Alfonso Calzolari, un “fascio di nervi” da Vergato al Giro d’Italia

2077.jpegAlfonso Calzolari (Vergato, 30 aprile 1887 – Ceriale, 4 febbraio 1983)

Nato a Vergato, sulle colline bolognesi, il 30 aprile 1887, ancora in tenera età si trasferì con la famiglia nella vicina Bologna. Da giovinetto trovò occupazione come operaio presso una fabbrica di letti e, alla fine di ogni giornata di lavoro, si recava su di una bicicletta sgangherata, acquistata con i suoi primi risparmi, a seguire le evoluzioni dei ciclisti bolognesi dell’epoca sul circuito della Montagnola. Questo anello, a due passi dalla stazione ferroviaria, nel cuore di Bologna, era diventato il luogo di allenamento dei corridori locali e al termine di ogni seduta il giovane “Fonso” restava ad ascoltare i racconti dei suoi idoli di allora, Gardenghi, Mazzoni, Messori, che spesso si cimentavano in gare di resistenza appassionanti.

Poco a poco Calzolari iniziò ad allenarsi sul serio, a fare qualche gara come “libero”, cercando di tenere le ruote di questi affermati ciclisti e quando si sentì pronto, era l’estate del 1909 ed era già tesserato per il Velo Club Reno, fece il suo debutto ufficiale in una riunione su pista all’ippodromo Zappoli, sempre a Bologna. Il piazzamento che ottenne fu gratificante e lo convinse a continuare quella carriera appena intrapresa, con entusiasmo crescente. Nel 1909 arrivarono così i primi successi, una gara sul circuito della Montagnola, davanti a Ezio Corlaita, e la Coppa Cesaroni-Venanzi a Castiglion Fiorentino.

Nelle corse in linea fu inoltre secondo nella Bologna-Imola-Bologna, 15° nella Coppa Bastogi a Firenze e 9° nel Giro dell’Emilia (2° dietro Erba fra i dilettanti). Nel 1910 fu costretto a svolgere un’attività ridotta a causa degli scarsi mezzi (biciclette fatiscenti e aiuti meccanici) che utilizzava e dei magri guadagni. Nonostante ciò si piazzò 3° nella Coppa Appennino, con arrivo a Vignola, e 8° nel Campionato Italiano di resistenza per dilettanti ad Alessandria, il 22 ottobre, dominato dall’alessandrino Enrico Verde.

Con il passaggio alla squadra della Goricke la situazione migliorò sensibilmente nel 1911. Fu infatti primo nel Campionato Emiliano dilettanti a Bologna, nella Coppa New Hudson a Poggio a Caiano, nell’Eliminatoria Emiliana (disputata a Bologna) del Gran Premio Peugeot, nella Coppa Tinozzi a Empoli (20 agosto) e nella Coppa delle Marche a Macerata (il 27 agosto). Si piazzò 12 volte secondo e fu quarto nella Coppa del Re, la classica più importante per i dilettanti dell’epoca.

Su pista primeggiò, insieme all’altro vergatese ed amico fidato Cesare Zini, in ben 11 manifestazioni, confermando la sua versatilità e la sua forza. Il 1912, con la maglia del Club “L’Italiana”, iniziò sotto i migliori auspici: si piazzò infatti quarto nel Giro di Romagna (il 5 maggio) e l’Unione Velocipedistica Italiana deliberò di conseguenza il suo passaggio tra i professionisti juniores (o non classificati).

Una promozione che incredibilmente si rivelò un grave danno per il ragazzo di Vergato; a causa della mancanza di uno sponsor che coprisse le maggiori spese per l’attività a livello nazionale, dovette limitare la sua partecipazione alle sole corse emiliane e romagnole e l’11 agosto giunse di nuovo secondo nel Giro di Romagna, stavolta però riservato ai professionisti juniores.

