa che non rientrava nei piani della Legnano. Fu un fenomeno di caratura assoluta, amato in Italia e all’estero.
 
 
Il fratello Albino. Al suo fianco correva anche il fratello Albino (anche se con risultati nettamente inferiori) Fu nel Giro d’Italia del 1928 che Alfredo volle fargli un regalo, aiutandolo ad affermarsi nell’ottava tappa. Lo stesso Alfredo in seguito ammise di aver suggerito al fratello di andare in fuga nel momento in cui lui si fosse fermato per girare la ruota (operazione comune prima dell’introduzione del cambio). Albino seguì il consiglio e riuscì a dileguarsi mentre tutti gli altri corridori si fermarono per controllare Alfredo (che peraltro giunse secondo).

Pagato per non correre. Alfredo Binda è l’unico corridore che può vantare di essere stato invitato dagli organizzatori a disertare il Giro d’Italia per non privarlo di quell’incertezza che rende appassionanti le competizioni. Accadde nel Giro del ’30 quando, dopo le tre vittorie consecutive nel ’27, nel ’28 (con 6 tappe) e nel ’29 (con otto tappe), l’ortganizzazione gli riconobbe la manifesta superiorità ed egli accettò di restare al palo ricevendo in compenso l’ammontare massimo dei premi in palio (22.500 lire).

Tre volte campione del Mondo. Del resto la sua grandezza è illustrata da altre conquiste, in vetta alle quali stanno le tre trionfali affermazioni nel campionato del mondo del ’27, del ’30 e del ’32. Col suo nome che apre l’albo d’oro del Mondiale essendo sua la vittoria nella prima edizione del campionato (Adenau 1927).  Alfredo Binda ha conquistato tutte le classiche più famose, rendendosi protagonista di record statistici e record agonistici (come il primato mondiale dei 50 km.). I suoi “garun” (definizione bindiana dei garretti) erano alla base delle prodezze che esaltavano la folla divisa dalla rivalità che separava Binda da Girardengo.

Milano-Sanremo.jpegBinda e il Tour. Non ottenne mai risultati di rilievo al Tour de France, al quale partecipò di rado anche negli anni del suo dominio assoluto in campo internazionale. A tal proposito, bisogna in ogni modo considerare che al tempo i ciclisti si recavano a competere all’estero molto più raramente di quanto accade oggi. Affrontò con scarso entusiasmo il Tour nel ’30 (anno della sua forzata rinuncia al Giro), ciò nonostante vinse due tappe consecutive, a Pau e a Luchon, avviandosi a dominare la corsa; tuttavia, una caduta lo costrinse all’abbandono. Si prese la rivincita come C.T. della Nazionale, che guidò in occasione delle trionfali spedizioni con Bartali nel ’48, Coppi nel ’49 e ’52, e Nencini nel ’60. La sua saggezza fu alla base dell’accordo impossibile fra Gino e Fausto e del massimo rendimento della squadra, che ne riconosceva il prestigio e l’abilità tecnica e diplomatica. Viene ricordato come uomo sapiente, pacato, capace di risolvere problemi e ad appianare le asprezze delle grandi rivalità. Uno stratega benvoluto da tutti e stimato in Italia e all’estero.

Gli aneddoti. La sua carriera è piena di storie ed avventure: la più famosa la galoppata sotto il diluvio per dominare il Giro di Lombardia del ’26 dopo aver trangugiato ventotto uova  crude e lasciando il secondo classificato a ventinove minuti. Nel 1927 i quattro italiani (tra cui Binda) selezionati per la gara iridata di Adenau (Germania) ricevettero 120 mila lire per montare sulle bici un mozzo prodotto dall’industria tedesca Sachs: un’anticipazione delle moderne sponsorizzazioni tecniche. Nel suo unico Tour, quello del 1930, sacrificò la classifica generale per aiutare il leader Guerra, attardato nella tappa di Perpignano. Pochi mesi dopo, nel mondiale di Liegi, cadde urtando un cane, ma rimontò e vinse allo sprint. Indossò la sua terza maglia arcobaleno nel 1932, sul magnifico circuito di Roma: ma tagliò il traguardo a piedi, con la bici in mano, perchè la gente entusiasta aveva invaso il viale d’arrivo. Di lui i cronisti ricordano che “vinceva senza apparente fatica, mulinando le gambe senza strappi”. I giornalisti inventarono allora, osservandolo in fuga solitaria, l’espressione “pedalata rotonda”. Si dice che dopo una vittoria abbia fatto a tempo a festeggiare, essere premiato, prendere il treno che lo riportava a casa e vedere su un cavalcavia che incrociava la ferrovia degli atleti ancora in gara…

