Il caso Bottecchia: vita e morte di un campione

Ottavio Bottecchia the winner of the 1925 Tour de France.jpgIl 3 giugno 1927 a Peonis vicino a Gemona del Friuli, Ottavio Bottecchia viene trovato agonizzante a terra , durante un allenamento in bicicletta. Le versioni sono contrastanti, c’è chi parla di un incidente, chi parla di colpi che hanno causato un trauma cranico, chi parla di un semplice malore. Lo portano all’ospedale di Gemona; sembra riprendersi, ma dopo dodici giorni muore.

Il caso, archiviato come incidente, viene riaperto dopo anni per la confessione delirante di un contadino morente che pretende di averlo ucciso, sorpreso nella vigna a rubare l’uva. In giugno: non era stagione. A rendere la morte del campione più oscura, la tragica vicinanza temporale con l’incidente che uccide il fratello Giovanni; lui e Ottavio, si diceva, condividevano la passione per la bicicletta, la falce e il martello. Sono anni bui: Matteotti ucciso nel giugno del ’24, pochi giorni prima che Bottecchia prendesse il via del suo primo trionfante Tour de France, Pertini selvaggiamente picchiato pochi mesi avanti, nel settembre del ’26.

Ottavio Bottecchia era nato a Borgo Minelle di San Martino Colle Umberto nella Marca Trevigiana il 1  agosto 1894. Di famiglia povera, porta quel nome appunto perché è l’ottavo figlio del mugnaio Francesco. “Perso” il padre emigrato in Germania conoscerà in certi momenti anche la fame. “La mia infanzia? Uguale a quella di tanti altri bimbi della campagna italiana”, raccontò un giorno, “in classe d’inverno, mentre l’estate dovevo aiutare i genitori. In tutto, andai a scuola per due inverni, poiché mio padre volle fare di me un operaio con possibilità di lavorare anche in cattiva stagione o stagioni morte (il mugnaio era pure un lavoro stagionale non continuativo). Così, a dodici anni, divenni apprendista calzolaio…”.

Fu poi manovale edile e infine carrettiere a Sacile, da Sacchin, caricando e scaricando tronchi d’albero della foresta del Cansiglio. Coi primi risparmi di questo lavoro sicuro, Ottavio permise il ritorno a casa di papà Francesco. I Bottecchia acquistarono quattro cavalli ed avviarono un’attività di trasporto in proprio. “Furono anni felici”, ricordava Ottavio. I fratelli maggiori si sposarono alleggerendo il peso della famiglia e Ottavio, suo fratello Giovanni e Maria restarono coi genitori. Fin da giovane la passione della bicicletta lo porta a correre coi dilettanti su cui spesso si impone, nonostante il mezzo sia inadeguato. Il mezzo non era suo ma del fratello Giovanni che si era comprato una bicicletta per partecipare alle gare festive. Nei giorni feriali la prestava ad Ottavio che “Tirava di collo in salita come un matto”, come dicevano i compaesani stupiti dalla sua forza e resistenza.

E’ stato uno dei più grandi ciclisti della sua epoca, sebbene divenne ciclista professionista soltanto a 27 anni. Aveva partecipato alla prima guerra mondiale nella quale era stato insignito di una medaglia al valore. Ottavio venne inquadrato come caporale nel 6° bersaglieri ciclisti di Bologna assieme al fratello Giovanni per il periodo di addestramento. Una volta al fronte va invece in un reparto speciale, quello degli  “esploratori d’assalto” sempre bersaglieri. Doveva pattugliare i difficili sentieri battuti per ora solo da contrabbandieri e in seguito possibili vie di penetrazione degli austriaci. Il suo superiore, Il luogotenente Gallia, corridore dilettante di Torino, ne era fiero.

Ogni tanto organizzava gare tra i suoi uomini, e fu così che Ottavio iniziò la vera carriera ciclistica ufficiale: “una volta compii una lunga corsa in bicicletta attraverso la montagna, portando sul dorso una mitragliatrice, arma che doveva essere destinata ad un posto di vedetta che ne era sfornito” (per arrivarci doveva passare in una zona scoperta, scoperta come era la postazione sotto il tiro nemico). “Quel giorno, mi spinsi attraverso passaggi e mulattiere che solo le capre erano in grado di superare, Galibier o Izoard erano niente. La pesante mitragliatrice a bandoliera poi non alleggeriva certo la mia macchina. Arrivai alla postazione in tarda serata. Il giorno dopo ebbi la gioia di apprendere dal luogotenente Gallia l’utilità del mio raid: gli austriaci avevano attaccato nel corso della notte, e il loro tentativo era fallito grazie alla mia mitragliatrice”1925bottecchia.jpg