Riuscì comunque a debuttare al Giro d’Italia: fu 14° a Padova (1° tappa), 31° a Bologna (2° tappa) e 33° a Pescara (3° tappa). Durante la quarta tappa si ritirò. Il 1913 fu l’anno della svolta: grazie all’ingresso nella formazione della Stucchi, decise di abbandonare definitivamente il lavoro in fabbrica e di puntare tutto sulla sua attività professionistica. I risultati parvero subito giustificare questa scelta non certo facile: il 30 marzo è 5° nella Milano-Sanremo. E’ quindi terzo nel Giro delle Tre Provincie a Ferrara, 5° nella classifica finale della XX Settembre, ma quando le cose sembravano andare per il verso giusto arrivò una malaugurata caduta mentre si allenava insieme a Corlaita, a Massalombarda, con conseguente stop dovuto alla frattura della clavicola.

Riuscì a ristabilirsi appena in tempo per essere al via del Giro d’Italia, la gara che più lo affascinava e nella quale sentiva di poter essere un grande protagonista, ma, a causa della preparazione insufficiente, fu costretto all’abbandono già alla prima tappa, la Milano-Genova. Fu costretto ad un periodo di riposo forzato e tornò alle corse solo il 12 ottobre vincendo il Giro d’Emilia, con un finale contestatissimo dal suo grande “storico” amico Ezio Corlaita. La corsa si risolse in volata, sulla terra dell’ippodromo Zappoli a Bologna, e la giuria fu evidentemente disturbata nell’emissione dell’ordine d’arrivo dal fitto polverone alzato dalle biciclette dei concorrenti. Corlaita era convinto di aver tagliato il traguardo per primo, ma Calzolari, definito nell’occasione “scaltro come un demonio”, fu proclamato vincitore dal giudice d’arrivo. Archiviato anche questo trionfo con …. polemiche, il campione della Stucchi si schierò alla partenza del Giro di Lombardia animato da propositi di vittoria, ma ancora una volta la cattiva sorte lo mise ko. Quando era nel gruppo di testa, ormai lanciato verso il traguardo, una brutta caduta lo costrinse ad abbandonare e a chiudere così il suo 1913.

Il memorabile 1914 di Alfonso Calzolari
Tutte le avversità subite da Alfonso negli anni precedenti avevano contribuito a forgiare il suo carattere e ad aumentare le ambizioni di un atleta ormai guardato a vista dai più celebrati assi del pedale dell’epoca e considerato solido ed irriducibile. Il suo aspetto fisico, la sua bassa statura e la corporatura snella e robusta, unite ad un senso tattico e ad una visione di gara che avevano pochi eguali, contribuirono alla nascita della sua leggenda ed alcuni giornalisti di ciclismo di quel tempo gli trovarono un altro soprannome appropriato: quello di “fascio di nervi”.

 
Il 5 aprile prese parte alla Milano-Sanremo, la sua prima gara dell’anno, ottenendo un buon decimo posto nel volatone vinto da Ugo Agostoni, dopo l’evidente danneggiamento, da parte di un auto del seguito, ad un paio di atleti australiani fin troppo intraprendenti. Il 19 aprile fu poi 7° nel Giro di Romagna ed il 10 maggio, proseguendo la sua sicura marcia di avvicinamento verso il Giro d’Italia, si piazzò al 4° posto nella Milano-Torino.
 
Attorno alla mezzanotte del 24 maggio partì da Milano il 6° Giro Ciclistico d’Italia: otto tappe intervallate ognuna da un giorno di riposo, con chilometraggi da forzati della bici (ogni frazione sfiorava i 400 chilometri), salite sterrate, strade impercorribili ed in più il maltempo, che già al via di Milano si presentò con saette, lampi e pioggia torrenziale, da vera e propria notte degli orrori, ad accompagnare costantemente la marcia degli 81 audaci “girini” che, vestiti come dei minatori e con tanto di lampade accese fissate sui berretti o lampadine in tasca, erano attesi da tempi di percorrenza per ogni frazione attorno alle 19 ore.
 
Sul Giro del 1914 si potrebbe benissimo imbastire la trama di un film giallo, dai risvolti inquietanti, con addirittura un tentato omicidio ai danni del malcapitato Calzolari. Lo stesso Calzolari, come racconterà molti anni dopo, ebbe dei sinistri presagi alla vigilia del Giro. Recatosi controvoglia e su sollecitazione di un amico da una cartomante bolognese, questa gli predisse che avrebbe vinto il Giro d’Italia, ma si sarebbe sottoposto a dei gravi pericoli, rischiando addirittura la vita.
 