Il ritiro dal ciclismo. Esaurita la lunga e proficua parentesi agonistica, nella quale aveva seguito un modus vivendi impeccabile e morigerato, Alfredo Binda si concesse una vita normale: cominciò a fumare, frequentò ambienti mondani e sposò Angela Ambrosetti, giovane figlia di un amico meccanico di Varese (si unirono nel ’52: tra loro c’erano 27 anni di differenza). Ebbe due figlie, Lauretta e Marta, che oggi lo ricordano come padre affettuoso, energico e carismatico. La terza fase della sua vita lo vede accettare incarichi di rappresentanza in organismi sportivi nazionali e internazionali con spirito di servizio. Pur continuando a risiedere a Milano, volle  dedicare del tempo anche al proprio paese d’origine impegnandosi come consigliere comunale. Mito e maestro dello sport, Binda fu punto di riferimento per il ciclismo intero e per i giovani che vedevano in lui l’interprete dei valori autentici dello sport. Dopo la morte, avvenuta nel 1986,  il ricordo è mantenuto vivo dal Museo, voluto dall’amministrazione comunale di Cittiglio e dalla famiglia e da manifestazioni e iniziative, oltre che da gare, che continuano a essere organizzate nel suo nome. Dopo tanti anni, si potrebbe immaginare che la figura del grande Alfredo risulti un po’ sfocata, che piano piano dimenticanza e oblio prendano piede. Eppure recenti sondaggi, realizzati anche in campo nazionale, testimoniano che il suo nome è ancora molto considerato dal pubblico degli sportivi e che nella classifica dei più 69-ritratto.jpeggrandi italiani di tutti i tempi lui è ancora presente.

Alfredo Binda consumò gli ultimi anni nell’adorato buen retiro di Cittiglio: morì il 19 luglio 1986. Il “suo” ciclismo,
narrato da immagini ingiallite e da “santini” un po’ buffi se guardati con gli occhi di oggi, si può riassumere nella sua frase più celebre: «Per vincere ci vogliono due cose: la testa e i garun», cioè le gambe.

Dissero di lui. La memoria delle sue imprese è dunque ancora viva. Di lui Gianfranco Josti scriveva sul Corriere della Sera: “Il ciclismo mondiale ha tre capostipiti: Alfredo Binda, fausto Coppi ed Eddy Merckx: sono i tre ‘campionissimi’ che in epoche distinte hanno segnato la svolta di questo sport antico ma in evoluzione”.

Eberardo Pavesi, leggendario direttore sportivo testimone di tutto il novecento su due ruote, ha detto al giornalista Mario Fossati: “Più grande Fausto o Eddy? Guarda Mario, io dico…Binda. Ma, psst, mi raccomando, che nessuno ci senta”. E lo stesso Fossati sostenne, redigendo la cronaca di un Tour: “Binda valeva Coppi e Merckx e secondo il presidente Rodoni anche qualcosa di più”.

Ed ecco il Binda di Bruno Raschi, inimitabile cantore dei campioni ciclisti: “Corridore elegante, l’esteta vagheggiato della bicicletta, il primo -dicono- che attirasse sul ciclismo l’attenzione e il tifo delle donne. Portò nel ciclismo una ventata di  modernità insieme con il poderoso ossigeno dei suoi polmoni, con la ricercatezza del suo stile e del suo costume, così da costituire il punto di congiunzione tra due epoche differenti”.

Secondo Gian Paolo Ormezzano “Per i ‘puristi’ Binda è stato il più grande ciclista di ogni tempo. Più di Coppi. Più di Merckx. Più, si capisce, di Girardengo e di Guerra, i due rivali massimi della sua carriera”.

Anche Gianni Brera ha voluto sbilanciarsi in un giudizio netto: “Alfredo Binda è stato per me il maggior prodotto del ciclismo italiano. Debbo tenere a bada la mia anima coppiana per fare posto una volta alla ratio”.

(tratto da www.museodelciclismo.it ed altre fonti)

Alfredo Binda, il migliore corridore del mondoultima modifica: 2008-12-30T07:48:00+00:00da velocipedista
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