Finita la guerra, vincendo alcune corse dilettantistiche si fa notare da Luigi Ganna, primo vincitore del Giro d’Italia, che lo ingaggia. Bottecchia aveva ormai 29 anni, un viso ossuto e stirato, due occhi grigi un po’ spiritati, proprio da uccello rapace, un nasone simile a un fendente d’osso. Parlava poco, e in dialetto veneto, brusco, sospettoso. Sotto la pelle formicolava la collera inconscia del contadino che la tira dura, e ce l’ha con la sua fatica di tutti i giorni.

L’anno dopo (1923) mentre corre il Giro d’Italia a Bologna, dove fa tappa la corsa, viene notato da un vecchio campione francese, Henry Pélissier, che lo vuole nella sua squadra al  Tour de France, la “Gran Boucle”. Il giro d’Italia intanto finisce bene per lui, primo degli isolati (senza squadra) e 5° in assoluto. Il Tour invece è corsa nuova per lui e lui è sconosciuto ai francesi. Qui finisce ancor meglio, 2° posto (dopo il suo capitano per dovere di squadra) e dopo aver conquistato la maglia gialla sul Tourmalet. Si trovava particolarmente a suo agio sulle strade del Tour in quanto, a differenza dell’Italia, gli organizzatori si spingevano a portare le corse anche su salite che potevano sembrare invalicabili.

E non era raro vedere atleti andare a piedi nei tratti troppo duri (i cambi d’allora non erano come quelli d’oggi).  Le distanze da percorrere nelle varie tappe erano talmente lunghe che molto spesso si partiva col buio, naturalmente senza fanali : durante la fase “notturna” della corsa i concorrenti procedevano a passo d’uomo fino a che albeggiava. Gli offrono contratti per riunioni in pista e soldi come non ne aveva mai visti. Con le vittorie arrivano anche il “lesso” e la celebrità. Va ad abitare a Pordenone e, come Creso, tutto quello che tocca diventa oro. Grandi auto, villa padronale e grande magnanimità con tutti. Nel ‘24 vince la prima tappa del Tour e tiene la maglia Gialla fino all’ultimo, record eguagliato solo da Anquetil, anni dopo, a cui il Tour de France veniva confezionato su misura. Bottescià, come lo chiamano i francesi, vincerà  il Tour da dominatore sia nel 1924 sia nel 1925, divenendo un eroe in Francia. Con la fama arrivano anche i soldi e Bottecchia riesce anche a fondare una ditta per la costruzione di biciclette. Nell’edizione del 1926 del Tour de France è costretto al ritiro al termine della 10° tappa.

Ottavio Bottecchia 02.jpgOttavio nel 26 ha ormai 32 anni, non è più un ragazzino i chilometri pesano nelle gambe. Nonostante tutto continua ad allenarsi faticosamente, macinando ogni giorno decine di chilometri sulla Pordenone, Spilimbergo, Pinzano, Clauzetto, Vito d’Asio, Forgaria, Cornino e ritorno, luoghi che 10 anni prima hanno visto lo sfondamento di Plezzo (Caporetto). I suoi tradizionali compagni per vari motivi non vogliono accompagnarlo. Fatta la salita di Clauzetto al bivio di Cornino per Peonis viene affrontato e colpito pesantemente. La bicicletta scompare quasi a simulare un furto. La vedova per incassare l’assicurazione accetta la tesi dell’incidente e il fascicolo giudiziario viene chiuso.

Un recente articolo di Massimo Castellani (20/5/2008) de l’Avvenire riapre l’ipotesi del pestaggio politico avvalorando la tesi che la sua morte sia venuta in conseguenza di quella del fratello investito il 26 aprile 1927 dall’auto di Franco Marinotti potente boss locale del fascismo (testimone di nozze del Duce). Le rimostranze d’Ottavio e il rifiuto di accettare una transazione di 100.000 lire (150.000 euro odierni al potere d’acquisto) vengono viste come un gesto di sfida da regolare come si usava con un pestaggio in questo caso finito male.

Il caso Bottecchia: vita e morte di un campioneultima modifica: 2008-11-08T08:00:00+00:00da velocipedista
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