Ed in questo sesto Giro d’Italia ne accaddero davvero di tutti i colori: tormente di neve, cartelli con segnalazioni errate che portarono Calzolari all’interno di una villa dall’aspetto sinistro a notte fonda; cadute causate da altri atleti “al soldo” di accaniti avversari del povero “Fonso”, che, precipitato dentro ad un fosso pieno di melma e profondo più di un metro, stava per scomparire nel fango e si salvò solo grazie al provvidenziale aiuto del generoso Clemente Canepari; spilloni che tranciarono di netto la “pneumatica” della ruota della sua bicicletta, in piena gara, maneggiati da oscuri alleati del suo grande rivale Azzini; un sinistro individuo dal volto coperto, che gli fa visita in albergo a Bari, alla fine della quinta tappa, e gli offre quindicimila lire per arrivare secondo al Giro, una proposta sdegnosamente rifiutata dallo sbalordito Calzolari (per la vittoria del Giro c’era la considerevole somma di trentamila lire); la spettacolare uscita di scena del suo avversario più pericoloso il milanese Giuseppe Azzini, disperso dopo la tappa Bari-L’Aquila e ritrovato soltanto il giorno successivo in un casolare di campagna nei pressi di Popoli a venti chilometri dal traguardo dell’Aquila, quasi fuori di senno, con la febbre alta e sospettato di aver fatto uso di qualche “bomba” dagli effetti controproducenti e per lui devastanti; ed infine, il misfatto più grande durante la sesta tappa da Bari a L’Aquila, col tentato omicidio accennato in precedenza.
 
Una macchina da corsa, rossa, con conducente e passeggeri forniti di baffi e barbe posticcie, prima cerca di convincere Calzolari a farsi trainare e quindi, dopo il suo rifiuto, tenta di travolgere il campione vergatese, provocandone la caduta rovinosa, ma fortunatamente, non il ritiro. Una trama appassionante, dunque, con un finale sportivo che sancì la vittoria assoluta del meritevole Calzolari, dominatore della seconda tappa da Cuneo a Lucca grazie ad un attacco sulla salita del Bracco che gli consentì di staccare gli avversari di oltre 35 minuti. Ma anche nel finale vi fu in extremis un “giallo” tentativo dei nemici occulti di Calzolari di togliergli a tavolino quella vittoria strameritata, maturata sulle strade di tutta Italia. A seguito del fattaccio relativo alla misteriosa auto rossa incontrata durante la frazione che si concludeva all’Aquila, il portacolori della Stucchi fu ritenuto colpevole di traino e penalizzato di tre ore nella classifica generale. Un’ingiustizia che poteva privarlo del successo finale nel Giro d’Italia come da più parti si invocava. Invece dopo alcuni mesi di accese discussioni, da parte degli organi di giustizia sportiva, la vittoria di Calzolari venne finalmente confermata anche dall’U.V.I. ed Emilio Colombo ebbe a scrivere su “Lo Sport Illustrato” che la giustizia ed il buon senso avevano trionfato.
Calzolari trionfò indossando ininterrottamente la maglia rosa dalla partenza all’arrivo. Alla fine, registrava un vantaggio di 1.55’26” su Pierino Albini e di 2.04’23” su Luigi Lucotti. Fu quello il Giro più lento, con una media di appena 23,374 Km/h. I contorni leggendari di quel Giro sono ancora più precisati da queste serie di record che ancora oggi resistono. Degli 81 partenti solo otto furono in grado di raggiungere il traguardo conclusivo di Milano, per la percentuale-record del 90% di ritirati. Fu il Giro con la lunghezza media delle tappe più alta, col maggior distacco tra il primo ed il secondo classificato nella graduatoria finale, con il tempo di percorrenza di tappa più alto, con la tappa vinta con il maggior distacco inflitto al secondo classificato ed anche quello in cui si verificò la fuga solitaria più lunga. Per la cronaca i piazzamenti di Calzolari nelle varie frazioni: 3° a Cuneo, 1° a Lucca, 7° a Roma, 4° ad Avellino, 2° a Bari, 3° all’Aquila, 4° a Lugo e 6° a Milano.
 
Al suo rientro a Bologna venne accolto come un eroe dai suoi sostenitori ed amici ma anche dalla folla sportiva del capoluogo emiliano. “Fonso” venne portato in trionfo nella centralissima via dell’Indipendenza. Concluse quest’annata memorabile piazzandosi 13° nel Giro dell’Emilia e vinse il Campionato Sociale di resistenza a Bologna organizzato dal club Forti Pedali.

Alfonso Calzolari – dal 1915 alla fine dalla carriera agonistica
Nel 1915 scoppiò la Prima Guerra Mondiale e Alfonso Calzolari venne arruolato in Fanteria, nel servizio di Sussistenza. La sua attività  sportIVA divenne forzatamente sporadica ed in quell’anno, sempre con la Stucchi, fu nuovamente 10° alla Milano-Sanremo, 6° nel Giro dell’Emilia, 24° nella Milano-Torino ed infine 9° nel Giro di Lombardia. Terminata la parentesi bellica, nonostante le angosce e le inevitabili incertezze per il futuro, l’asso vergatese tornò alle corse sul finire del 1918, piazzandosi 3° nel Giro dell’Emilia, la “sua” gara che lo vide successivamente classificarsi 6° nel 1919, 9° nel 1920 e 12° nel 1921. Alla Milano-Sanremo fu invece 14° nel 1920, 14° nel 1921 e 28° nel 1924.

 
Provò a tornare protagonista anche al Giro d’Italia: nel 1919 finì secondo nelle prime due tappe (Trento e Trieste), 8° nella terza (Ferrara), 11° nella quarta (Pescara), 6° nella quinta (Napoli) e 10° nella sesta (Roma). Fu però costretto al ritiro il giorno successivo nella Roma-Firenze. Le sue forze erano ormai al lumicino e le sue performances nell’amato “Giro” persero gradualmente di consistenza: nel 1920 si piazzò 7° a Torino, nella prima tappa, ma abbandonò subito dopo. Nel 1921 concluse le tappe di Merano e Bologna al 24° ed al 14° posto, ma proprio a Bologna, alla partenza della terza tappa, dichiarò forfait. Fu quella l’ultima volta che figurò tra i partecipanti al Giro d’Italia, la corsa che lo aveva reso famoso.
 
Nel 1919 una brutta foruncolosi contratta a febbraio, durante un periodo di allenamento sulla Riviera Ligure, minò gravemente la sua salute e influì sulle sue future prestazioni sportive. Nel 1920 fu 11° nel Giro del Piemonte e 19° nella Milano-Torino, prima di riportare ucalzolari_alfonso_MS.jpgna ferita ad una mano in seguito di un incidente automobilistico. Nel 1921, l’ultimo anno in cui indossò la gloriosa maglia della Stucchi, si piazzò 17° nella Milano-Modena. Dopo una pausa di due anni, Calzolari si riaffacciò alle gare nel 1924, da appartenente alla categoria degli “Isolati”, con risultati scarsi come un 20° posto al Giro del Piemonte ed il 44° posto nella classifica finale del Campionato Italiano Professionisti. Troppo poco per il suo orgoglio e alla fine di quello stesso anno arrivò l’addio definitivo al ciclismo agonistico.

Alfonso Calzolari dopo il ritiro
Insieme al suo amico di sempre, Ezio Corlaita, per qualche anno si impegnò nell’organizzazione di manifestazioni ciclistiche su pista e successivamente cercò di stare vicino ai suoi due figli. Nel luglio del 1975, con decreto del Presidente della Repubblica Italiana a firma Giovanni Leone, Alfonso Calzolari da Vergato venne nominato Cavaliere all’Ordine della Repubblica Italiana, per i suoi meriti sportivi e civili. Dopo una vecchiaia tutto sommato abbastanza felice, riempita dai ricordi di una carriera ciclistica fuori dal comune, il buon “Fonso” (l’ultimo e forse il più amato dei suoi numerosi soprannomi), a 96 anni compiuti, il 3 febbraio 1983 è deceduto nella Casa di Riposo “Villa Serena” a Ceriale, in provincia di Savona, dove ha trascorso in pace gli ultimi anni della sua vita terrena.

Alfonso Calzolari, un “fascio di nervi” da Vergato al Giro d’Italiaultima modifica: 2008-12-15T06:54:00+00:00da velocipedista
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